italianoenglish
 

ACCADEMIA DEL TRE

Il clima

Orologio - Paolo Uccello

Il XV è il secolo dell’uscita dell’Europa dalla crisi demografica durata mille anni, che conosciamo col nome di Medio Evo. Sul far del secolo, le grandi città italiane contavano già più di diecimila abitanti. Erano Firenze, Bologna, Venezia, Siena. Con lo svolgere degli anni, crebbero popolazione e produzione, e con loro il commercio e la ricchezza. In questo secolo, l’Italia continuò uno straordinario fermento di novità. Le migliori condizioni igieniche e alimentari abbassarono la mortalità infantile e prolungarono la vita media, accelerando la crescita demografica ed economica. In ambiente feudale gli italiani inventarono la classe media, la contabilità, le banche. Con questi nuovi strumenti d’arricchimento finanziarono il prodigio del Rinascimento. Alla fine del Quattrocento, la popolazione italiana era quadruplicata, e la produzione decuplicata. Sempre più persone ebbero tempo libero per giocare. Nella seconda metà del Quattrocento, l’Italia era la locomotiva economica e culturale d’Europa.

Gli editti e le proibizioni dei giochi di carte della fine del Trecento proseguirono nel Quattrocento, rallentando progressivamente e perdendo sempre più la connotazione di condanna morale. I giochi d'azzardo più rovinosi continuarono ad essere inutilmente vietati. Le carte diventarono oggetto di tassazione.

La Chiesa inizialmente continuava ad attribuire ai giochi connotazioni diaboliche, in quanto distraevano l’uomo dalla preghiera e creavano ambienti rissosi, fraudolenti e rovina economica. San Bernardino da Siena nel 1423, in una predica memorabile, infiammò l’intellettuale, ricca e popolosa Bologna contro i giochi. Questo grande santo predicatore aveva una sensibilità particolare per la giustizia sociale e avversione per l'usura e le truffe. Le sue biografie riportano un suo sermone, il Alearum ludo, (in , Sancti Bernardini Senensis, Opera quae extant omnia, Venezia, 1591, pag. 312), nel quale ci comunica che  Ludus autem aleae communiter intelligitur omnis ludus qui inniritur (?) fortunae vicibus : per gioco di alea (dado) si intende ogni gioco basato sulla casualità. Quindi anche i giochi di carte, o gran parte di loro, erano considerati aleatori come le aleae, i dadi.  A pag. 311 Bernardino si era addentrato De quindecim malignitatis impiissimi ludi, sui quindici mali dei giochi.  ... sono tutti peccato mortale... il primo è il desiderio di lucro, il secondo è la volontà di predare, il terzo è l'usura al massimo grado, il quarto è la moltitudine dei bugiardi, il quinto è la fonte di blasfemia e di spergiuro. Se ne aggiungono altre cinque: il primo è la corruzione e deviazione della gioventù, il secondo è lo scandalo degli uomini giusti, il terzo è il disprezzo per la proibizione ecclesiastica, il quarto è la perdita di tempo, il quinto sono le frodi e le truffe. Ancora cinque vi si sovrappongono. Il primo è l'ira e le risse, il secondo la disperazione insana, il terzo l'adorazione stolida, il quarto è il nutrimento dell'ozio, il quinta la vita turpe e infame (tr. di Girolamo Zorli). Queste parole di san Bernardino ben rappresentano l'approccio morale della prima metà del Quattrocento contro i giochi in generale, e d'azzardo in particolare. Il santo li considerava destabilizzatori sociali. Ma non c'era solo questo : Homines plus blasfemant in ludis, gli uomini bestemmiano di più mentre giocano, tuonava ancora a fine secolo l’anonimo monaco del Sermo de ludo.

Le proibizioni dei giochi aleatori (carte comprese) sono numerosi. Ma la rivoluzione economica e demografica con l’Uomo protagonista mise sempre più la sordina alle condanne morali e i vertici ecclesiastici sedettero presto al tavolo da gioco assieme ai poteri civili nobiliari e comunali. La crescita quattrocentesca diede fiducia alla gente. Gli intellettuali uscirono dalla condizione di sudditanza economica e psicologica ai poteri ecclesiastici e civili di allora, e posero l’Uomo baldanzosamente al centro dell’Universo. Di conseguenza, gli amati giochi persero gran parte della loro connotazione demoniaca.

Alla fine del Quattrocento, l'approccio più benevolo verso i giochi aleatori è ben descritto ad inizio Cinquecento da Baldesar Castiglione (1478-1529), nel secondo libro del Cortegiano. - Senza motteggiare, - replicò il signor Gasparo, - parvi che sia vicio nel cortegiano il giocare alle carte ed ai dadi? - A me no, - disse messer Federico, eccetto a cui nol facesse troppo assiduamente e per quello lasciasse l'altre cose di maggior importanzia, o veramente non per altro che per vincer denari, ed ingannasse il compagno e perdendo mostrasse dolore e dispiacere tanto grande, che fosse argomento d'avarizia - Gasparo chiede : vi sembra vizioso che un gentiluomo si diverta a giocare a dadi e a carte ? - Non mi sembra, rispose Federico, a meno che non lo faccia ossessivamente, trascurando le cose importanti, o non lo faccia solo per vincere soldi arrivando anche a barare, o a meno che, quando perde, non si disperi al punto di farsi sospettare di avidità. Insommma, dice Castiglione, il pericolo dei giochi erano il danaro e l'ossessione, non il gioco in sè.

To top

I documenti.

Cosimo il Vecchio, di Pontorno

Iniziano a comparire documenti governativi che tassano il mazzo di carte (Bologna, 1405).
La documentazione sui giochi di carte del Quattrocento è scarsa. I giochi e le loro varianti venivano creati ed insegnati al tavolo. Le carte, una volta usate, venivano buttate.  
Il successo presso le classi alte e colte ci ha lasciato qualche documento. Non ci è giunto molto, dei mazzi quattrocenteschi: poche centinaia di carte sparse, superstiti di mazzi principeschi. I mazzi di corte erano miniati e preziosi. Qualche pezzo fu salvato dalla sua bellezza. I pezzi sparsi che ci sono giunti provengono da mazzi celebrativi di avvenimenti importanti, mazzi che venivano conservati a libro. I mazzi più modesti impiegati per il gioco, una volta usati, venivano buttati.
Dei mazzi principeschi, abbiamo resti di mazzi di trionfi-tarocchi, di origine milanese e ferrarese, che esaminiamo diffusamente nella Storia dei Tarocchi. Abbiamo le incisioni complete di un altro mazzo innovativo, chiamato erroneamente tarocchi di Mantegna. Abbiamo un altro mazzo completo, di impianto e iconografia diversi dal mazzo classico, il cosiddetto detto mazzo Sola Busca.
I mazzi popolari usurati hanno lasciato pochissime tracce. Del XV secolo, resta un pugno di fogli stampati, non tagliati e spesso non colorati.
Quasi tutti i pezzi pervenutici individuano figure a noi note ed ancor oggi facilmente riconoscibili, a riprova del plurisecolare conservatorismo dei giocatori. Questi esigono di giocare sempre con lo stesso mazzo per non avere problemi di lettura delle carte. Le stamperie volevano produrre le stesse icone per non dovere rifare lastre e stampi ad ogni tiratura.
Nel Quattrocento, i giochi di carte si affacciano nelle righe dei letterati. Troviamo qua e là accenni, allusioni. Sono spesso testimonianze troppo vaghe per orientarci, ma indicano dell’avvenuto arrivo delle carte da gioco nella vita della gente.

