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Anton Francesco Grazzini (Firenze 1503- Firenze 1584), detto il Lasca, era un italianista e letterato di punta del suo tempo. Attivo a Firenze, nel 1540 fondò, con altri, l’Accademia degli Umidi, qui ricordata. In tempi di classicismo dominante, rifiutò di studiare latino e greco per dedicarsi al solo italiano. La sua diversità e il suo carattere insofferente gli resero la vita difficile, tanto da venire espulso dagli Umidi nel 1547. Ebbe uno stile giocoso, burlesco e popolaresco vicino a Boccaccio e a Berni. Scrisse novelle, dialoghi e commedie. Nel 1582, assieme a Leonardo Salviati e altri, fondò l'Accademia della Crusca.

La datazione di questo componimento è incerta. L'affettuosa citazione dello Stradino, al secolo Giovanni Mazzuoli, che altrove il Lasca chiama fondatore e padre dell’Accademia degli Umidi, mi fa credere che la Lode della Rovescina sia stata scritta tra il 1540 e il 1546.

Trascriviamo il testo dalla raccolta Rime di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, Parte II, Nella stamperia di Francesco Moucke, Firenze, 1742, nelle pagine 49-52.

La denominazione di Rovescina sembra indicare un gioco a non prendere.  I versi 58-60, nota 6, confermano che era tale. L'edizione del 1831 del Manuzzi, Vocabolario ldella lingua italiana già compilato dagli Accademici della Crusca riporta, alla voce Rovescina : Specie di giuoco che si fa con le carte da giuocare, così detto dal farsi ogni cosa al rovescio degli altri giuochi, perché vince chi fa meno punti.

Il testo non dà altre informazioni sul gioco. E’ invece chiaramente indirizzato ad una serie di amici, alcuni di loro membri del circolo letterario del Lasca.  Ne ricorda parecchi : un Alberto, uno Scala, un Guadagni, un Altoviti, un Tommaso de’ Bardi.

 

Giochi ricordati.

Come già aveva fatto Berni nel suo Capitolo sul gioco della Primiera, il Lasca cita altri giochi popolari del tempo per denigrarli.  La Ronfa è da fornari e da tintori (vv34), Trionfini, Noviere e Tre Due Asso son giochi plebei e dozzinali (vv. 39-40), la Cricca e la Primiera non valgono l’amata Rovescina (vv.37). I Germini e i Tarocchi vanno bene per “omaccioni”, che possano tenere tante carte in mano (vv. 44). La Rovescina è elogiata per la sua festosità e per la sua leggerezza. Anche Alberto Lollio lamentava le molte carte da tarocchi da ricordare e da maneggiare. Lasca non ci fa mancare il motto contro gli scacchi e il backgammon (vv. 53).

La Ronfa era un gioco basato su lunghe combinazioni di carte dello stesso seme. I Trionfini erano un gioco di presa e taglio con uno dei quattro semi facente funzione di briscola. Di Noviere e Tre Due Asso non sappiamo nulla, qualcuno congettura che il Tre Due Asso potesse essere un antenato del Tressette. La Cricca era forse un gioco in cui si dovevano comporre cricche, cioé carte uguali, come tre o quattro Re, tre o quattro Donne, eccetera. La Primiera cinquecentesca era un gioco d'azzardo del tipo dell'odierno poker, descritta da Berni e da Cardano. I Germini erano un gioco di tarocchi con un quinto seme di briscole, dette appunto germini. I Tarocchi vengono qui citati per l'ultima volta come gioco praticato in Toscana, superato in popolarità dai Germini. Il Tavoliere si riferisce ai giochi di tavoliere del tipo dell'odierno backgammon (vv. 53).


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In lode della Rovescina

 

 

Se colui [1] che cantò la gelatina,

Fusse ancor vivo, ben sarebbe degno

Soggetto a lui lodar la Rovescina [2];

Perch'egli avea e'l sapere e l'ingegno

Accompagnato da un naturale, 

Che dava sempremai nel mezzo al segno;

Come l'Anguille, i Ghiozzi e l'Orinale

Ne fanno fede; talché si può dire

Lui sol maestro, ogni altro manovale.

