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 Girolamo Zorli

I giochi di Francesco Berni

 

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I testi

Seguiamo qui due testi di Francesco Berni, il Capitolo sopra il gioco della Primiera, abbreviato in CAP, e il Commento al Capitolo della Primiera, abbreviato in COM. I brani trascritti sono riportati in corsivo e seguiti tra parentesi dall'opera e numero di pagina.

I Tarocchi.

Il Mondo - Ferrara 1470 ca.

Il mazzo dei Tarocchi è ottenuto aggiungendo ai quattro semi italiani di quattordici carte ciascuno un quinto seme di briscole chiamato di ventun carte più il Matto chiamato trionfi. Il mazzo consisteva quindi di 14 carte numerali x 4 semi +21 trionfi + il Matto per un totale di 78 pezzi. Con questo mazzo si gioca ancor oggi ad un gioco di presa e taglio in cui i trionfi fungono da briscola.

Parlando di questo gioco, Berni nel Comento al Capitolo della Primiera (abbreviato in COM), così se ne beffa :
... un altro più piacevolone di costui, per intrattenere un poco più la festa e dar piacere alle brigate a guardare le dipinture, ha trovato che' tarocchi sono un bel gioco, e pargli essere in regno suo quando ha un numero di dugento carte, che a pena le può tenère, e, per non essere appostato, le mescola così il meglio che può sotto la tavola. (COM pag 18).
E' questa una delle prime menzioni conosciute alla nuova e misteriosa denominazione di gioco dei Tarocchi, denominazione che ha sostituito quella quattrocentesca di gioco dei Trionfi. Dar piacere alle brigate a guardare le pinture è ironico, ma è anche un implicito riconoscimento alla bellezza del mazzo. Il numero di duecento carte è farsesco, sottolinea la comicità del giocatore intento a mescolare un mazzo di 78 grandi carte. La minor maneggevolezza del mazzo dei tarocchi è spesso irrisa dai denigratori di questo gioco.

Fante di Coppe - Ferrara 1470 ca.

La parodia berniana contro i Tarocchi prosegue :
Viso proprio di tarocco colui a cui piace questo gioco; ché altro non vuol dir tarocco che ignocco, sciocco, balocco, degno di star tra fornari e calzolari e plebei a giocarsi in tutto dì un carlino in quarto a tarocchi, o a trionfi o a sminchiate che si sia : che ad ogni modo tutto importa minchioneria e dapocaggine, pascendo l'occhio col sole e la luna e col dodici, come fanno i putti. (COM. pag 18) Il significato di tarocco per sciocco e babbeo pare confermato nell'Italia settentrionale da alcuni documenti coevi trovati da Andrea Vitali. Il carlino era una moneta di poco valore. La menzione a tarocchi, o a trionfi o a sminchiate che si sia sembra alludere a giochi fatti con mazzi di Tarocchi, se non addirittura a tre denominazioni d'uno stesso gioco.

Rileggiamo la frase : giocarsi in tutto dì un carlino in quarto a tarocchi, o a trionfi o a sminchiate che si sia. Sono citati tre giochi, i Tarocchi, i Trionfi e le Smichiate. Il che si sia finale a prima vista sembra omogeneizzare come giochi popolari correnti, e più precisamente a giochi di tarocchi.

Il Vecchio - Ferrara 1470 ca.

Le Sminchiate sono un gioco sconosciuto. Sminchiare è entrato nel gergo dei Tarocchi di Bologna nel senso di giocare briscole, trionfi. Sminchiate assomiglia molto a Minchiate. Nel Quattrocento, il gioco delle Minchiate toscane è ricordato tre volte senza collegamento al gioco o mazzo dei tarocchi-trionfi, e in un caso è decisamente scollegato dal gioco dei Tarocchi. Nel Cinquecento ricordo una sola menzione a delle Menchiate, quella dell'Aretino ne Le Carte Parlanti del 1543, come gioco plebeo non di Tarocchi. Nella scarsezza delle fonti, ritengo che Berni affastelli giochi uniti a suo dire dalla pratica plebea (fornari, eccetera) del gioco a quattro giocatori (in quarto), dalla noiosa lunghezza (in tutto dì) e dalle poste basse (un carlino). Meno probabile mi sembra che le Sminchiate fossero una variante di gioco di Tarocchi, che non è sopravvissuta e che non aveva niente a che vedere con le contemporanee Minchiate, né con le Minchiate seicentesche.