To top

Il successo.

Luigi Pulci

Le carte sono una riproduzione di immagini colorate, ed arrivarono in tempi in cui le raffigurazioni disponibili al popolo erano i santini. I rari dipinti erano appannaggio delle chiese e della grande nobiltà. Il mazzo colorato e raffigurato attrasse tutti i ceti.
Cinquantadue pezzi, divisi in quattro ordini di numeri dall’uno al tredici, permettono miliardi di combinazioni e infinite varianti di gioco. I dadi sono pura sorte e non consentono un ventaglio di combinazioni altrettanto variegato.
Il mazzo, divenne sempre più a buon mercato, e riprodotto sempre più agevolmente.
Immaginifiche, duttili, facilmente prodotte, le carte presero il sopravvento sugli altri giochi. Una lettera del 23 Agosto del 1466, purtroppo perduta, di Luigi Pulci al diciassettenne Lorenzo il Magnifico sembra ben riassumere i giochi del Quattrocento fiorentino : Pure, se havessi cavallo, ho sì gran voglia di rivederti ch'io verrei costì per isvisarti alle minchiate, a passadieci, a sbaraglino, come tu sai ch'io ti concio. Le minchiate erano un gioco di carte, il passadieci era un gioco di dadi, lo sbaraglino era un backgammon.

Matteo Maria Boiardo

Da tempo immemorabile c’erano i dadi. C’erano giochi da tavolo, come i venerati scacchi, o di pedine su tavola con percorsi comunque preparati, come la dama ed il backgammon. Quest’ultimo aveva la caratteristica brillante del movimento delle pedine comandato dal lancio dei dadi, e lo troviamo con molti nomi e forse altrettante varianti: il trictrac, lo sbaraglio, lo sbaraglino, la tavola reale.
Le carte, colorate, duttili e a buon mercato sedussero rapidamente ecclesiastici e potenti, mercanti e popolani. Il mazzo si pose accanto ai dadi ed ai giochi da tavolo prendendo lentamente il sopravvento. Nella seconda metà del secolo, Matteo Maria Boiardo conte di Scandiano scrisse questi bei versi allusivi:

Quattro passion de l'anima signora
hanno quaranta carte in questo gioco;
a la più degna la minor dà loco,
e il lor significato le colora.

Nella seconda metà del secolo vari documenti ci informano che le carte erano diffuse nelle taverne: ma lo fanno (giocano a carte) oggi infino a’ contadini, diceva Lorenzo de’ Medici, che morì nel 1492. Fu una vera rivoluzione sociale, che portò i giochi di carte in tutte le corti, in tutte le taverne, in tutte le case.  

To top

Silografia, calcografia e caratteri mobili.

Tra le molte invenzioni rivoluzionarie quattrocentesche, hanno grande rilevanza quelle della stampa. Le maggiori invenzioni e innovazioni si svilupparono in Germania.
La popolarizzazione e la diffusione delle carte stimolò l’industria grafica. Le stamperie vi trovarono un prodotto seriale diverso dai santini e dalle Bibbie, un prodotto che non veniva riposto e conservato per generazioni, ma rapidamente usato, buttato e rinnovato.
Nel Trecento, la produzione seriale di figure su carta era spesso ottenuta utilizzando mascherine, che venivano contornate a mano e colorate.  Nella prima metà del XV secolo, la silografia era l’unica tecnica riproduttiva meccanica conosciuta. Consisteva nell’intaglio a rilievo di lastre di legno. Le parti non incise venivano inchiostrate e premute contro un foglio di carta. La colorazione e la finitura restava affidata all’intervento manuale supportato da mascherine. Incavare il legno richiede abilità e tempo. Peraltro il legno deperisce rapidamente, non può sostenere quantità importanti e richiede presto nuove lastre incavate. Con la silografia, i costi di produzione delle carte da gioco restarono relativamente alti.

Fanti di denari, spade e coppe, Cavalli di bastoni e spade. Venezia (?), foglio sec XV,

Nel 1438 gli Estensi di Ferrara acquisirono un torchiolo per produrre carte di corte. La produzione prevedeva consistenti interventi manuali, difatti a Ferrara nel 1454 c’erano anche due miniatori a tempo pieno che completavano e coloravano le carte. La silografia di corte è confermata da un inventario della fine di quel  secolo di vecchie cose nei magazzini estensi, tra cui lastre consunte di legno inciso.
Nel 1442 la corte di Ferrara comperò a Bologna un mazzo di trionfi per fare giocare i suoi ragazzi.  Due lettere del 1450 di Francesco Sforza al suo tesoriere ordinano due mazzi di carte da triumphi, dei più belli che si possano trovare, o in alternativa, due mazzi di carte da giocare. Nella seconda lettera, Sforza scrive ce mandi l’altro paro delle fructe. Non sappiamo che mazzo fosse quello delle fructe. Se ne deduce che a quella data le stamperie di Milano erano all’opera con prodotti diversi.
La data di riferimento della vittoria delle stamperie sulle produzioni cortesi è il 1463, quando l’attrezzatissima corte di Ferrara cessò di produrre mazzi in casa perché trovò più conveniente comperarli fuori : nuove tecniche di produzione seriale avevano migliorato la quantità e la qualità, oltre che il prezzo, delle carte da gioco. Le nuove tecniche si chiamavano (e si chiamano ancora) calcografia ed acquaforte.

Cavalli di denari coppe, Re di coppe, spade, denari e bastoni, Venezia (?), foglio, XV sec.

