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ACCADEMIA del TRE

Dante, di Sandro Botticelli

Giochi mediterranei antichi

La memoria dei dadi si perde nella notte dei tempi. I romani ne erano giocatori accaniti. Cesare tirò i dadi sul Rubicone. I legionari si giocarono a dadi le spoglie di Gesù.  I dadi di facile costruzione permettono molte varianti di gioco. Si giocava con due o tre o più dadi. Dante nella Commedia (Purgatorio, VI, 1-9) ricorda il gioco a dadi della zara. (Testo preso da Liberliber, il ritratto da Wikipedia.

Quando si parte il gioco della zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara:
con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual da lato li si reca a mente:
el non s'arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, piú non fa pressa;
e cosí dalla calca si difende.

Vescovo e conte, XIII secolo

All’epoca dei Comuni (sec. XII-XIV), in tutta Europa correvano editti e bandi contro i dadi. Dado in latino era Alea, azar in arabo, da cui le parole italiane azzardo e aleatorio.
I romani giocavano anche con la Tabula latruncolaria e a Bellator, giochi d'intelligenza su scacchiera con varie pedine con specifica possibilità di movimento, della famiglia degli scacchi.

Sempre dall'oriente, all'inizio del medioevo arrivarono il domino e gli scacchi. A metà medioevo arrivarono anche giochi operati con tavole e pedine mosse dai dadi, del tipo dell'odierno backgammon. Questi giochi in Europa furono popolari con molte varianti. In Italia vennero praticati fino all'inizio dell'Ottocento. Si chiamavano tavola reale, trictrac, sbaraglio, sbaraglino, gioco dei bussolotti. Erano praticati nelle taverne e nelle corti, come testimoniano Lorenzo il Magnifico, Niccolò Machiavelli, Giuseppe Parini.
I giochi di tavola erano costosi, chiusi dalla struttura del set, della scacchiera, della tavola e dei pezzi.

Alla fine del medio evo, intorno al 1370, ancora da oriente arrivò la rivoluzione: un gioco di quattro ordini di pezzi numerati progressivamente. L'interazione ludica tra i numeri all'interno del loro ordine e con quelli degli altri ordini offriva infinite dinamiche di gioco. Era importante la capacità speculativa del giocatore. Ogni pezzo era individuato e rappresentato da un disegno colorato ed evocativo secondo il suo numero progressivo e l'ordine di appartenenza. Il supporto era un nuovo materiale  più leggero dell'osso e del legno, un materiale più comodo, di buon prezzo. Arrivò il mazzo di carte.

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La carta

Le carte da gioco sono fatte di carta.
La carta è stata inventata in Cina duemila anni fa. La tradizione cinese ne attribuisce l’invenzione a T'sai Lun, dignitario imperiale del II secolo, che riuscì ad ottenere fogli lisci e sottili da un impasto di fibre di gelso e di bambù. Recentemente a Dunhuang (Guanzu) scavi archeologici in una tomba della prima metà del II secolo AC hanno portato alla luce un brandello di carta, con tracciata una mappa. La prima carta moneta è cinese. Come molte altre invenzioni geniali di quel popolo, l'idea della carta non é stata esportata per secoli.

Nel VI secolo, la carta era già nota ai persiani. Gli arabi ne vennero a conoscenza forse già dal 637, ma solo con la conquista di Samarcanda del 731 fecero prigionieri dei cartai cinesi. La carta di Samarcanda, fatta con canapa e lino, diventò presto famosa e distribuita in tutto il mondo islamico. A destra, il viaggio della carta secondo il Museo della Carta di Fabriano.
La carta che giunse in Europa nel XII secolo era un prodotto scadente, se paragonato alla pergamena. Per di più, in piena era delle Crociate, era musulmana. Tuttavia il prezzo l’aiutò, ed il consumo non fece che aumentare. Nel 1228 Federico II ammise le azioni su carta, per vietarne l’uso in documenti ufficiali nel 1231.

