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ACCADEMIA DEL TRE

Prima del 1371

Giovanni Boccaccio (1313-1375)

In Europa le carte hanno avuto un successo folgorante ed immediato. Le troviamo all'improvviso in tutta l'Europa continentale dal 1371 in poi.
Michael Dummett, seguito da molti altri ricercatori, ritiene che se un editto proibisce molti giochi enumerandoli, ma non parla delle carte, significa che queste non erano ancora arrivate. Se Boccaccio, (vedi ritratto) morto nel 1375, nel Decamerone ci racconta gustosi spaccati di vita del suo tempo e menziona i giochi di allora, ma non cita le carte, significa che queste non erano ancora arrivate. Petrarca, morto nel 1370, nel suo De remediis utriusqe fortunae del 1360, parla di vari giochi, ma non menziona giochi di carte: evidentemente non li aveva mai visti. Questa ottima argomentazione è in parte contraddetta dal Trecento novelle di Franco Sacchetti, opera scritta nel 1392, dove si citano dadi, scacchi e backgammon, ma non si parla di carte.
L'approccio dummettiano del 'c'è se lo vedo, se no è solo un'ipotesi' invita ad una attenta valutazione scientifica della documentazione conosciuta. La prima citazione ritenuta certa delle carte da gioco in Europa è catalana del 1371. Le presunte citazioni precedenti al 1371 sembrano dubbie e soprattutto sono isolate. I dummettiani sono attenti anche a questo aspetto: i documenti certi dal 1371 in poi rappresentano un fenomeno omogeneo in tutto il Vecchio Continente, un fenomeno storicamente rilevante. Le presunte citazioni di carte da gioco precedenti a quella data cadono comunque nel nulla storico e sociologico.

Cripta di Saint Victor.

Riportiamo qui alcuni dei principali controversi documenti europei precedenti il 1371.
In Germania abbiamo affidabili trascrizioni settecentesche degli editti disciplinari emessi in occasione dei sinodi del XIV secolo. Al sinodo di Wurzburg del 1329 i Ludos alearum, cartarum, schacorum, taxillorum, annulorum et globorum monachis et monialibus prohibemus districte.
Sembra proprio che le carte venissero proibite assieme ad altri giochi. A guardar meglio, nel precedente concilio di Colonia del 1317, la proibizione identica riporta i ludos alearum corearum, scacorum, eccetera, cioé riporta le danze, corearum, e non le carte, cartarum, tra i passatempi proibiti. Errore di trascrizione settecentesca del disciplinare del 1329? probabile.
Un disciplinare dell’abbazia di Saint Victor (a destra, la cripta del VI secolo) in Marsiglia del 1337 tra l’altro riporta: Quod nulla persona audeat nec praesumat ludere ad taxillos nec ad paginas nec ad eyssychum. Che nessuno osi nè cerchi di giocare a domino, ‘pagine’ o scacchi. Si dibatte su cosa sia il gioco delle ‘pagine’.  E' questo l’unico indizio precedente al 1371 di qualche interesse. Ma pure accettando la congettura che un mazzo di carte arabo fosse arrivato a Marsiglia in tasca a qualche viaggiatore, si trattò di un fenomeno isolato e di scarsa rilevanza storica.
L'assunto dummettiano dell'assenza dei giochi di carte perchè non elencati in nessun documento europeo è quindi valido, ma non esclude che qualche corte o abbazia europea li conoscessero. Quello che conta è che le carte esplosero, diventando un fenomeno storico e sociale europeo rilevantissimo, dal 1371.

 

L'alluvione delle carte da gioco.

Cinque di spade (XV sec.)