Il secondo gioco è quello dei Trionfi. A proposito dei Trionfi, in un altro punto leggiamo  : ..né la ronfa, né la cricca, né i trionfi né la bassetta ha da far cosa del mondo con essa (la Primiera). Questo è fastidioso, questo ignobile e da brigatelle, quest'altro troppo simplice, quell'altro troppo bestiale (COM pag 7). La Ronfa era fastidiosa, la Cricca ignobile, i Trionfi troppo semplici e la Primiera bestiale. Sorprende l'attribuzione della semplicità al gioco dei Trionfi. Il gioco dei Tarocchi è considerato tutt'altro che semplice, richiede concentrazione e memoria. Che Berni qui alluda al nuovo gioco dei Trionfi giocato col mazzo ordinario di quattro semi ? possibile, ma altrove Berni chiama questo gioco col mazzo ordinario Trionfi piccoli, come altri suoi contemporanei, che lo chiamavano Trionfetti o Trionfini. Un'altra frase di Berni confonde le acque : Non è la primiera lenta comme i trionfi. I Trionfini non sembrano un gioco "lento", ma i Tarocchi lo possono essere. Mi sembra  che qui Berni chiami i Tarocchi col classico nome di Trionfi. Ne deduco che nel 1528 il gioco dei Tarocchi fosse chiamato ancora Trionfi.

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La Bassetta

Re di Spade - Ferrara 1470 ca.

Facciasi madonna bassetta innanzi, che se le tira così forte che le pare essere un grand'uomo ... ha tanta riputazione che son molti che non vogliono giocare ad altro gioco (COM pag. 12). Nel Cinquecento, il successo della Bassetta fu grande quanto quello della Primiera : è grandissimo argumento di quanto sia l'una da più che l'altra (COM pag. 12). Berni la descrive così : chiamare un numero o una figura a beneficio di colui a chi prima verrà... chiamano la bassetta il gioco della carità, perché si dà prima la carta ad altri che a sè. Come dice l'Aretino ne Le carte parlanti, si chiamava un punto, per esempio il sette, o una figura, per esempio il cavallo, e si puntava. "Sette a uno scudo". Il mazziere scopriva la prima carta, se questa era un Sette vinceva chi aveva puntato. Se non era un Sette, il mazziere scopriva la seconda carta. Se questa era un Sette vinceva il mazziere. Se nessuna delle due carte era un Sette, il mazziere estraeva, una dopo l’altra, un’altra coppia di carte. Il successo della Bassetta era dovuto alle sensazioni forti date dall’attesa di un risultato nel bene e nel male definitivo. Leggiamo (vv. 22-24) :

Chi dice egli è più bella la bassetta
per essere presto e spacciativo gioco,
fa un gran male a giocare s'egli ha fretta.

L’anima della Basetta era l'altalenarsi dell’ansia e dell’angoscia del breve momento in cui veniva scoperta la prima carta della coppia e della speranza nel momento in cui veniva scoperta la seconda. Che consumamento d'animo, che ansietà (COM pag. 34). Era un gioco di pura vertigine e casualità. Nel Commento a pag. 19, Berni scrive che (la Bassetta) è bel gioco per essere presto e spacciativo… oh, se tu l’ha così in sommo, … a dirla come si deve mostri di giocare per marcia avarizia, non per piacere, a che consumare quel poco di tempo in aspettar la prima o seconda…. Poi che una volta  è chiamato il punto e scoperte le carte, vedersi sempre la morte innanzi, il rasoio alla gola, stare con ansietà, con un tormento crudele, aspettando che venga quel che tu vuoi, o il mal anno e la mala pasqua a un tratto !

Dio il perdoni al magnifico Lorenzo di Medici il vecchio (Lorenzo il Magnifico), che, sendo stato in tutte le sue azioni prudentissimo…. In una certa sua canzonetta carnevalesca la quale ha il titolo da’ confortini, parlando di questa maledizione, parve che volesse laudarla anche egli da questa parte, quando disse : Questa bassetta, spacciativo gioco/ Si può far ritto ritto in ogni loco; Ma se egli ha in sé un mal, che dura poco, ecc.