Non abbiamo notizie sicure sulle sue origini della calcografia, la tecnica di stampa che migliorò la quantità e la qualità della produzione di carte da gioco. Sembra che sia nata in Germania verso il 1430. I tedeschi erano in quel tempo l’avanguardia europea della stampa. Vasari riporta che fu inventata dall’orafo fiorentino Maso Finiguerra nel 1452.
La calcografia è una procedura di stampa ottenuta da impressione di una lastra di rame o zinco incisa a bulino. Il metallo è più facile da pulire del legno. L’incisione di metalli col bulino è una tecnica nota ad orafi ed armaioli fin dall’antichità, ed è più agevole dell’intaglio del legno. Anche il grande incisore Albrecht Duhrer era di una famiglia di orafi. L’inchiostro penetrato nelle incisioni rilascia impressioni più nette di quelle ottenute dalla silografia. Il metallo permette produzioni seriali molto più alte del legno. Nella seconda metà del Quattrocento, arrivò un’altra importante innovazione: l’acquaforte, tecnica migliorativa della calcografia.
Nel 1455 Johan Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, rivoluzionando definitivamente il settore. Le carte da gioco italiane sono una diversa dall’altra ed hanno una forte componente di disegno. La rivoluzione di Gutenberg fu immediatamente efficace per stampare lettere e cifre. Alla fine del Quattrocento, i francesi idearono un mazzo producibile con segni mobili: con una cuori ripetuta stamparono le cartine di quel seme dall’uno al dieci.

Due di bastoni, Re e Asso di coppe, Fante di spade, Asso di denari. Venezia (?), foglio del XV sec.

La facilità riproduttiva ed il prezzo competitivo furono fattori decisivi del rapido successo dei mazzi con semi francesi.

Il primo documento di produzione seriale pervenutoci è un contratto di fornitura del 1477, stipulato a Bologna dal produttore locale Pietro Bonozzi con Blanchelli di Rimini.

Prendendo spunto dalla conversione estense dalle carte prodotte a corte alle carte comperate sul mercato, possiamo, con qualche approssimazione, dividere il Quattrocento italiano in due periodi.
Il primo periodo, fino al 1463. Le carte erano riprodotte con interventi manuali significativi, in serie non cospicue ed a prezzi relativamente alti.
Il secondo periodo, dal 1463 in poi, vede la crescita demografica, la ricchezza diffusa e le nuove tecniche di stampa alimentare una produzione significativa, di qualità ed a buon prezzo. Le carte miniate ed i mazzi d'autore vennero destinati ad occasioni particolari, come il mazzo dei trionfi d’Ercole d’Este, celebranti il matrimonio del 1473 del signore con Isabella d’Aragona.

Qui sotto, una taverna in Val d'Aosta, affresco al Chateau d'Issogne, inizio XVI secolo.

Chateau d'Issogne

To top

Le innovazioni nei mazzi e nei giochi.

Fante di Coppe, VdM 1445 ca.

Tutti i secoli hanno dato vita a mazzi artistici e di nuova concezione. Il Quattrocento non fa eccezione, ma le sue innovazioni entrarono spesso nella tradizione e restarono nel tempo.  Vennero ideati nuovi mazzi, con nuovi semi e nuove figure, qualcuno destinato a vivere fino ai nostri giorni.
In Germania nacquero le regine, talvolta sostituite ai cavalli, talvolta aggiunte al mazzo. Altre figure vennero ideate in questo secolo, ma la regina trovò un suo posto stabile di rappresentante femminile in un mondo di guerrieri.
A Milano nacquero i Tarocchi, in Toscana la loro variante dei Germini.
I semi latini si svilupparono secondo tradizioni regionali. Per brevità li definiremo semi spagnoli e semi italiani, trascurando i portoghesi che hanno avuto minore influenza sui nostri mazzi. Le bastoni spagnole sono clave rozze e corte, le spade sono daghe corte e dritte. Le bastoni italiane sono stecche lunghe e strette, le spade lunghe e curve. Salta agli occhi che i semi italiani sono figli delle mazze da polo e delle scimitarre originarie. I nostri semi sono rimasti nelle carte trevigiane, nelle bresciane, nelle bergamasche, nelle triestine e, naturalmente, nei classici tarocchi bolognese e piemontese, oltre che in quello di Marsiglia noto in tutto il mondo.
A destra il Fante di coppe del mazzo VdM (Beinecke Library, Yale)

To top

da Coppe a Cuori
Da Mazze a Fiori
Da Ori a Quadri
Da Scimitarre a Picche

Nel mondo germanofono, nacquero nuovi semi. Oggi sopravvivono le campanelle, le ghiande, le foglie,  le cuori, tuttora presenti nelle carte salisburghesi usate in Alto Adige ed in vari mazzi regionali tedeschi.

La corte di Lorena, appassionata ai giochi di carte, fu un punto di cerniera tra Germania e Francia. Forse dobbiamo a quella corte se le foglie diventarono simili alle future picche e le ghiande alle fiori. Verso la fine del secolo, a Lione intorno al 1480,  venne ideato un mazzo destinato a diventare il mazzo di carte universale conosciuto e prodotto in tutto il mondo, coi quattro semi di cuori, quadri fiori e picche e le tre figure di corte di Re , Regina e Fante.

Il percorso dei semi dai mamelucchi ai francesi è riassunto dalle illustrazioni a sinistra, che dobbiamo ad Andy Pollett ed alla sua ricerca alla pagina http://a_pollett.tripod.com/cards.htm.

I semi francesi sostituiranno i semi latini in vari mazzi locali italiani: in Piemonte, in Liguria, in Lombardia, a Milano, a Genova, in Toscana.
I semi spagnoli sono presenti nelle carte siciliane, nelle napoletane, nelle piacentine, nelle romagnole, eccetera.

I pochi documenti finora conosciuti riportano un numero importante di denominazioni di giochi, a riprova che in Italia nel Quattrocento ne inventarono e ne importarono molti. Purtroppo di questi giochi abbiamo spesso solo i nomi. Non sappiamo nulla delle regole, tantomeno del passaggio di una dinamica o di una variante da un gioco all'altro. Viene naturale pensare che molte dinamiche di base dei nostri giochi moderni fossero state inventate nel Quattrocento.
Una grande innovazione dei giochi di questo secolo è il taglio. Fu una vera rivoluzione concettuale, che merita un discorso a parte.

Il gioco di presa.

Il mazzo dei naibi arrivò intorno al 1370, certamente con dei giochi. C’è un vago riferimento a questi giochi come semplici e fanciulleschi. Michael Dummett pensa che si incentrassero in una dinamica nella quale la carta più alta catturava le più basse del suo seme, come nella Ganjifa indiana. Secondo questa ipotesi indiziaria i naibi sarebbero arrivati portandosi con sè uno o più giochi di presa, del tipo dell'odierno tressette. La presa era ordinata, come ancora oggi, secondo il seme della prima carta calata.

L'impianto di gioco che probabilmente ci è giunto assieme al mazzo di carte sembra essere stato il cosiddetto gioco di presa.
Il gioco di presa ha fondamentali fissi : il giocatore di mano cala una carta di sua scelta, gli altri giocatori seguono calando a turno una carta ciascuno, quando tutti hanno calato una carta il giocatore che ha calato la carta più alta del seme della prima carta incassa tutte le carte calate. Il bottino delle carte calate è detto la presa e il vincitore cala la prima carta della presa seguente. 