La carta è deperibile ed i mazzi usurati vengono buttati. I collezionisti difficilmente trovano carte databili al Seicento. Si dice che fino al Settecento si usassero spesso carte da gioco usate per costruire le copertine dei libri. Se è vero, chissà quante carte da gioco antiche si celano nelle nostre biblioteche.  In attesa di qualche scoperta fortunata, dobbiamo accontentarci di pochi fogli silografati quattrocenteschi, non tagliati e non colorati, contenenti più carte, rimasti miracolosamente nel magazzino di qualche stampatore per generazioni.
Il reperto di mazzo più antico in nostro possesso sono due fogli non tagliati stampati da matrici di legno che si trovano nell’Instituto Municipal de Historia a Barcellona. Potrebbero datare alla fine del XIV secolo. Le nostre fonti sull'arrivo delle carte in Europa sono solo documentali. A sinistra, un cinque di spade italiano non colorato da un foglio degli inizi del Quattrocento.
I primi documenti conosciuti sono prevalentemente bandi ed editti che proibivano il gioco dei naibi. Come abbiamo visto nella parte dell'Origine Orientale, le carte da gioco in Europa avevano preso il nome iniziale di 'naibi', che indicava il mazzo arabo a tre figure di corte di cui due erano nahib, alti dignitari.
La prima volta che i naibi sembrano certamente menzionate è nel 1371. Il poeta catalano Jaume March nel suo Diccionario de Rims riporta la parola naips.
Riportiamo qui sotto la documentazione certa più nota dell’invasione delle carte in Europa. A destra, l’Hoffmanterspiel del 1450 circa (Museo di Stoccarda).
1376 Firenze, la provvigione del 23 marzo vieta un gioco chiamato naibbi, recentemente introdutte in queste parti, che deve essere considerato gioco d’azzardo.
Questo primo documento testimonia due cose: la popolarità e la novità dei naibi.
1377 Siena. Editto contro i naibi.

Frate, Hofaemterspiel (1460)

1377 Basilea. Nel Tractatus de moribus et disciplina humanae conversationis del frate domenicano Johan, detto di Rheinfelden, vengono descritti dettagliatamente dei mazzi di carte. Il testo ci è pervenuto trascritto nel 1429, ricopiato poi tre volte nel 1472.
Dopo avere detto che il mazzo ha forma banale, uguale a quella originaria loro pervenuta, frate Johan ci spiega che esso comprende quattro Re seduti sul trono, ciascuno con un segno tenuto alto in mano. Alcuni di questi segni sono creduti buoni, altri cattivi.
Sotto ciascun Re stanno due marshalli, il primo col segno tenuto alto in mano come il re, l’altro col segno tenuto in basso. Sotto stanno altre dieci carte chiaramente di formato ed aspetto simili, contenenti segni da uno a dieci.
Il mazzo è così di cinquantadue carte, uguale al mazzo mamelucco ed a quello internazionale di oggi. Frate Johan ha dimenticato di descrivere i quattro segni.
Frate Johan riporta segnala varianti di mazzo contenenti Regine al posto dei Re, o due Re e due Regine con i loro marshalli.  Descrive mazzi con cinque o sei Re, forse voleva dire cinque o sei semi, coi marshalli. Commenta mazzi con quattro Re, quattro Regine eccetera fino a mazzi di sessanta carte.
Sorprende che nel 1377 esistessero già tante varianti di mazzo. La data attribuita dal compilatore del 1429 sembra imprecisa. Questo documento certifica senz'altro che nel 1429, anno della trascrizione, il gioco aveva un successo straordinario e conosceva già varianti di mazzo. Vi sono riportate, per la prima volta, la presenza di figure femminili, che entreranno nel mazzo francese.

Regina di cervi, Stoccarda (1430 ca)

1378 Regensburg. Editto in cui vari giochi incluso spilen mid der quarten (carte), sono punibili con multa se giocati per poste più alte delle permesse.
1379 Viterbo. Cola di Covelluzzo nella sua Chronica di Viterbo riporta:  Anno 1379. Fu recato in Viterbo il gioco delle carte, che in Saracino parlare si chiama Nayb. Questo importante documento certifica che i naibi erano un gioco arabo di carte arrivati di recente. Rinsalda il collegamento tra le carte europee ed il mazzo arabo, dove vi era la figura del Naib.
1379 San Gallo, Svizzera  Sono proibiti i giochi di carte alle classi basse. Nel 1364 un editto simile non menzionava le carte, ma nel 1379 erano già arrivate al popolo.
1379 Costanza, Germania
1379 BRUSSELS il 14 maggio il duca Wenceslao di Lussemburgo e la duchessa Joanna del Brabante comperano mazzi costosi. Altri successivi acquisti fatti poco dopo da principi e da privati ci conferma che il gioco era popolare alla corte, dove  il libro contabile ci racconta che si giocava forte e che il gioco impazzava.
1380 Barcellona,  viene menzionato un gioco (mazzo) di carte di quarantaquattro pezzi.
1380 Perpignano, Catalogna, vieta i naips.
1381 Marsiglia: un certo Jacques Jean in partenza per Alessandria d’Egitto promette davanti a notaio di non giocare durante il viaggio, nè a dadi, nè a scacchi, nè a nahipi.
1382 Barcellona. Decreto contro il gioco d’azzardo che veniva urlato per strada: Uno gos jugar a nengun joch de daus, ni de taules, ni de naips.
1382 Lilla vieta di giocare a dez, as taules, as quartes (carte), ne a nul autre geu quelconques.
1384 Valencia, El Consejo de Valencia probisce un novel joch appellat dels naips, il nuovo gioco dei naibi. Incuriosisce il fatto che definiscano ‘nuovo’ un gioco già popolare nella non lontana Barcellona.
1387 Castiglia. Un editto di re Giovanni I cita le carte tra i giochi proibiti.
In alto a sinistra, la Regina di cervi, del mazzo europeo più antico rimastoci, Wurttemberg 1430 ca.

