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Girolamo Zorli

I maestri della Primiera di Pietro Aretino

 

 

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Pietro Aretino e la Primiera

Le Carte parlanti di Pietro Aretino sono un dialogo tra le Carte da gioco e un fabbricante di carte, Padovano Cartaro. Riportano vari giochi di carte e si soffermano particolarmente sulla Primiera. L'opera, l'autore e i giochi, Primiera compresa, sono discussi nel mio saggio Le carte parlanti, i giochi di Pietro Aretino.

Riguardo alla Primiera, abbiamo un primo spunto da una lettera che Pietro Aretino scrisse al Padovano Cartaro il 7 luglio 1543 : a voler laudar la diligenza de la bella manifattura di si fatti lavori (carte e tarocchi miniati) non bastarebbero le lingue di mille primieranti. I primieranti mi sembrano i giocatori di Primiera. Se così fosse, Aretino darebbe un'immagine concreta del successo del gioco nella prima metà del Cinquecento.

Riporto qui alcuni brani relativi alle coloriture dello splendido gioco della Primiera, commentandoli. I testi sono tratti da Pietro Aretino - Le Carte Parlanti, a cura di Giuseppe Casalegno e Gabriella Giaccone, Sellerio Editore, Palermo 1992. I brani citati sono corredati dal numero di pagina in cui si trovano.

Pietro Aretino considerava il gioco delle carte metafora della guerra. .. l’animositade altrui è conosciuta nel giuoco come nelle pugne (pag. 132). Per giocare, erano richieste virtù militari : forza, astuzia, psicologia, prudenza e analisi. Il gioco vero era quello dove ci si giocava il primo sangue, (pag. 324) il denaro. Ci pare di dire che si cacano sotto di gran baccalari nel giocare e nel combattere (pag. 132), i grandi ecclesiastici se la fanno sotto.

Va da sé che il gioco principe fosse la Primiera, che ne i suoi misteri sono gli scaltrimenti, le insidie, le finzioni, gli stratagemmi che si contengono ne gli agguati militari (pag. 127).

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Nobiltà della Primiera.

Girolamo Cardano
Francesco berni

Alle pagine 94-95, le Carte raccontano che un gran giocatore di Primiera, tal Pecori, non distingueva i giuochi patrizi da i plebei, e pur che fosse invitato, avria fatto a flusso, a la condannata, a sequenza, al trenta e a qualunque usano le donnicciole non che i brandini.

L’Aretino considera la Primiera gioco da patrizi, e gli altri giochi citati roba da donnicciole. Il contemporaneo milanese Girolamo Cardano definì la Primiera omnis nobilior, il più nobile dei giochi. Francesco Berni diceva di essere disposto a stare tre gioni in piedi solo per guardare giocare. La Primiera era il gran gioco del Cinquecento.

Conosciamo, grazie a Francesco Berni e a Girolamo Cardano, il gioco della Primiera cinquecentesca. Era un brillante gioco d’invito, cioè di puntate, del tipo dell’odierno poker. Per la descrizione delle regole, cliccate il link.

A pagina 127 leggo : Or, con sopportazione vostra, pedanti, diremo che per essere la primiera ne le sua azioni premossa non solo da la prudenzia de i germini, da lo ingegno de i tarocchi e dal giudizio de la bassetta, ma da la discrezione, da la misura e da la circostanzia di tutti gli altri giuochi, è, tra le varietà del giuocare, quel ch’è la badessa in le suore. La Primiera richiede tutte le abilità necessarie in ciascun altro gioco ed è tra i giochi come la badessa tra le suore. Gli altri giochi di gradimento dell’Autore sembrano essere i Tarocchi, i Germini e la Bassetta. Non a caso sono i giochi più citati in questo testo.

A pagina 336 trovo un altro riscontro. i facchini ... in scambio della memoria, tengono in capo una certa materia che gli ricorda le cose come se sognassero; e, per avere tanto disegno quanto discorso, non escono de la trappola né de i trionfetti, avenga che la primiera o altro giuoco nobile non fa per tali. I facchini giocano a intuito, la Primiera non fa per loro, e si fermano a giochi come la Trappola e i Trionfetti. Per la verità, un genio rinascimentale come Girolamo Cardano scriverà della Trappola, magnificandola come gioco che richiede grande attenzione e memoria.

 

Il gran desco dei maestri della Primiera

Veronese - Nozze di Canaan, part.-1570

Carte : Or poni un gran desco circondato da gli scanni in cui seggono i maestri della primiera.

Padovano : L’ho posto.

Fante d'ascia del XVI secolo

Carte : Mira i danari che tiene davanti ognuno.
Padovano : Gli miro

Carte : Considera la faccia di tutti.
Padovano : La considero.