E' predefinito il senso del gioco e il giocatore che inizia il gioco. Il senso del gioco originariamente sembra essere stato antiorario, come testimoniato dai giochi antichi e moderni di Italia e di Spagna, che sono stati i primi paesi europei a conoscere le carte. Il mazziere è il riferimento iniziale. Nel caso di gioco in senso antiorario, ad inizio smazzata il giocatore alla destra del mazziere è il primo a giocare. Questo giocatore è chiamato in vari modi : giocatore di mano, aletta, eccetera. Nelle prese successive alla prima, il giocatore di mano è il giocatore che ha incassato la presa precedente.

Il giocatore di mano cala una carta di sua scelta. Questa carta viene oggi definita carta d'attacco. Il seme di questa carta è il seme di riferimento di quella presa. Il o i giocatori successivi calano a turno, nel senso predefinito, una carta a testa. Quando tutti hanno calato in tavola una carta, si trovano in tavola un numero di carte uguale al numero di giocatori. Queste carte costituiscono la presa. Il giocatore che ha giocato la carta più alta del seme della carta calata dal primo giocatore, vince e incassa la presa.

Nel gioco di presa è insito il principio dell'obbligo di risposta al seme della carta d'attacco, ma esistono giochi che non lo comportano, come per esempio l'italiana Briscola. Tuttavia, anche nei giochi di presa senza obbligo di risposta la carta d'attacco decide il seme dominante della presa.

I giochi che ci sono pervenuti assieme alle carte sembrano essere stati giochi semplici di presa, come l'odierno Tressette. Altrettanto semplicemente, la gerarchia originaria era quella naturale : Re, Cavallo, Fante, Dieci, Nove, Otto, eccetera. Questa gerarchia valeva nelle presa e nel punteggio. Le carte di maggior punteggio erano le figure. Nei tarocchi era stata inserita una Donna tra il Re e il Cavallo, il Re valeva 4 punti, la Donna 3, il Cavallo 2 e il Fante 1. Successivamente sono intervenuti giochi con gerarchia di presa e valore di punteggio differenziato.

L’idea del taglio

Karnoeffeln

Nel Quattrocento gli europei ruppero la regola del gioco del semplice gioco di presa ed inventarono il taglio, le briscole. Come spesso succede, le grandi idee non nascono all’improvviso, ma a seguito di uno sviluppo per tentativi.
Il mazzo visconteo degli Dèi, dove la presenza di carte superiori a quelle dei semi ordinari presagiva la briscola, è testimoniato dal Decembrio negli anni tra il 1415 e il 1420.
Il Karnoeffel, gioco tedesco del 1426, che Gherardo Ortalli sospetta imparentato col gioco italiano degli Imperatori del 1423, è il primo gioco di carte al mondo la cui longevità ci ha permesso di avere le regole. Alcune sue varianti sono ancora praticate in Svizzera e Scandinavia. Non c’era obbligo di risposta al seme, come nella odierna briscola. All’inizio della smazzata veniva individuato ritualmente un seme, di cui solo alcune carte (Fante, Sette detto Diavolo, Sei detto Papa, Due detto Imperatore, Tre, Quattro, Cinque) diventavano briscole. La briscola maggiore era il Fante. Il Sette o Diavolo battevano tutti se era calato per primo, altrimenti era un Sette ordinario. Il Tre non tagliava i Re, il Quattro non prevaleva su Re e Regine, il Cinque non catturava Re Regine e Fanti. Era un gioco anarchico, dove delle cartine davano la caccia ai Re ed alle figure.
Mazzo degli Dèi, Imperatori e Karnoeffel sembrano gli indizi, più o meno certi e più o meno centrati, dell’idea del taglio. I Trionfi furono invece subito concepiti a Milano come seme superiore di briscola. Sono stati i trionfi, poi chiamati tarocchi, il mazzo ed il gioco che introdurranno il taglio organizzato nei giochi di presa e lo spargeranno per tutta Europa.
L’idea del taglio, del deus ex machina che sconvolge l’ordine umano, è il primo contributo originale degli europei al gioco delle carte.

To top

I giochi

Mondo, mazzo VS, 1460 ca.

Sappiamo pochissimo dei giochi quattrocenteschi. Le fonti sono poche e riportano nomi di giochi estinti. Meno spesso troviamo nomi di giochi sopravvissuti abbastanza da lasciare notizia della loro struttura.
La denominazione d’un gioco talvolta allude alle sue caratteristiche: Vinciperdi era un gioco di presa a non prendere. Talaltra allude alla caratteristica dominante: i Trionfi sono denominati dal seme omonimo e dalla sua dinamica di gioco.
Talune denominazioni compaiono come giochi, ma sono ricordate anche come punteggi di altri giochi, come il Flusso o Frussi, la Ronfa, la Cricca, le Minchiate.

Del gioco dei Trionfi parliamo a lungo in altra sezione.

Il gioco detto Flusso o Frussi è citato da Lorenzo de' Medici come maledetto. Un gioco d'invito, cioè di soldi, d'azzardo. Nel successivo gioco della Primiera, il flusso diventerà una combinazione costituita da quattro carte dello stesso seme. La denominazione flusso verrà esportata, diventando fluxo o flujo in spagnolo, flush in inglese. Nel poker americano, il punto di cinque carte dello stesso seme si chiama ancora flush. Queste osservazioni fanno ritenere che il gioco del flusso consistesse nella costruzione di flussi.


Nella trasmigrazione da una lingua europea all’altra, la denominazione veniva storpiata, talvolta senza perdere le caratteristiche originali, talvolta perdendole per strada. E’ stato forse il caso degli Imperatori-Kaiserspiel, diventato forse Karnoeffel.
La difficoltà maggiore, per chi cerca di capire a cosa e come giocassero nel Quattrocento, è che talvolta lo stesso nome indicava giochi diversi in luoghi e tempi diversi. I trionfi quattrocenteschi diventarono all’inizio del Cinquecento tarocchi, mentre il gioco dei trionfi designò un gioco affatto diverso, fatto con mazzo a semi italiani. Il trionfo ferrarese di oggi è un tressette dove un seme diventa ritualmente briscola. E’ questo gioco del trionfo lo stesso dell’inizio del Cinquecento? Gli esperti si muovono con cautela, sviuppando congetture più o meno credibili, a riprova che la nostra conoscenza dei giochi di allora è spesso solo una serie di nomi.

Elenchiamo i nomi, in ordine alfabetico, dei giochi di carte italiani del XV secolo:
Bassetta, Candiana, Cinquanta, Cricca, Dritta, Flusso, Fuxo, Il re a cavallo, La carta di dietro, La terza e la quarta, Falcinello, Farina contro farina, Imperatori, Minchiate, Ronfa, Spiciga, Sozo o Scartabellare, Trenta, Trionfi, Vinciperdi.