La documentazione si moltiplica in tutta Europa, dalla Boemia al Portogallo, dalla Sicilia alle città anseatiche del Baltico. Al volgere del secolo, le carte erano diffuse e praticate in tutto il Vecchio Continente, creando un fenomeno storicamente e sociologicamente rilevante.

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Raffigurazione

Le carte da gioco sono raffigurate. Al loro arrivo la comunicazione e l’evocazione erano prevalentemente lasciate alla parola. Le raffigurazioni conosciute erano libri miniati, statue e affreschi, la cui produzione era limitata e di ambiente ecclesiastico e nobiliare.
Alla fine del Trecento, le sole raffigurazioni popolari erano i santini, prodotte dalle prime stamperie con largo intervento della manualità. Nel gioco, le raffigurazioni erano confinate agli scacchi, coi pezzi bianchi e neri ad evocare le corti e gli eserciti schierati in battaglia. Per il resto, i giochi popolari erano dadi, pedine e tessere. A sinistra, il Fante di bastoni del mazzo Rotschild.
La potenza evocativa e rappresentativa delle raffigurazioni talvolta spaventa: nel primo medioevo un forte e diffuso movimento, l’iconoclastia, le proibì perchè blasfeme, limitando la comunicazione religiosa alla Parola divina, riprodotta per iscritto. I principii iconoclastici sono oggi vivi nell’Islam e nel Cristianesimo ortodosso.

Foglio non tagliato non colorato (Italia XV sec.) Cavalli di denari e coppe, Re di coppe, spade, denari e bastoni.
Fante di Bastoni, Ferrara 1460 ca.

Sopra, un foglio italiano non colorato del XV secolo: Cavalli di denari e coppe ed i quattro Re.
La raffigurazione articolata e colorata dei pezzi del mazzo di carte colpì immediatamente la sensibilità di tutti, nobili, ecclesiastici, mercanti e plebei. Come sempre quando arriva una cosa nuova, i primi fruitori furono i membri delle classi alte: in quegli anni erano il clero e la nobiltà. Questi si fecero produrre mazzi da artisti che ne profittarono per interpretare e rappresentare. Vennero disegnate numerose varanti iconografiche in tutta Europa. La sperimentazione proseguì per tutto il Quattrocento. Vennero ideati nuovi semi e nuove figure di corte, vennero ritratti papi ed imperatori, vennero ideati mazzi didascalici, metaforici e trionfali. La creatività della fine del Trecento e del Quattrocento creò mazzi locali che talvolta sono giunti fino a noi.
A sinistra, il Fante di bastoni del mazzo Rotschild, Ferrara, 1470 circa.
I giocatori vogliono giocare giochi conosciuti, con mazzi conosciuti. Le stamperie vogliono riprodurre lo stesso mazzo, con le stesse mascherine e stampini e lastre. Con il consolidarsi della popolarità e della diffusione del gioco, i mazzi didascalici o d'invenzione non ebbero più la possibilità di innovare l'iconografia e la struttura del mazzo da gioco corrente. Diventarono curiosità, talvolta mirabili, ma isolate e fini a sè stesse.