Dunqu'io come potrò senza arrossire

Lodar la Rovescina ? che per certo

Non ebbe mai Fetonte [3] tant'ardire.

Ma voi, gentile e generoso Alberto,

Mi scuserete, incolpando lo Scala,

Che mi vuol nella fin veder diserto:

Ad alla sua cagion, per pompa e gala,

Facendo versi or a quello, or a questo,

Io sono in forno sempre, o sulla pala.

Ma lasciam'ir ormai, vengasi al testo.

La Rovescina è giuoco veramente,

Che lo può fare ognun, che n'é richiesto.

Gli antichi non ne sepper mai niente,

[1] Francesco Berni, autore del Capitolo in lode della Primiera e di altri componimenti grotteschi sulle anguille, sui ghiozzi e sull’orinale. Il Lasca ne era un ammiratore.

[2] Gioco di carte citato anche da Lorenzo Franciosini di cui non abbiamo notizie. Il verso 60 indica che era un gioco a non prendere.

[3] Fetonte sottrasse il carro del sole al padre Febo e precipitò alle fonti dell’Eridano.

 

 

Ancorché avesser molta cognizione,

Ma l'ha trovato quest'età presente;

Non per far contro alla religione,

Né per dispregio, né per avarizia;

Ma per tenere allegre le persone.

Non ha 'n se 'ngegno, non ha 'n se malizia;

Ma tutto quanto questo giuoco è bello,

E pien d'amor, di gaudio e di letizia,

Non v’affatica le gambe o il cervello,

Come molt'altri giuochi traditori,

Che son tosto per ir tutti al bordello.

La Ronfa [1] è da Fornari e da tintori, 

ma per rovescio poi la Rovescina,

E' da Principi Giuoco, e da Signori.

Cricca[2] e Primiera non le si avvicina [3],

Trionfini [4], Noviera [5],, e Tre du' asso [6],

Che son giuochi plebei e da dozzina.

Cogli altri delle carte io me la passo :

 

[1] La Ronfa era una combinazione di carte dello stesso seme. Il gioco della Ronfa consisteva nella costruzione di ronfe di maggior valore rispetto a quelle degli avversari. Alcune carte valevano più delle altre, ma sembra che il gioco prevedesse ronfe di un gran numero di carte.

[2] Cricca è la combinazione di più carte uguali, come tre Quattro o tre Re. Il gioco della Cricca era un gioco quattrocentesco d'azzardo su tre carte di cui non sappiamo molto.

[3] La Primiera era un gioco d’azzardo, del tipo del poker. Cfr. gli studi sulle opere dei già citati Francesco Berni e Lorenzo Franciosini relative alla Primiera, nonché quelli sulla Primiera di Girolamo Cardano.

[4] Gioco di presa in cui uno uno dei quattro semi fungeva da briscola della mano. 

[5] Non abbiamo riscontri su questo gioco.

[6] Anche Franciosini fa cenno al Tre due asso. Il Tre, il Due e l’Asso sono le carte più alte dell’odierno Tressette. Forse questo gioco ne era un antenato.

 

 

Pur Germini [1] e Tarocchi [2] agli omaccioni

Danno qualche piacere e qualche spasso;

Ma a chi' l fa volentieri, il ciel perdoni;

Che tante carte in man [3]  vengono a noia ;

E fansi capi poi come cestoni.

La Rovescina sol, contento e gioia

Vi porta d'ogni tempo, e 'n ogni loco,

Né mai v'infastidisce, e mai v'annoia;

Perocché ell'é così un certo giuco [4],

Che non é lungo lungo, o corto corto,

Ne dura troppo troppo, o poco poco;

Né star conviene vigilante ed accorto,

Com'agli Scacchi e al Tavoliere [5] ancora,

Che mi fanno a vederli sudar morto.