Carta a mano

La prima cartiera documentata in Europa è spagnola, del 1144, a Xativa vicino a Valencia. Sembra che vi fossero delle fabbriche attive nella Spagna araba, a Cordoba e a Siviglia, forse precedenti a Xativa. La prima fabbrica di carta italiana documentata è del 1268 a Fabriano, seguita poco dopo da Amalfi.
Le maestranze italiane individuarono tecniche di produzione più efficienti e migliorative delle cinesi e delle arabe. La produzione divenne cospicua, la qualità eccellente. Nel XIV secolo tutta l’Europa importava la carta italiana, che aveva superato i problemi di qualità, costo ed approvvigionamento della araba.
Cartiere sono segnalate a Bologna nel 1293, a Padova nel 1340. Nacquero ovunque delle stamperie, si silografarono Bibbie e santini. La sorgente economia dell’era dei Comuni trovò nella carta il supporto ideale della conservazione e della trasmissione delle informazioni. Inventari di magazzino, opere letterarie, lettere di credito, studi giuridici e filosofici, contabilità. Nel Quattrocento, quasi tutto si trasferì dalla pergamena alla carta, facendone il supporto universale delle informazioni.
Nell'illustrazione, la rievocazione della produzione manuale della carta, tratta dal sito del Museo della Carta di Fabriano

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La stampa

Il copista, sec. XIV

Già i Sumeri nel III millennio AC imprimevano, facendo ruotare dei cilindri sopra i documenti ufficiali. I Cinesi sembrano avere inventato la silografia, stampando disegni su tessuto mediante matrici di legno intagliate a rilievo.
Nel XII secolo l'Università di Bologna accoglieva centinaia di studenti da tutta Europa. La fiorente città felsinea necessitava di produrre testi e codici di leggi copiate a mano per le sue centinaia di studenti. Nel 1293 la filiera produttiva della industriosa città-stato emiliana venne completata con la nascita di cartiere locali. L'arrivo della carta, significativa dalla seconda metà del XIII secolo, abbassò i costi di produzione. A Bologna sembra doversi un primo processo di moltiplicazione e organizzazione di molti fogli in quello che oggi chiamiamo libro.
La riproduzione meccanica cominciò ad affacciarsi con la silografia, ovvero con l'impressione di lastre di legno intagliato, intorno alla metà del Trecento. La lastra intagliata ed inchiostrata sui rilievi veniva premuta contro la carta. Il rapido deterioramento del legno impediva tirature massicce. L'impressione delle sole parti a rilievo richiedeva un secondo intervento, direttamente sulla carta, di colorazione degli spazi vuoti e di ritocco al disegno. La colorazione, aiutata da mascherine, restava largamente manuale.
Gli artigiani italiani erano pronti a produrre carte da gioco fin dal loro arrivo in Italia (1370 circa). A quella data, sono molteplici le testimonianze della produzione seriale trecentesca di testi e santini. Alcuni centri, come Bologna, avevano sviluppato tecniche di produzione seriale, con uso più o meno intenso della silografia e delle maschere di colorazione. Nel 1405 a Bologna le carte da gioco furono sottoposte a dazio, misura che ci indica che a quella data la produzione bolognese dei mazzi era già significativa.

Torchio, XVI secolo.

Fino alla metà del Quattrocento, la produzione grafica seriale rimase scarsamente meccanizzata. Una prima rivoluzione tecnologica fu l'invenzione della calcografia, avvenuta in Germania intorno al 1430. La calcografia consiste in incisioni a bulino, non intagli, su lastre di rame, poi successivamente anche su zinco. L'inchiostro penetra nelle fenditure, l'impressione riproduce su carta il disegno dell'incisione. L'intaglio dei metalli era arte millenaria degli orafi. Molti di loro trasferirono la propria abilità alla nascente industria grafica. Il grande Albrecht Duerer era di famiglia di orefici.
La calcografia presenta molti vantaggi: la lastra metallica è nettamente più longeva, l'impressione della lastra lascia disegni nitidi, l'intervento manuale è molto ridotto rispetto alla silografia. Un ulteriore miglioramento della calcografia avvenne con la tecnica, anch'essa tedesca, dell'acquaforte, che facilita l'incisione e mantiene perfettamente pulita la superficie della lastra metallica. L'acquaforte è databile alla metà del Quattrocento.