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Struttura del mazzo di carte

La concezione e la struttura del mazzo del Topkapi è perfettamente costruita e viva ancora oggi. Consiste di quattro ordini di tredici pezzi ciascuno, numerati dall'uno al tredici.
E’ uno strumento molto più duttile dei dadi. Ogni dado porta solo sei numeri per altrettante facce, ed  ogni faccia in gioco esclude le altre cinque. Ogni carta è unica ed è individuata dalle due coordinate del numero e del seme. Le combinazioni tra i cinquantadue pezzi numerati in gioco simultaneamente sono elevatissime. Le rivoluzionarie caratteristiche del nuovo strumento di gioco sono state l'identità di ciascuna carta, la numeralità e la gerarchia di ogni ordine.
L'identità di ogni carta consente giochi di combinazioni semplici, come nella Bassetta, dove bisognava che la propria carta coincidesse con quella del banco. La numeralità consente giochi appunto numerali, dove la dinamica è determinata dal rapporto matematico tra carte, come l'odierna Scopa. La gerarchia all'interno di ogni ordine permette giochi cosiddetti di presa, come l'odierno Tressette.
Quanti giochi e con quanti giocatori si possono fare, inventare, variare, con un mazzo di carte? I dadi si lanciano, sperando nella buona sorte. Le carte sono in mano, e vanno gestite, rendendo spesso determinante la capacità speculativa del giocatore. La possibilità di avere accesso, con materiale povero, a molteplici opzioni, ha fatto del mazzo di carte il principale strumento ludico che ci accompagna da quasi sette secoli.
Oggi sappiamo che l’apprendimento si sviluppa nei bambini dai due mesi ai novant’anni con il gioco. I giochi di carte stimolano la socialità, la capacità di speculazione e di memorizzazione della gente. Le carte, insomma, migliorano noi e la nostra vita.
Il gran numero di varianti di gioco inventate nei secoli rende il nostro lavoro di mappare e storicizzare i giochi particolarmente difficile e stimolante.

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Quattro semi

Semi italiani e francesi, sec XV

I semi sono divisi in lunghi (spade e bastoni) e corti (coppe e denari). Nel mazzo francese sono divisi in neri (fiori e picche) e rossi (cuori e quadri).
Come visto nel  paragrafo sul mazzo dei Mamelucchi nel capitolo dell'Origine delle carte da gioco, dai mazzi europei scomparvero subito le mazze da polo, sport sconosciuto in Europa, sostituito dalle bastoni. Queste divennero lunghe aste levigate nel mazzo italiano, clave corte e nodose nei mazzi spagnoli. L'interpretazione spagnola avrà la meglio su quella italiana.
Le curve scimitarre saracene diventarono in Spagna daghe corte e diritte, ma restarono lunghe e curve nel mazzo cosiddetto italiano. Le carte bresciane e le carte della Primiera bolognese, i tarocchi bolognese e piemontese e i tarocchi di Marsiglia hanno le spade italiane. Altri mazzi, come quello napoletano e quello piacentino, hanno le spade spagnole.
I semi corti di denari e coppe hanno stimolato interpretazioni iconografiche localmente diverse, ma restano immediatamente riconoscibili ed omogenei in tutti i mazzi europei.
La struttura originaria del mazzo diviso in quattro ordini resta largamente dominante dappertutto. Dopo sette secoli, i semi dei mazzi latini e francese sono ancora quattro. Sopra, i semi italiani e francesi del XV secolo.
Alcuni mazzi della Penisola hanno, da secoli, adottato i semi francesi: sono i mazzi a quaranta carte piemontese, toscano genovese e lombardo.
Salta agli occhi che l’elegante essenzialità grafica dei segni francesi agevola la produzione a stampa delle carte. La tecnica della stampa a caratteri mobili permette, con un carattere a cuore, di produrre tutte le cartine di quel seme.  Le carte latine necessitano invece di un disegno proprio ad ogni carta.
Un'altra variante, presente in qualche mazzo italiano, come quello di Treviso, è ordinato nei quattro semi salisburghesi di campanelle, cuori, fiori e ghirlande.