Carte : Penetra nel cuor di ciascuno.
Padovano : Ci penetro

Carte : Da’ cura al lor procedere.
Padovano : Ce la do.

Carte : Bada a come stan saldi.
Padovano : Ci bado.

Carte : Misura l’arte che usano.
Padovano : La misuro. (130-131)

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Gioco metafora della guerra che si sviluppa, dagli assalti nascono le giornate (130), con scaramucce iniziali di inviti e di vada : Agguattansi le schiere dei militi ne lo ascoso dell’imboscata e, co’l mandare alcuni cavalli a tentare lo affronto de la parte opposita, uccellano a la occasione del sottometterla; e le torme de i giuocatori si occultano nel secreto del punto e, con lo spingere innanzi certi vada magri, guardano di aventarsi a quel resto che fa zoppicare dal piede buono (128). Schermaglie che terminano in battaglie campali di resti, con riti preparatori, con scelte di gioco importanti, con studio della psicologia altrui e delle mosse degli avversari, gioco dove contano l’abilità, il depistaggio, le finte, la determinazione quella faccia, quel cuore, quel procedere, quella saviezza e quell’arte, che appare in coloro che tendano insidie al nimico, si vede in quegli che amano rimborsarsi il compagno (130). Come nelle imboscate, i giocatori si acquattano sul punto di due carte di uno stesso seme, sperando di riceverne altre di quel seme, e mettono in piatto magri vada, pochi soldi, guardandosi bene dal rischiare un resto

Uccello - Battaglia di san Romano III

E’ importante la prudenza, chi negarà che la prudenza non sia una delle prime virtù divine (47) ? bisogna stare attenti agli scarti e valutare cosa si nasconda nella mano altrui. Gli inesperti de la guerra isprezzando ciò che gli si scopre come devrien temere quel che gli si cela, non si tosto si calano verso il zimbello che gli adesca, che son trattati nel modo che si trattano i sempliciotti nel pensarsi che il vada che gli si para dinnanzi non abbia spalla veruna (130). I sempliciotti imprudenti che non valutano bene l’andamento del gioco vengono adescati da un vada, che ritengono debole.

Il coraggio è necessario per affrontare le puntate maggiori, ma il volere un giocatore coraggioso tenerle tutte, se le trova alla fine in mal pro, il temere anco d’ogni invito che il caccia, è di suo molto pregiudizio (147-148). Chi le tiene tutte, chi accetta tutte le puntate, finisce male. Chi scappa ad ogni invito, ad ogni piccola puntata iniziale, pregiudica il suo gioco.

Occorre prudenza, astuzia, coraggio, ma anche scarti azzeccati e cambi felici, senza trascurare i soldati semplici, le carte basse. A pagina 132 le Carte avvertono : chi pone a monte i nostri due, i nostri tre, i nostri quattro, onde per una certa dimostrazione, voglia o non voglia chi ci scarta per disutili, operiamo sì che in cinquantacinque si rimangono in secco, bontà dei flussi che sanno fare i nostri più tristi numeri (132). Chi scarta le carte di minor valore sperando di rimpiazzarle con carte più alte, stia attento che i 55 perdono dai flussi fatti con le carte basse. Il flusso era la combinazione di quattro carte dello stesso seme, mentre i 55 erano la combinazione delle tre carte più alte, cioè Sette-Sei-Asso dello stesso seme. Va da sé che la maggior parte delle carte di un seme è composta di pezzi di minor valore.

Paolo Uccello - La battaglia di san Romano II

Non bisogna farsi abbagliare da belle carte. Carte : Ecco la nostra primiera un con tre setti e, mentre crede, anzi tien per certo di far con essi miracoli, una figuraccia ribalda gli sottomette a un trentatré…. Che di’ tu di quel trentanove in due carte che sì di rado confronta il cinque o l’asso ? (277-278) I Sette erano le carte più alte della Primiera. Tre Sette erano belli a vedersi, ma valevano zero se non venivano accompagnati da una qualsiasi carta del seme mancante. Se la quarta carta di seme mancante non arrivava, i tre splendidi Sette venivano battuti da un miserrimo punto, per esempio un 33, composto da due banali cartine basse dello stesso seme. Il 39 in due carte era composto da un Sette e un Sei dello stesso seme, che facevano un gran bel vedere, ma raramente si riusciva a farli accompagnare dall’Asso o dal Cinque dello stesso seme. …ecco (mentre si contrasta co’l voglio e co’l non voglio) scartando carte e togliendo carte, bisognava valutare le possibilità di sviluppo delle carte possedute, azzeccando gli scarti.