Nel Quattrocento l'industria europea della stampa ebbe la sua punta in Germania. In quel secolo in Italia troviamo spesso dei tedeschi nel mondo della produzione di carte da gioco. Limitandoci a Bologna, nel 1427 tal Giovanni d'Alemagna, produttore di carte da gioco, spaccà una brocca in testa a Zohane da Bologna, produttore di carta. Il trasferimento in Italia delle innovazioni tecniche tedesche dovette avvenire velocemente.
Intorno al 1455, Gutenberg inventò la tipografia mediante la composizione con caratteri mobili, rivoluzionando definitivamente la tecnica di stampa dei testi.

L'acquaforte continuò ad essere utilizzata per secoli per la produzione di illustrazioni. Ancora oggi le illustrazioni sono riprodotte in questo modo, con la mano dell'incisore sostituita da tecniche fotografiche e chimiche.
Le carte da gioco latine sono rappresentate da un disegno diverso per ogni carta. La rivoluzione di Gutenberg non diede immediato beneficio alla produzione dei nostri bei mazzi, ma stimolò l'invenzione delle carte francesi, nelle quali il simbolo del seme viene ripetuto come un qualsiasi carattere mobile. L'impressione con lastre restarono per lungo tempo lo strumento degli stampatori nazionali di carte da gioco coi semi tradizionali di bastoni, coppe, denari e spade.

Di fianco, il torchio nel XVI secolo, tratto dal sito della Biblioteca Belsitana.

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Carte da gioco in Cina

In Cina vari giochi sono documentati fin dall’inizio dell’era cristiana, ma le ricerche e gli studi sono ancora parziali. L’interesse per la storia dei giochi viene dall’Occidente, e gli studiosi cinesi cominciano solo ora a prenderli in considerazione rinvenendo documenti. Per certo sappiamo che giochi di tessere, del tipo del domino, erano frequentati in Cina fin dal II secolo.
L’antica ‘carta moneta’ cinese del II secolo aveva tre ‘ordini’. Il primo era quello delle Monete, le umili monetine bucate. Il secondo consisteva in Fila di monete tenute verticalmente come perle da un filo.  Qualcuno sospetta che le Fila possano essere interpretate come bambù, antenati delle bastoni. Il terzo seme era le Miriadi, diecimila monetine. Un quarto seme, le Decine di miriadi, venne aggiunto successivamente. Gli ordini erano rappresentati da ideogrammi, con numerazione dei primi tre ordini di numeri dal due al nove e numerazione dall’uno al nove nel quarto ordine. A sinistra, carte da gioco cinesi tratte dal sito dell'International Playing Card Society.
Sir William Henry Wilkinson (1858 - 1930), console imperiale in Cina, sostenne che queste erano in realtà poste di denaro utilizzate nel gioco. Sospettò che da poste siano diventato strumenti di gioco. Da posta a strumento di gioco il passo è breve. Ipotesi indiziaria brillante e suggestiva, ma ad oggi non comprovata. La congettura prevalente oggi è che fossero invece strumenti di gioco che evocavano le poste. Per cammini tortuosi, le Monetine bucate sembrano essere diventate le danari, le Fila di monete bastoni, le Miriadi coppe e le Decine di miriadi spade. Mancano documenti che lo certifichino.