La Bassetta sopravviverà fino all'Ottocento inoltrato. Ne conosciamo la natura e ne discutiamo più sotto in questa stessa parte Quarta. Nel tarocchino bolognese (circa 1580, vedi Pedini) era la denominazione di carte uguali, come tre Re o tre Cavalli. Flusso denominava la combinazione di carte dello stesso seme. Le Minchiate del Quattrocento sono sconosciute e sembrano no essere le omonime Minchiate seicentesche gicate col mazzo dei Germini. La Ronfa era una combinazione di carte dello stesso seme, forse di figure. La bella storia dei Trionfi è descritta nella relativa sezione, e le regole di gioco originarie  sono riportate più sotto in questa parte Terza.

Dal 1405 al 1423

Baldassarre Costa
Filippo Maria Visconti

Le fonti documentali in nostro possesso sono prevalentemente del centronord d’Italia. Ferrara è la fonte più ricca, seguita da Milano e da Firenze. La mancata conoscenza di ricerche al sud limita la nostra elencazione dei mazzi e dei giochi quattrocenteschi italiani.
Le proibizioni talvolta nominano singoli giochi di carte. Citazioni occasionali ai giochi si trovano nei testi letterari, tracce sparse vengono espunte dalla storia della stampa e delle stamperie.  
L’autore è riportato tra parentesi in calce ad ogni notizia.
1405. Bologna. Il cardinale Baldassarre Cossa sottopose a dazio le carte da zugare e i naibi. Più che proibire, il governo locale cercava di trarre profitto dalle carte (Dummett). Le carte da gioco ed i naibi sembrano citati come due mazzi diversi. La sottoposizione a dazio ci informa che la produzione di carte popolari era già significativa.
1410 Campi Bisenzio, presso Firenze. Venne stabilita in dieci soldi la multa per chi giocava a naibi, mentre nella vicina San Pietro in Mercato era da molti anni di venti soldi e di trenta soldi per altri giochi proibiti. Le carte cominciavano ad essere viste come meno pericolose dei dadi e del backgammon. (Ortalli)
1419 Santa Maria a Monte, presso Pisa. Viene sopressa la proibizione dei giochi di carte, che era stata comminata nel 1396. La probizione verrà poi ribadita nel 1445. Un interessante atteggiamento ondivago delle autorità. (Ortalli)
1420. Filippo Maria Visconti vieta qualsiasi gioco di carte, quando non fosse secondo il retto e antico sistema.  (Malaguzzi)
1423. Bologna. San Bernardino da Siena con un famoso sermone fulminò i participes ex Naibus, seu carticellis, de quibus innumerabilia mala egredientur , giocatori di naibi o carte dai quali provengono mali innumerevoli. Fu così convincente, che la gente organizzò in piazza un falò di carte e tavole da gioco. Si vuole che un fabbricante di carte si lamentasse col santo del lavoro perduto. La presenza del fabbricante conferma che a Bologna vi era una fiorente produzione locale. (Dummett).
1422. Firenze. Iacopo Sagramoro, miniatore delle carte della corte di Ferrara fino al 1455,  riparò il dorso di quattro mazzi e sostituì tredici carte segnate, di cui cinque figure e otto con macchie. (Ortalli-Franceschini)
1423. Firenze-Ferrara. Sagramoro riparò il dorso, fissò gli angoli, incollò dove necessario e fece due carte nuove di un altro mazzo. Le continue riparazioni attestano che le carte, anche le miniate, erano usate per il gioco. (Franceschini)
1423: Filippo Maria Visconti accolse favorevolmente la supplica onde il comune di Piacenza chiedeva si togliesse la gabella della baratteria (rendeva alla Camera ducale 100 fiorini l'anno), cioè si proibisse il giuoco (Boselli – Caldwell).

To top

Ugo, Parisina, Imperatori e karnoeffel.

Fece gran scalpore la vicenda di Parisina Malatesta di Rimini, giunta a Ferrara appena tredicenne, sposa al marchese Niccolò III d’Este. La vicenda è raccontata in una celebre novella da Matteo Bandello. La cantò anche Donizetti nella sua opera Parisina. Nel palazzo del marito, la sposina trovò tanti figli illegittimi di Nicolò, tra i quali Ugo, fratello maggiore di Leonello, futuro successore del padre. Niccolò era famoso per la sua frenetica attività sessuale. A quindici anni aveva rischiato la vita per una malattia venerea. Durante la sua signoria si diceva

di qua e di la’ dal Po
son tutti figli di Niccolò.

La caccia - Paolo Uccello
Ginevra d'Este - Pisanello

Napoli. 1423, adi VIIII de octobre Giovani Bianchin de havere per uno paro de carte da VIII imperadori messe d'oro fino che elo fé vegnere da Fiorenza per Madona Marchexana (Parisina Malatesta), le quale have Zoexe famio de la dicta dona; costono fiorini 7, nove, e per spexe da Fiorenza a Ferrara soldi 6 de bolognini; in tuto valgono ..... L. XIIII.VI. de bolognini.
Questo primo documento del mazzo e del gioco certifica otto carte da Imperatori. Non sappiamo altro. Si congettura che fossero otto figure speciali aggiunte al mazzo itaiano ordinario. Potevano essere un quinto seme di otto o più briscole o delle carte superiori da aggiungere due per seme, come le quattro per seme del mazzo degli Dèi di Marziano da Tortona. Il documento indica che questo mazzo era prodotto a Firenze. Il prezzo di tredici lire era elevatissimo.
Nel 1424, per evitare la peste, il marchese Niccolò mandò la giovane terza moglie Parisina nella villa di Fossadalbero, presso il Po. La fece accompagnare dall'amato primogenito illegittimo, Ugo, coetaneo di Parisina ed erede del marchesato. Raccontano che Ugo, bellissimo ed ombroso, fosse distante e freddo con quella giovane matrigna che poteva partorire dei legittimi rivali alla successione del padre. Parisina se ne invaghì, e tanto fece che lo sedusse. Il famiglio (servitore)  Zoe, citato nel documento del 1423 sopra ricordato, venne informato della tresca tra Parisina ed Ugo da una damigella della marchesa. Si dice che Niccolò non ci volle credere, che praticò un buco nel tetto dove gli avevano detto si incontrassero gli amanti: con un gioco di specchi vide di persona la passione tra i due ragazzi. Il processo arrivò a sentenza in soli tre giorni. La sera del 21 maggio 1425 Niccolò fece decapitare moglie e figlio. Parisina aveva appena vent'anni, Ugo diciannove.
Per anni perdiamo le tracce del mazzo e del gioco. Riappariranno, solo a Ferrara, poco dopo la produzione dei primi trionfi ferraresi nel 1442, anno in cui era signore Leonello d’Este, fratello minore dello sfortunato Ugo.