Sorprende questa interpretazione berniana. Nella Canzona dei Confortini del 1478 circa, i giocatori di Bassetta sono irrisi e paragonati a chi subisce sodomia (cfr. Canzona). Rileggiamo Lorenzo :

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Lorenzo de' Medici

O a "sanz'uomo" o "sotto" o "sopra" chiedi ;

e ti struggi dal capo infino a' piedi,

infin che viene ; e quando vien poi, vedi

stran visi, e mugolar come mucini.

Chi si trova di sotto, allor si cruccia,

scontorcesi, e fa viso di bertuccia,

che'l suo ne va; straluna gli occhi, e succia;

e piangon anche i miseri meschini.

Chi vince, per dolcezza si gavazza,

dileggia e ghigna, e tutto si diguazza;

credere alla Fortuna è cosa pazza,

aspetta pur che poi si pieghi e chini.

Questa "bassetta" è spacciativo giuoco;

e ritto ritto fassi, e in ogni loco;

e solo ha questo mal, che dura poco;

ma spesso bea chi ha i bicchier piccini.

Tiziano - L'Aretino

Non sembra proprio che il Magnifico avesse una grande opinione della Bassetta e di chi la giocava. Lorenzo cantò che piangono anche i miseri e i meschini, irrise gente dai bicchier piccini con visi da bertuccia. Dice chiaro e tondo che credere alla fortuna è cosa pazza. Abbiamo la sensazione che Berni abbia largamente frainteso le parole di Lorenzo de’ Medici.

Il giudizio di Berni sulla Bassetta  è dunque negativo, e viene ribadito anche nel Capitolo della Primiera (vv. 27-31) :

ell'è troppo bestiale,

pone ad un tratto troppa carne a foco;

come fanno color c'han poco sale,

e que' che son disperati e falliti

e fan conto di capitar male.

Berni insiste sul concetto che la Bassetta è gioco d’azzardo immediato, bestiale, senza difesa, di pura fortuna. A pagina 22 del Commento viene ribadito : … chi per non perder tempo si mette a giocare alla bassetta… disperati, falliti e perditempo. Un gioco per disperati e falliti che si lamentano di essere stati sfortunati. Anche l'Aretino lo definisce gioco dei disperati, Girolamo Cardano usa per la Bassetta le stesse parole, ludus desperatorum.

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La Ronfa

Il Carro - Ferrara 1470 ca.

Alcuni bravi, che fan profession di iudicio,  vorranno combattere in camiscia che la ronfa è gioco bellissimo al possibile, perché lo trovò el re Ferrando, perché ci bisogna grandissima memoria in tenére a mente quello che è dato, industria in invitar l'ultima, cervello a saperla tenére... (COM, pag. 18). Quelli che si professavano intelligenti si battevano eroicamente per acclamare il bellissimo gioco della Ronfa. La Ronfa è qui detta gioco inventato dal re di Napoli Ferdinando o Ferrando d'Aragona (1424 - 1498). Questa nomea dell'invenzione reale della Ronfa è riportata anche da Ugo Caleffini nel 1475. I maggiori studiosi ritengono che fosse gioco di origine italiana, probabilmente napoletana. Berni la ricorda cinque volte, dandoci l'impressione che fosse un gioco diffuso e praticato. Tra l'altro scrive che Carte a monte è parola peculiare della ronfa… (COM pag 23), un'espressione di gioco che troviamo in molti i giochi di allora e che è arrivata fino ai giochi dei giorni nostri. Ebbe notevole successo anche in Francia, dove è sospettato di avere generato il gioco del Picchetto.

La Ronfa era un gioco praticato con mazzo ridotto a 48 carte grazie all'esclusione dei quattro Dieci. La dinamica è ignota, ma sappiamo che era giocato con nove carte in mano e bisognava costruire lunghe serie di carte forse consecutive dello stesso seme, dette appunto ronfe. Vinceva chi collezionava la ronfa con  carte di maggior valore. La carta più alta era l'Asso seguito da Re, Cavallo, Fante, eccetera. L'opinione di Berni sopra riportata sembra alludere ad un gioco complesso e impegnativo. 

O voi che giocate a ronfa, senza invidia abbiatevi così fatta consolazione, perché io tengo per allegrezza quel piacere che cominci dal dispiacere, non che quello nel quale siano mescolati infiniti dispetti, parendomi che, come dice quel buon compagno, più presto nuoca che giovi quel diletto che non si compera con dispetto. (COM . pag. 18) Dietro queste righe sardoniche del Berni innamorato della Primiera, troviamo conferma che la Ronfa era un gioco pensoso, articolato e complesso. Berni lo ribadisce altre volte nel Commento, definendolo fastidioso (COM pag. 7) e satievole (COM pag.21).