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Le figure

Cavallo di bastoni e Fante di denari

Il mazzo dei Mamelucchi non ha figure rappresentanti persone, ma solo la loro denominazione scritta. Sono denominazioni tipiche di una corte militare, come erano quelle dei persiani, dei mongoli e dei turchi.
In Europa, a cominciare dall’Italia, le figure vennero invece subito rappresentate. I titoli saraceni furono trasformati in titoli nostrani. Il carattere militare maschile venne confermato: Re, Cavallo e Fante.  La Regina, o Dama, è una variante più tarda, di cui la prima notizia è tedesca, del 1427, data della trascrizione del codice Rheinfelden. La trascrizione indica che l'entrata delle donne nel mazzo è di area germanofona, e che è stata precedente a quella data. In Italia, il mazzo trionfale Visconti di Modrone, prodotto tra il 1442 ed il 1447, contiene numerose figure femminili: la Regina, la Cavallerizza e la Fantina, ma anche la Papessa, l'Imperatrice e quattro delle originarie sette Virtù teologali e cardinali, il che conferma che nelle carte il femminile era stato da tempo incluso nelle sperimentazioni di mazzo dei primi decenni europei. Spesso la Regina è stata inserita tra le altre tre figure. Alla fine del Quattrocento i francesi definirono la loro corte di tre figure sostituendo il Cavallo con la Dama.
Lo standard definitivo del mazzo di carte universale restò su tre figure sia nei mazzi latini che in quello fancese. La corte a quattro figure sopravvive nel mazzo dei tarocchi.
Accanto, Cavallo di Bastoni e Fante di Denari.

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Popolarità dei giochi di carte

Ambraserspiel, 1460 ca

Nel XIV secolo la novità di moda fu appannaggio delle classi alte. Le varianti di gioco si moltiplicarono. Le corti italiane ed europee fecero miniare mazzi originali talvolta per giochi originali. Nel Landesmuseum di Stoccarda, ad esempio, è conservato il mazzo europeo più antico pervenutoci, ne abbiamo 49 carte (in origine 52). Appartenne ai duchi di Baviera ed è datato intorno al 1430. Le carte numerali (da 1 a 9) sono divise in Anatre, Falconi, Cani e Cervi e le carte di corte hanno figure maschili per i semi relativi agli uccelli e femminili per i quadrupedi. La carta della Regina di Cervi è riportata qui sopra al paragrafo 'L'alluvione delle carte da gioco'.
Un altro mazzo del genere, appartenuto al ramo di Innsbruck degli Asburgo intorno al 1440-45, oggi conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, ha per semi Aironi, Falconi, Cani e Piumagli. Alcune carte sono riportate a destra.
Gli artisti creavano varianti al mazzo originario e lo personalizzavano secondo i gusti del tempo e del principe. Varianti di gioco inventate a corte diventavano varianti di mazzi minati.
In Italia nacquero molti mazzi. Tra le varianti quattrocentesche nostrane, il mazzo dei tarocchi ha un posto preminente nella storia delle carte da gioco, alla cui nascita dedichiamo un intero capitolo.  I tarocchi oggi vivono da due secoli un nuovo momento di splendore grazie alla cartomanzia.
Anche fuori delle corti si giocava entusiasticamente al nuovo gioco. Localmente si crearono e si stabilizzarono nuovi semi, fiori, campanelle, arredi, cuori, strumenti di caccia, picche, animali. Le stamperie si diedero da fare, moltiplicando e normalizzando i mazzi.

La diffusione delle carte da gioco, iniziata nelle corti e proseguita nei salotti, si completò con l'arrivo nelle taverne. Alcune proibizioni del Trecento fanno sospettare che fossero dirette ad impedire il gioco alle classi basse, come nell'editto di san Gallo del 1379. Nel 1405 a Bologna le carte vennero sottoposte a dazio, segno che erano un articolo di commercio significativo, quindi erano largamente prodotte e frequentate. Abbiamo notizia di produttori di carte nel 1427 a Bologna. Nel 1463 la corte estense cessò la produzione propria di carte per comperarle sul mercato.
La popolarità e la diffusione comportarono l’unificazione dei mazzi locali in strutture ed icone riconoscibili da tutti. La gente non poteva giocare con mazzi variati dal capriccio dell'artista del principe o del produttore. Tantomeno le stamperie volevano cambiare frequentemente soggetto e grafica. (Nella figura, qui sotto, giocatori in osteria del XV secolo.) Il processo di normalizzazione porterà alla stabilizzazione della struttura italiana del mazzo su quattro semi, con sette o dieci cartine, capeggiate da tre figure di corte. Tra le poche eccezioni, il mazzo dei tarocchi che ha quattro figure di corte.

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