Leonello d'Este - Pisanello

Le commesse elencate da Adriano Franceschini nei libri di corte di Leonello (signore dal novembre del 1441 - agosto 1450) riportano:
1443: Carte da Inperaturi per uxo de li chavalieri, a dodici soldi al mazzo
1443: Carte da Inperaturi depinte da lato roversso, per diciotto soldi al mazzo.
1443: Carte de Inperatore mezane dipinte da lato roversso a dodici soldi al mazzo
1444: Carte da Inperatori depinte da lato roversso ale devixe del Signore,  con gli stemmi di Leonello, a dodici soldi al mazzo.
1444: Carte depinte al dito modo, non cossi belle, a dodici soldi, il che fa pensare che fossero anch’esse da imperatori.
I cavalieri erano i numerosi figli naturali di Niccolò alloggiati a corte.
Poi la corte d’Este tace. Sospettiamo che i giocatori fossero i circoli interni di Ercole e Sigismondo d’Este, fratellastri di Leonello, che vennero allontanati da Ferrara nel 1445 per motivi dinastici e mandati a Napoli.
Franceschini le ritrova nel 1450: Maistro Piero Andrea de Bonsignore de avere adi XXVIII de luglio lire due de marchesani per sua fatura de havere depinto para doa de charte da Inperaduri da zugare, grande, da lato drito, e dal roverso depinte a schachiti, a soldi XX de marchesani per paro, per uxo dela sala delo Illustro nostro Signore. Una lira marchesana, equivalente a venti soldi, al mazzo è un prezzo nettamente superiore ai precedenti.
Ancora nel 1450, dalla computisteria, Franceschini ha rinvenuto l’ultimo documento conosciuto sul gioco degli imperatori : Illustro nostro Signore, al suo capitolo, de dare adi XXVIIII de agosto lire due marchesane, per lui a Magistro Pedro Andrea de Bonsegnore per sua faticha de havere dipincto para dua de carte da inperaduri grande da zugare dal lato drito, et dal lato roverso schachate, a soldi 20 marchesani lo paro, per la sala del Illustro nostro Signore. Leonello d’Este morì in quei giorni, e con lui la produzione di carte da imperatori della corte di Ferrara.

Hofmansterspiel (1450 ca)

Ortalli ne deduce che a Ferrara vi erano in quegli anni tre tipi di mazzi: il mazzo classico, i trionfi e quello degli Imperatori. La differenza tra mazzo classico e quello degli imperatori non doveva essere rilevante, perchè avevano lo stesso prezzo.
Leonello morì il primo ottobre di quell’anno. Il suo successore, Borso, dopo pochi anni inizierà a produrre carte e trionfi, che diventeranno popolari alla corte dal 1454 in poi. Ma di carte da Imperatori non si farà più menzione.
I documenti in nostro possesso finiscono qui, lasciando l’impressione d’un gioco praticato alla corte di Ferrara solo da Niccolò III e Leonello d'Este. Il primo mazzo per Parisina venne miniato a Firenze, quindi è verosimile che fosse conosciuto anche in Toscana.
Nel 1426 a Nördlingen in Baviera viene citato un ludus imperatorum. Varianti del Karnoeffel, chiamate Kaiserspiel (tedesco per gioco degli imperatori), sono tuttora praticate in Svizzera. Petrus Wann nel suo Tractatus de contractibus ricorda a Wuerzburg un gioco di carte, giocato ai tempi dell’arcivescovo Gottfried IV (1443 - 55) Et notandum vidi in Herbipoli, cum ibi essem ... Ille tempori unus quidam ibi ludens ad cartas ludum vocatum imperatoris...
Gli indizi sulla parentela tra imperatori e karnoeffel convincono Ortalli ed altri ricercatori. Il gioco tedesco denominava talune carte Papa, Imperatore, Diavolo, definizioni che troveremo anche nei trionfi o tarocchi. 

To top

dal 1424 al 1442

Federico da Montefeltro di Piero della Francesca

1424. La marchesa Parisina, che si trovava a Portomaggiore, ordinò alla corte due mazzi di carte a buon mercato per le sue figlie. Carte per ragazzi sono ricordate a Ferrara nel 1393, nel 1442 e nel 1516.
1426, 19 Marzo: Filippo Maria emanò ordini contra ludentes et tenentes biscatia, contri i giocatori ed i biscazzieri. (Ferorelli - Caldwell)
1427, 17 Febbraio: Filippo Maria proibì l'uso dei tasselli e delle carticelle. (Malaguzzi Valeri - Caldwell).
1427. Bologna. Giovanni da Colonia, che in città produceva cartesellas depictas ad ludendum, ruppe una brocca d’acqua in testa al fornitore Zohane da Bologna, fabbricante di carta (Orioli-Dummett). La presenza di manifatture di carte è confermata. Incuriosisce la presenza di un produttore di carte tedesco nella città felsinea.
1429, 4 maggio: Filippo Maria approvò la deliberazione del 6 aprile dei Consiglio generale di Como di vietar i giuochi dei dadi ed altri di zara, con l'abolir il dazio della baratteria: erano permessi solo i giuochi della tavole, scacchi, carte o cartelle, eccettuati però sempre quelli di pura fortuna, e anche nei permessi era vietato esporre a perdita piu di 20 soldi al giorno per persona (Rovelli – Caldwell).
1430 Il marchese Niccolò III di Ferrara aveva un libro de piccolo volume de carte de piegora che insegn’a zugare a scachi, tavole, merlero et la volpe. (Ortalli)
1430 Firenze. Nella portata d’estimo di quell’anno, Antonio di Giovanni di ser Francesco, menzionato come commerciante naibaio, dichiara di possedere tante forme di legname da naibi e da santi (Ortalli). La produzione di santini e carte doveva essere corrente nelle silografie dell’epoca.
1434 Firenze-Ferrara. Niccolò III paga sette fiorini d’oro per due mazzi mandati da Firenze.