Lo Liao shih, una storia della dinastia Liao (907-1125) scritta nel XIV secolo, riporta che, nella notte di Capodanno del 969, l’Imperatore Mu-Tsung giocò a carte con la moglie. C’è però incertezza sull’interpretazione della parola p’ai, usata indifferentemente per giochi di carte e di tessere. Mu-tsung giocò a domino o a carte?
I cinesi usano la stessa parola, P'ai,  per definire le tessere e le carte. Il supporto, fosse legno, od osso o fibra di carta, nella lingua degli Han non ha importanza: importa il gioco, e la sua dinamica. I cinesi insegnano che un gioco può essere giocato con pezzi di carta o di altro materiale, indifferentemente. In Occidente, il supporto cartaceo, la sua facilità di produzione, la sua capacità di trasportare immagini colorate e suggestive, ha largamente vinto la battaglia con le pedine e le tessere, che sono rimaste relegate a giochi specifici sempre più desueti.
Il percorso d’indagine seguito da molti autorevoli ricercatori è quello che vuole l’evoluzione dei giochi cinesi sul percorso dadi-domino-carte. Il passaggio dai dadi al domino sembra implicito nel fatto che il domino cinese consta di 21 pezzi, che sono la riproduzione delle combinazioni ottenibili da una coppia di dadi. Undici di questi pezzi sono stati raddoppiati, per ottenerne trentadue.

Anche la traslazione dei giochi da domino a carta sembra convincente: la carta è più leggera e meno costosa di ogni altro supporto. ll Kuei t'ienlu, un testo redatto nell’Xi secolo, dà una notizia interessante. Sotto la dinastia T’ang (VII-IX secolo), inventarono i libri, nella forma di yeh tzâ, foglie, impilate e sciolte una sull’altra senza rilegatura. Contestualmente viene citato il gioco dello yeh tzâ, cioè dei fogli. Un gioco su fogli come quelli dei libri ha tutta l’aria di essere su carta.
Si discute e si congettura su quali giochi di tessere si siano trasferiti su carta. Alcuni constatano che il domino è un gioco di posizione, quindi congetturano che i giochi di presa si siano sviluppati successivamente, grazie alle agili carte numerali. Altri ipotizzano la possibilità che sia stato il gioco di tessere a inventare il gioco di presa: pare che già da tempi lontani i cinesi usassero le tessere in giochi simili al popolare Majong odierno.
E’ molto probabile che i cinesi abbiano utilizzato per primi la carta come strumento di gioco. Non siamo sicuri sul quando e sul come abbiano iniziato a farlo. Tanto meno sappiamo che tipo di gioco si sia trasferito da un supporto all'altro, nè sulla evoluzione delle carte e dei giochi dalla Cina all’Europa.

Non vi sono molti dubbi sull'invenzione cinese delle carte da gioco. Siamo nell'incertezza su come si sia sviluppato il viaggio di settemila chilometri e nove secoli dalla Cina all'Europa. Gli studiosi seguono tre piste. La prima è la direttrice Cina-Persia-Arabi-Mediterraneo, implicita nella conquista araba dell' VIII secolo della Persia, di Samarcanda e del nord dell'India. La seconda direttrice potrebbe essere stata Cina-India-Persia-Arabi-Mediterraneo. La terza direttrice vede le carte cavalcare coi mongoli per tutta l'Asia fino alla Persia e al Caucaso. Forse sono vere tutte e tre, forse tutte e tre hanno interagito una con l'altra in tempi e modi diversi.

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La Persia e l'India

Le notizie sono scarse. Samarcanda era fin dall’VIII secolo la produttrice di carta degli arabi e dei persiani.
Il Moghul (parola turca per Mongolo) Babur era un conquistatore persiano, di origini turcomongole. I suoi antenati avevano conquistato la Persia, ma dopo due secoli ne erano stati cacciati da un altro turcomongolo, Tamerlano, signore di Samarcanda. Il Moghul Babur se ne erano consolato andando a conquistare Delhi ed il Punjab all'inizio del XVI secolo.

Alla corte indiana del XVI secolo, ai tempi di Babur, primo imperatore Moghul, si giocava a ganjifa. La ganjifa  è un mazzo composto di carte a disco (a destra, il mazzo in una riproduzione del XIX secolo). Vi erano otto semi, con dieci carte numerali e due figure per seme.