La Rovescina, al primo v'innamora;

Perché s'intende, e sa quasi ognun fare :

E chi non sa, l'impara in poco d'ora.

Oh che dolcezza è quando nel giucare,

Si vede addosso a qualche compagnone,

e gli assi e le figure scaricare ! [6]

 

[1] Germini era un gioco toscano di Tarocchi, giocato con un mazzo accresciuto a quaranta trionfi. Questa menzione è una delle prime conosciute del gioco dei Germini. Verso la metà del Seicento venne soppiantato dalla sua variante chiamata Minchiate. Si giocava con un mazzo di quaranta briscole più il Matto, dette appunto Germini o Minchiate, e 56 carte divise nei quattro semi latini classici.

[2] I Tarocchi  sono ancora giocati con un mazzo di 56 carte + 21 trionfi che svolgono la funzione di briscola+ il Matto.

[3] I Germini e i Tarocchi mettevano in mano ad ogni giocatore venti e più carte.

[4] Sic.

[5] Backgammon.

[6] I Re erano carte di alto punteggio di molti giochi (Tarocchi, Germini, Ronfa), e così gli Assi (Ronfa). Scaricarli gioiosamente su qualche avversario invece di incassarli conferma che si trattava di un gioco a non prendere, del tipo del ciapanò/vinciperdi/traversino/rovescino odierni.

 

Quivi è forzato senza discrezione

Rider ognuno : e della Rovescina

Pigliar quanto mai consolazione.

Per questo Roma è pucché regina;

Poiché in botteghe, case, in ponte, in Banchi,

Non si dice altri da sera e mattina.

Giovani e vecchi insieme vanno a branchi,

La Rovescina lodando per tutto,

E non son mai di celebrarla stanchi.

;Ma quando posson giucar, Soprattutto

Per esser lor felici affatto affatto,

Tenendo ogni altro spasso vile e brutto.

In quarto vuol questo giuoco esser fatto :

E sempremai pel pentolin s’intende [1]:

E chi giuoca altrimenti, è goffo o matto.

Tanto piacere il Guadagni ne sente,

E l’Altoviti ancor, che per giucare,

Lascian andar tutte l’altre faccende.

Non si può quasi paragon trovare

A Tommaso de’ Bardi : e voi tenuto

Siete, Stradin, giucatore singolare.

Ma tra gli altri Zanobi Montauto

[1] “Giuocar col pentolin, s’intende giuocar pel pentolino, vuol dire : giuocare stretto e con accortezza, procurando di vincere quel tanto, che serva per rifarsi della spesa della cena, che presso agli uomini frugali suol cucinarsi in una piccola pentola.” Nota del commentatore dell’edizione del 1742.

Ha per la Rovescina sì gran fama,

Ch’egli è da tutto il mondo conosciuto :

E tanto di giucar desia e brama,

che molti amici han quaggiù detto,

Ch’ei tien la Rovescina per sua dama.

Ma lo Scali ne piglia tal diletto,

Che puttosto a veder giucar starìa,

Che starsi, come il Berni stava, a letto :

E va gridando, che mai fu, né sia

Spasso alla Rovescina somigliante :

E che vorrebbe giucar tuttavia.

Ridesi dopo del volgo ignorante

Quaggiù, che poco prezza e poco cura

Un giuoco così bello e sì galante;

Dicendo : Roma ha or maggior ventura,

Che non avea anticamente, quando

I Consoli tenevan di lei cura.

Così in favor tra noi va ragionando

Dell’alma Rovescina : e per suo amore

Credo s’ammazzerebbe con Orlando.

Or io finisco : e voi, Stradin, di cuore

Conforto, e gli altri, siccom’è dovere,

Usar a Rovescina a tutte l’ore;

Perch’aver non si può maggior piacere.

Messo online nel 2010

di Girolamo Zorli

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