Bianca Maria Visconti Pisanello

1435. Roma. Le costituzioni dei Capitoli delle cattedrali di papa Eugenio IV riportano la proibizione ai canonici di giocare a carte nei cori delle chiese.
1436. Ferrara. Nel registro della provvigioni estense il 29 marzo viene riportato l’acquisto d’un torchiolo da carte. (Franceschini).  Il documento indica con certezza che non vi erano solo carte dipinte a mano, ma anche carte prodotte, almeno in parte, meccanicamente. Troviamo conferma del successo delle carte a corte (Ortalli).
1437. Ferrara. Vengono commissionati in successione tre mazzi di carthexele ordinarie a Sagramoro, di cui uno per il marchese Niccolò. Il bassissimo compenso (due lire ciascuno) per il miniatore fa pensare che Sagramoro abbia colorato mazzi già stampati dal torchiolo acquistato l’anno precedente. (Franceschini-Ortalli).
1441. Venezia. La Serenissima proibisce l’importazione di figure stampate e colorate. (Dummett). Se ne deduce che vi fossero produttori anche a Venezia, e che fossero sottoposti alla concorrenza forestiera.
1441. Ferrara, registro da Guardaroba, 1 gennaio. ...a Magistro Iacopo de Sagramoro depintore per XIIII figure depinte ... mandate a Madama Bianca da Milano... (Caldwell). Si paga un mercante bolognese e Sagramoro per la minatura di quattordici ‘figure’ per Bianca Visconti, ospite degli estensi. Il documento è discusso nella parte Quarta de I trionfi.
1442. Ferrara, registro delle provvigioni, 10 febbraio. (LINK) Maistro Iacomo depentore dito Sagramoro de avere ... cho(lo)rido e depento ... 4 para de chartexele da trionffi… Vedi alla parte Quarta, Trionfi a Ferrara. E’ il primo documento attestante l’esistenza dei trionfi: Sagramoro ne produce quattro mazzi miniati per il marchese Leonello d’Este. Niccolò III era morto meno di due mesi prima. (Franceschini, Kaplan, Dummett). Vedi la parte Quarta sui Trionfi.
1442. Ferrara. Il 28 luglio un mercante bolognese, Marchionne Burdochi procura un mazzo di trionfi a buon mercato, sicuramente da gioco, per i ragazzi Ercole e Sigismondo d’Este, fratellastri del marchese Leonello. (Franceschini, Kaplan, Dummett). I trionfi erano prodotti fuor dalla corte, probabilmente a Bologna. Vedi la parte Quarta sui trionfi.

Il gioco dei trionfi

Galeazzo Maria Sforza

Alla bella storia dei trionfi è dedicato un intero capitolo.
Il mazzo consisteva inizialmente di dieci cartine ed un numero variabile di figure per quattro semi, più un numero altrettanto variabile di pezzi del seme dei trionfi. Verso il 1460, il mazzo venne definitivamente così organizzato:
Dieci cartine numerate dall’uno al dieci per quattro semi.
Quattro figure (Fante, Cavallo, Regina e Re) per quattro semi, a rappresentare i numeri 11,12,13,14.
Ventun trionfi.
Il Matto.

Il gioco era di presa, con obbligo di risposta. La carta più alta d’ogni seme era il Re, seguito da Regina, Cavallo, Fante, Dieci, Nove eccetera. E’ possibile che localmente vi fossero delle eccezioni, come l’inversione della potenza di presa delle cartine di alcuni semi.
I ventuno trionfi erano la briscola. Non erano numerati, quindi bisognava conoscerne a memoria la posizione gerarchica. Sembra che a Ferrara talvolta li numerassero fin dalla fine del Quattrocento. A Bologna li numerarono nel XVIII secolo. Si doveva calare un trionfo in caso di mancanza di carte del seme d’attacco. Solo in caso di mancanza anche di trionfi si poteva scartare una qualsiasi altra carta. Si poteva attaccare con un trionfo, con obbligo di risposta.
I trionfi non erano numerati. La loro collocazione gerarchica variava da una località all’altra. Le diverse scale trionfali sono riportate nel capitolo sui trionfi. Nella tradizione milanese, in testa alla scala trionfale vi erano Mondo, Giudizio e Sole, in quella ferrarese Angelo (o Giudizio), Giustizia e Mondo, il quella bolognese Angelo (o Giudizio), Mondo e Sole.
Il Matto era una carta particolare. Poteva essere calato in qualsiasi momento, a dispetto dell’obbligo di risposta. Se veniva calato all’attacco della presa, il giocatore successivo poteva calare qualsiasi carta il cui seme diventava il seme della presa. Il Matto non prendeva e non era catturato, ma veniva riposto tra le carte incassate del possessore, indipendentemente da chi avesse fatto la presa.

Isabella d'Este, Leonardo (cartone)

Il valore di punteggio di base era:
Re 4 punti, Regine 3 punti, Cavalli 2 punti, Fanti un punto.
Abbiamo notizie che si computava il punteggio a presa. Non abbiamo riferimenti sicuri su come, nelle varie zone, venisse computata la presa nel suo complesso. Le stessa tradizione bolognese varia nel tempo. E’ possibile che una presa con Re, Cavallo e due cartine: (4+2+1) valesse 8 punti, dove un punto aggiuntivo era assegnato alla presa.
Il gioco dei trionfi ha sviluppato, forse importandolo da altri giochi,  punteggi di combinazioni di carte. Le cricche (il possesso o l’incasso di tre o più figure uguali), la ronfa (il possesso di scale di figure dello stesso seme), il flusso (carte dello stesso seme), eccetera.
Le carte più alte dei trionfi erano anch’esse produttrici di punteggio. Le notizie scarse e contradditore aprono l’ipotesi che inizialmente il loro punteggio fosse speculare a quello delle figure dei semi (4 punti alla più alta, tre alla successiva, eccetera).

Lo spirito del gioco era la cattura delle carte di valore, le figure. Il taglio organizzato dai trionfi era la grande novità, che permetteva strategie brillanti. I premi per l’incasso di combinazioni di carte ha presto reso ancora più interessante la caccia alle figure.

Le notizie sul gioco sono prevalentemente di fonte ferrarese e bolognese. E’ improbabile che vi fossero partite su più smazzate. La smazzata era probabilmente definitiva. Chi faceva più punti vinceva la posta nel piatto.

Fante di Coppe, VdM

Inizialmente le poste potevano essere fisse per ogni smazzata. Forse, come il lanciatore nel gioco dei dadi, il mazziere proponeva la posta di smazzata, che prese il nome di invito.

Le carte venivano distribuite cinque alla volta. Dopo una prima distribuzione di cinque carte, i giocatori diversi dal mazziere potevano decidere se accettare di giocare la smazzata (in gergo tenerla) versando l'invito, o abbandonare. Venne inserita la possibilità per tutti di rilanciare l'invito iniziale man mano che la mano veniva distribuita. Già all’inizio del Cinquecento le classi alte giocavano ogni mano puntando in modo differenziato ad ogni distribuzione di cinque carte prima dell’inizio del gioco.

E' probabile che gli honori siano entrati nel gioco alla fine del Quattrocento. Gli honori erano combinazioni fortunate di carte ricevute, che venivano esibite prima dell'inizio del gioco, e venivano pagate direttamente in danaro, senza entrare in piatto, senza cioè diventare parte del montepremi di smazzata. Gli honori sono l'antiporta dell'accusa, che, come vedremo, a Bologna alla fine del Cinquecento premierà altre combinazioni di carte ricevute con il pagamento degli avversari in piatto, ad accrescere il montepremi di smazzata.

To top

Tarocchi del Mantegna.