Giova ricordare che i millenari rapporti tra India e Persia sono stati frequenti e strettissimi. Prima dell’arrivo dei Moghul, pare vi fossero altri giochi in India, anche di carte, di cui sappiamo poco. Il gioco del Dasavatara (che significa dieci incarnazioni, come quelle di Visnù) era a dieci semi. Questo porterebbe a pensare che il gioco hindu sia passato in Persia, e lì ridotto ad otto semi ed islamizzato per essere reimportato in India sui cavalli di Babur.
In farsi (la lingua persiana), ganjifeh significa carte da gioco. Il dato fa sospettare che le carte da gioco siano arrivate prima in Persia e che il Dasavatara ne sia una successiva variante hindu.
Gli Annali di Ibn Taghri-Birdi, un mamelucco egiziano, scritti intorno al 1400, parlano di carte da gioco chiamate kanjifa. E’ evidente il riferimento alle carte persiane. La maternità persiana delle carte arabe è indiziata anche dalla presenza di particolari identici nelle carte indiane ed in quelle del mazzo siciliano del XV secolo.
Sembra probabile che gli arabi abbiano conosciuto il gioco in Persia, da loro  conquistata ed insediata nell’VIII secolo. Che sia nato in India o in Persia, o che sia frutto di collaborazione secolare tra le due grandi civiltà, il mazzo mamelucco, padre dei mazzi europei, di cui parliamo dopo, era verosimilmente figlio del ganjifeh persiano. Aveva la metà dei semi ed una figura di corte in più.

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Il mazzo dei Mamelucchi

Carte mamelucche

Al museo Topkapi di Istanbul c’é il più antico mazzo di carte conosciuto, databile all’inizio del XV secolo. Si chiama Muluk al Nawab, traducibile come re e dignitari.
Tra altre carte isolate di mazzi simili, custodite anch’esse al Topkapi,  ve ne sono alcune attribuite da David Parlett al XIII secolo.

E’ lo splendido mazzo cosiddetto dei Mamelucchi, soldati di cavalleria d’élite caucasici che avevano servito i mongoli e che conquistarono l’Egitto alla fine del XIII secolo.
Nella figura a sinistra il Malik di Denari e il Cinque delle Mazze da polo.

Il mazzo mamelucco è perfettamente formato su dieci cartine numerali e tre figure per quattro semi.
Una formula tanto vincente da conquistare d’un balzo l’Europa e da essere tuttora lo standard internazionale.
I semi, riportati nella figura sotto a destra, sono: Denari, Coppe, Scimitarre e Mazze da polo.
Al primo sguardo, la prova che sia questo il padre dei mazzi europei è data proprio dai semi, che sono gli stessi del mazzo latino.

Semi mamelucchi

In Europa, abbiamo spesso sostituito le curve scimitarre del Muluk al Nawab con spade cristiane diritte. Il ricordo delle scimitarre vive ancora nei mazzi con le spade lunghe ed intersecantesi, che sono quelle classiche del cosiddetto mazzo italiano. Le troviamo ancora oggi nei mazzi della Primiera, in quelli di Tarocchi italiani, nelle carte trevigiane ed in quelle bresciane. A destra, il Sette di spade mamelucco.

Il polo, gioco popolarissimo presso le tribù turcomongole del centro Asia, era sconosciuto in Occidente. Le mazze da polo divennero bastoni. Il ricordo delle mazze da polo sopravvive nei mazzi italiani, che rappresentano le bastoni con sottili e lunghe aste levigate incrociate. Per lo più venne adottato il disegno spagnolo di clave corte, rozze e nodose.

Naibi e Ganjifa.