Il coraggio, virtù guerriera. Quando l’avversario con volto feroce punta forte, vedi lo sbigottimento che turba le fanterie nel sentir dare a l’arme, onde, se bene ognun mostra de la ferocità che gli bisogna, i cuori di molti la danno a gambe col fare a salvarsi (131). Fare a salvare era un accordo preventivo spiegato da Berni, col quale i due contendenti finali si accordavano per la restituzione al soccombente di quello che aveva puntato.

Con certi tremebondi, chi si è mai imbattuto a vedere i visi di certi bravi in camera, allora che la vergogna e la forza li sospigne a darci dentro, quando sono costretti dalle loro belle carte a puntare forte vedi la fronte di quei miseri che doppo il tener del resto che gli contamina, che dopo avere messo in piatto il loro resto pesante, tutti i loro soldi, muti e tremanti si credano che per via de lo scoprirci a poco a poco e per mezo del rivoltarci in su e in giù, che i sei e i sette, overo i flussi e le primiere, si ristampino ne le carte avute muovendosi scompostamente aprono le carte lentamente sperando che la lentezza dello scoprimento aiuti a chiudere flussi o primiere o a ricevere dei Sei o dei Sette in virtù di quel discreto dito che ci intrattiene il più che si può con la soavità de l’avertenza che li dimena (131-132).

Paolo Uccello - La battaglia di san Romano III

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Una mano contestata di Primiera.

Riporto una mano di Primiera descritta dal Padovano (188).

Carte ; Conterò un caso nato in Venezia, per anco non sentenziato.

Giocando messere Vincenzio Schiavoni, la signora Caterina Sandella, madama Marietta Novegrai, madonna Margherita Spinea e donna Chiara Chiarini, accade che lo Schiavoni dà le carte e, dandole, ecco che la Sandella invita, la Novegrai lo tiene insieme con la Spinea, la quale soggiugne di mezo scudo, la signora Caterina sta sospesa, intanto lo Schiavoni guarda le carte con dirle :”Che pensate, volete voi fare a parte di questa posta meco?”

“No” risponde la Sandella.

“Tenetela a mezo” le dice il signor Bortolo suo consorte che si stava a veder giocare ed ella :”Io son contenta”.

Vengono date due carte a testa. Caterina e Marietta mettono un invito, la Spinea aggiunge mezzo scudo, Caterina ci pensa e lo Schiavoni le propone di dividere con lei il mezzo scudo. Lei rifiuta nonostante l’invito del marito ad accettare.

In cotale spazio le carte si danno e, innanzi che le s’iscoprino, messer Vincenzio dice: “D’uno scudo, che la signora Caterina la perde” ; ed ella che no, e così gioca via.

Or, fornito di dar le carte, la Sandella guarda le sue e, vedutoci flusso, lo accusa. In quello la Novegrai dice “Anch’io ci sto”.

“Vada dunque” risponde la signora Caterina, e madama Marietta . “Di due scudi più?”, e la Sandella “Del mio resto”: la qual cosa udendo la Novegrai, pensatoci su un poco, lo ricusò.

Mentre vengono date nuove le carte, lo Schiavoni dice “Gioco uno scudo che Caterina perde”, ma Caterina continua a rifiutare. Viste le nuove carte, Caterina fa flusso e lo accusa. Marietta ci sta, Caterina rilancia del suo resto, Marietta ci pensa un po’ e passa.

In questo la signora Caterina mette a monte le carte e, rimescolatele, vuole tirare lo scudo messo da messer Vincenzio, al che ella la vincerà.

In tal mentre madama Marietta scopre flusso, onde la Sandella grida : “Io l’aveva migliore di lei e, quando ben l’avessi avuto, ella non volse l’invito; e che sia il vero dimandisene e quel che faceva seco a metà e ogni altro.”

Caterina pensando di avere vinto getta le carte, ma Marietta scopre flusso. Caterina grida “L’avevo migliore di quello! E comunque lei non ha tenuto l’invito, chiedetelo a tutti.”

Così dicendo stende la mano per tirare anco il piatto de la posta de la Novegrai, onde ella dice “Signora Caterina, io non parlo che voi aveste né meglio né peggio, dico ben che, se voi foste un uomo, che vorrei tirare a ogni verso, ma da che son femina, parmi che né voi né io perdiamo”.

“Oh non siete voi fugita ? Sì poi” rispose ella “come anco averesti fatto voi se messer Vincenzio non era; oltra di ciò. Io non pure ho tenuto le carte, ma vi ho mostrato il flusso che ben si sa, ché chi vuol vincere bisogna far così”

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Posto online il 30 settembre 2011

Ultimo aggiornamento il 30 settembre 2011.

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