Artigiano
Sole
Saturno

Lo splendido e famoso mazzo dei tarocchi del Mantegna non era un mazzo di tarocchi e non era del Mantegna.
Se ne conoscono due versioni, denominate con le lettere E e S. Sono cinquanta incisioni, sparse in vari musei, raffiguranti cinquanta figure numerate progressivamente. Le figure sono ordinate in cinque ordini di dieci pezzi ciascuno. Ogni serie è segnata inversamente con le lettere E, D, C, B, A.
La serie E raffigura l’uomo e la sua condizione sociale. Sono il Misero, il Famiglio (servo), l'Artigiano, il Mercadante, il Zintilomo, il Cavaliere, il Doge, il Re, l'Imperatore e il Papa in ordine crescente dal Misero (numero 1) al Papa (numero 10).
La serie D rappresenta le nove Muse, numerate dall’11 al 19, e Apollo (numero 20).
La serie C riporta le scienze, numerate dal 21 al 27, che sono le sette arti liberali del Trivio e del il Quadrivio, seguite dalla Poesia (28), dalla Filosofia (29) e dalla Teologia (30).
Nella serie B troviamo le quattro Virtù cardinali e le tre Virtù teologali, seguite dal Sole (38) (Iliaco), il Tempo o Chronico (39), e il Mondo (Cosmico, numero 40).
La serie A rappresenta, infine, i sette pianeti del sistema solare, numerati dal 41 a 47. Segue l’Ottava Sfera (48) il Primo Mobile (49) e la Prima Causa (50).
E’ un mazzo didascalico che riflette la concezione del mondo del suo tempo.
Non è chiaro se questo mazzo fosse destinato anche al gioco. E’ stato accostato al Gioco del globo, di cui il cardinale Nicola Cusano ci ha lasciato un trattato. Di conseguenza è stato ipotizzato che fosse stato prodotto da un artista ferrarese per allietare i momenti liberi di papa Pio II (Enea Piccolomini), nelle pause tra le sedute del Concilio di Mantova, tenutosi tra il giugno 1459 e il gennaio successivo. Con Pio II vi avrebbero giocato anche il cardinale Bessarione e Niccolò Cusano.
Dummett invece ritiene che sia stato prodotto nel 1465. Altri lo attribuiscono a Ludovico Lazzarelli (1447-1500).
Gli studiosi concordano soltanto sulla mano ferrarese dell’autore. Gli appassionati di carte da gioco e di esoterica si soffermano sulla similarità tra svariate figure di questo mazzo ed i trionfi o arcani: il Misero (equivalente al Matto), l’Imperatore, il Papa, la Fortezza, la Temperanza, il Sole, il Tempo (o Eremita),  eccetera.

To top

Dal 1443 al 1452

Francesco Sforza - Filarete

1443-1444 Ferrara, ordini di cartexelle da Imperadori. Uno di questi aveva le insegne di Leonello d’Este sul dorso. (Dummett, Kaplan, Franceschini)
1445 Santa Maria a Monte, tra Pisa e Firenze. Nel 1391 una ordinanza proibiva vari giochi, ma le carte non erano menzionate. Vennero proibite nel 1396, riammesse nel  1419, proibite ancora nel 1445. La documentazione di questa località ben rappresenta l’ambivalenza della visioni delle carte e l’atteggiamento ondivago delle autorità di questo secolo. (Ortalli)
1447 Milano, Muore Filippo Maria Visconti, segue una guerra civile. 13 Agosto. Scoppia un incendio che distrugge tutti gli archivi dei Visconti e del comune di Milano. (Caldwell)
1449 Milano. Lettera di Jacopo Antonio Marcello alla duchessa Isabella di Lorena su un novus et exquisitus ordo triumphorum. (Dummett) Vedi Parte Quarta.
1450 Ferrara, Registro da Guardaroba. Andrea di Bonsignore minia due mazzi di carte da Imperatori. (Franceschini). Vedi parte Quarta.
1450 Ferrara, 16 di marzo, il maestro Jacomo detto Sagramoro, minia tre mazzi di trionfi. Vedi Parte Quarta.
1450 Firenze, una lista di giochi permessi, tra cui: dritta, vinciperdi, trionfo e trenta. La citazione dei trionfi tra i giochi popolari fiorentini già nel 1450 è interessante. Vinciperdi molto probabilmente era un gioco di presa a non prendere. Dritta e Trenta sono misteriosi. (Pratesi).
1450. Milano. 13/12 Scrivendo al Tesoriere Antonio Teco, Francesco Sforza ordina: due mazzi di carte da triumphi, dei più belli che si possano trovare, o in alternativa, due mazzi di carte da giuocare. Il giorno successivo, conferma: Havimo propterea recevuti de le carte da jocare et se ne contentemo bene, ma volimo, quanto più presto sia possibile, tu ce mandi l’altro paro delle fructe (sic). Si discute cosa signichi il mazzo delle frutta. (Kaplan) A Milano erano dunque presenti e prodotti mazzi di vario tipo.
1450 e seguenti. Firenze. Nel registro delle sentenze vengono citati molti giochi: la terza e quarta, la carta di dietro, la candiana, la spiciga, il re a cavalo, il flusso, la farina contro farina”, e il falcinello.
1451 Ferrara, Registro del Guardaroba, 22 agosto, si pagano quattro lire marchesaìne a Sagramoro per un mazzo di trionfi commissionati per Borso d’Este. (Franceschini).
1452 Ferrara, Registro da Guardaroba, viene citato per l’ultima volta il mazzo da imperaduri da zugare. (Franceschini).

To top

Dal 1452 al 1463

Castello di Roccabianca

1452 Milano. Sigismondo Malatesta, signore di Rimini,chiede a Bianca Maria Visconti di procurargli un mazzo di trionfi dei famosi artisti di Cremona. Si congettura che lo stile milanese dei trionfi fosse pregiato. (Kaplan, Caldwell)
1456. Il giurista Ugo Trotti, che insegnava a Ferrara, scrisse il De multiplici Ludo.. .. si quatuor bipertiti ludunt ad triumphos... eorum plus habet fortune quam industrie, ut sit in 3° vel in IIII vel in falcinellis ludatur: se quattro giocatori in due partiti giocano a trionfi... di loro è più importante l’ingegnosità che la fortuna, come avviene nei giochi alla Terza e alla Quarta e ai Falcinelli.  I tarocchi erano considerati un gioco più nobile degli altri.
1461 ca. Matteo Maria Boiardo scrive i Capituli sopra un novo gioco di carte detti i Capitoli dei tarocchi.
1461 Roccabianca (PR). Affresco rappresentante una lunga tavola. Ad una estremità due uomini giocano a tavola reale (backgammon), all’altra estremità una donna seduta gioca a carte con un giovanotto in piedi.
1463, Firenze, si ribadisce l’editto del 1450 con aggiunta menzione della cricca e della

To top

Tutti i diritti Riservati - CP 123,  48012 Bagnacavallo - info@tretre.it
Cookie Policy

Powered by   InteRa srl