 

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La Pariglia.

La pariglia non è gioco, e forse poco men travagliato che la primiera? (COM. pag 10)

Queste parole criptiche sono tutto quello che Francesco Berni dice del gioco della Pariglia. Pietro Aretino, nemico personale del Berni, dice qualcosa di più : la pariglia è lo intermedio de la primiera come il pan unto de la carbonata… Il gusto che si trae si confà proprio con il tirar de la pariglia in quel tanto che quattro carte diverse, o altrettante di una sorte o tre consimili, la dan vinta o perduta.

Pariglia significa coppia. Ma qui la Pariglia e la Primiera mi sembrano citati come giochi, non come combinazioni. I due autori sembrano d'accordo sulla loro prossimità. Le combinazioni premiate erano tris-flusso-primiera nella Pariglia, quadris-flusso-primiera nella Primiera. In entrambe vi era un tirare, che interpreto come cambio e scarto agonistico.

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Cricca, trionfi piccoli, flusso e trentuno

..né la ronfa, né la cricca, né i trionfi né la bassetta ha da far cosa del mondo con essa (la Primiera). Questo è fastidioso, questo ignobile e da brigatelle, quest'altro troppo simplice, quell'altro troppo bestiale (COM pag 7)

La Cricca è gioco sconosciuto. L'Anonimo predicatore del Sermo perutilis de ludo lo descrive come gioco d'azzardo su tre carte, come il gioco del Flusso. Unica traccia è la sua denominazione : nei tarocchi bolognesi le cricche erano e sono ancora tris o quaterne di carte uguali.

...(abbinsi) la cricca li sbirri, i trionfi piccoli i contadini,  il flusso e il trentuno le donne, (COM pag. 19).

I Trionfi piccoli sembrano essere il gioco chiamato anche Trionfo, o Trionfini o Trionfetti. La sua longevità ci permette di sapere che era un gioco di presa e taglio praticato col mazzo comune di quattro semi. All'inizio del gioco, veniva scoperta una carta il seme della quale era il seme preposto al taglio in quella smazzata. Aretino lo definiva un gioco da facchini, adatto a gente con scarsa concentrazione e memoria che giocavano d'intuito. Era un gioco divertente e scorrevole destinato a un notevole successo internazionale, la cui dinamica apparentemente semplice è madre di molti popolarissimi giochi dei secoli successivi e dei giorni nostri.

L'anima del gioco dei Trionfetti era il taglio. Le carte del seme preposto al taglio erano chiamate trionfi, dall'omonimo seme dei Tarocchi. Tagliare era detto trionfare. In tutta Europa le carte del seme di briscola erano e sono ancora chiamate trionfi : trump, trump, troep, triumfo, eccetera. Questo fece sì che i Trionfini si appropriassero del nome del gioco quattrocentesco dei Trionfi, che furono costretti ad acquisire il nome misterioso di Tarocchi. E' incerto quando la denominazione passò da un gioco all'altro, e questo crea incertezze nella lettura dei documenti tra Quattrocento e Cinquecento. Qui abbiamo un indizio chiaro che ai tempi di Berni i Tarocchi si chiamavano Tarocchi o Trionfi e i Trionfi piccoli erano un altro gioco con un altro mazzo.

 ... il flusso e il trentuno le donne. Le uniche notizie che ho del Flusso sono di Girolamo Cardano. Era gioco d'azzardo. Si giocava con tre carte e bisognava collezionare carte dello stesso seme. Flusso in gergo toscano significava anche ciclo mestruale. L'irridente Berni, come Lorenzo nella Canzona de' Confortini, abbina il gioco del Flusso alla femminilità. Berni conosceva la Canzona del Magnifico, e a proposito del Flusso ne cita un verso (COM. Pag 21) : Il flusso c’è, ch’è gioco maladetto, ecc. e si trova d'accordo.

Il Trentuno mi è ignoto. Nel Settecento, in certi giochi di carte del tipo dell'odierno Black Jack o Sette e mezzo, il limite era trentuno.

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Posto online il 13 ottobre 2011

di Girolamo Zorli

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