Sette di Scimitarre

L’islam proibisce le raffigurazioni. L’identità delle tre figure di corte del mazzo egiziano è quindi solo scritta. Le denominazioni sono arabe: Malik (Re), Na’ib Malik (Ciambellano o Vicerè) e Thani Na’ib.
Il Thani Na’ib, (a destra quello di spade) è la più bassa figura di corte il cui grado era di vice del vice Malik. Non c’era una carica simile nella gerarchia militare o di corte egiziana.
Il mazzo persiano della ganjifa consisteva di quattro semi capeggiati da due figure, il Re ed il Viceré. Il Malik al Nawab invece di figure ne aveva tre. Ne deduco che la terza figura, il Thani Na'ib, era stato inventata ed aggiunta successivamente, forse dai mamelucchi egiziani. Come spesso succede, la variante identificò il mazzo: il mazzo dei naibi era diverso da quello della ganjifa e viveva di vita propria. Come vedremo, i primi documenti europei chiameranno 'naibi' il mazzo di carte. Dunque il mazzo che ci è pervenuto è quello del Malik al Nawab del Topkapi, detto polarmente dei naibi, con quattro ordini o semi formati ciascuno da tre figure e dieci cartine. Questa formula di 13x4 si rivelerà talmente vincente da essere ancora oggi lo standard internazionale del mazzo di carte.

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I mongoli e le carte

Gli storici cercano un legame tra la Cina e le Muluk al Nawab del Topkapi. Ricerca difficile, che si perde in molti secoli nel vasto e multietnico cuore dell’Asia. Una direttrice naturale sembra quella dei tumultuosi rapporti e delle migrazioni dei popoli dell'Asia centrale.
Mongoli e turchi parlano lingue dello stesso ceppo altaico. Entrambi erano, ed in parte sono ancora, organizzati in fiere tribù nomadiche dedite alla pastorizia. Occupano una vasta area che va dalla Cina al Caucaso. Sono cavalieri formidabili, tanto che almeno dal IV secolo A.C. i cinesi dovettero fronteggiarli, costituendo a loro volta dei corpi di cavalleria. Per più di due millenni cinesi e mongoli si sono affrontati e reciprocamente invasi. A destra, la cavalleria mongola in una recente rievocazione storica.

Le tribù guerriere turche stazionavano nelle vaste regioni meridionali della attuale Russia, nel Turkmenistan ed in Kazhakistan, a nord dell’attuale Iran. Nell’XI secolo, la tribù turca dei selgiuchidi del Turkmenistan conquistò la Persia e l’Anatolia sud-orientale che oggi è parte della Turchia.

All’inizio del XIII secolo Gengis Kahn, ritratto a sinistra, conquistò la Cina ed insediò la sua stirpe su quel trono per due secoli. Nel 1220 i mongoli presero Samarcanda e nel 1238 la capitale persiana Isfahan. Vale ricordare che Samarcanda, dal VI al XIII secolo, era stata controllata tra gli altri dai turchi occidentali, dagli arabi, dai persiani e dai turchi del Karakhan.
Subedei, il grande generale che all’inizio del Duecento portò l’orda mongola fino in Europa, era servito da funzionari cinesi.
Nel XIII secolo molte tribù turche si unirono all’orda mongola e parteciparono alla conquista dell’Asia, diventandone il nerbo dell’esercito e dell’amministrazione.
La storia dei popoli apre l’ipotesi che le carte abbiano viaggiato con l’orda turcomongola.

Tra vari indizi iconografici e linguistici, il più suggestivo riguarda la parola tuman, che in arabo o in farsi non significa nulla,  ma che gli arabi utlizzavano per denominare le Coppe del mazzo del Topkapi.
Nelle lingue altaiche tuman significa diecimila. Il collegamento tra coppe ed il seme cinese delle diecimila monete o miriadi potrebbe essere l’ideogramma cinese per diecimila, riportato a sinistra. L'ideogramma rovesciato sembra alludere ad una coppa.
Similmente l’ideogramma per decine di miriadi evocherebbe due spade incrociate stilizzate.

Gli studiosi ed i ricercatori si aggirano sulle piste cinesi, altaiche e persiane. Si cercano conferme documentali decisive. Qui sopra, Tartari che giocano a polo, del 1601.

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