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Girolamo Zorli

Il terziglio coi tarocchi di Alberto Lollio.

 

Indice

Un terziglio coi tarocchini del 1554

Lollio, Invettiva, ed.1613

I Tarocchi sono ancora oggi un gioco di presa con obbligo di risposta e taglio. E' praticato col famoso mazzo omonimo, costituito da quattro semi ordinari e un seme aggiuntivo, chiamato trionfi, cui era attribuita la potestà del taglio. Lollio li cita chiaramente Dinar: Coppe: Baston, Spade: e Trionfi. Ogni seme è composto da dieci cartine numerate e da quattro figure di corte. La gerarchia dei semi è, in sesno discendente, Re, Donna, Cavallo, Fante, 10, 9, 8, eccetera, fino all'Asso. I trionfi sono composti da ventun pezzi in scala gerarchica e dal Matto. Nel Cinquecento, la scala dei trionfi variava da località a località ed era mandata a memoria, in quanto le carte non erano numerate.  Il mazzo dei tarocchi dunque consiste idi 14x4+21+1 = 78 carte. In caso di mancanza di carta del seme giocato, si deve tagliare, cioè calare un trionfo. In caso di mancanza anche di briscole, si può scartare qualsiasi altra carta. Di valore rilevante sono le figure dei semi ordinari, che erano fonte di punteggio proprio e di combinazione.

Due preziosi documenti cinquecenteschi ci informano sul gioco dei tarocchi dell’epoca a Ferrara. Sono due composizioni poetiche di due amici, Flavio Alberto Lollio e Vincenzo Imperiali, che trattano della stessa mano di carte. Le due opere si trovano nello stesso manoscritto (ms. 257, cc. 30) giacente alla Biblioteca Ariostea di Ferrara e da noi trascritto. La prima è L’invettiva contra il giuoco del tarocco del Lollio, la seconda è la Risposta all’invettiva di Imperiali. Nella prima, il letterato Lollio descrive in tono scherzoso delle mani sfortunate di gioco di tarocchi a tre giocatori, nelle quali ha perso molti scudi. Maledice quindi il gioco, con toni accesi e con sfoggio d’erudizione. Nella seconda composizione, l’amico Imperiali reinterpreta quelle mani sfortunate per magnificare il gioco dei tarocchi ed accusare Lollio di avarizia.

L’Invettiva di Lollio è stata pubblicata due volte nel 1550 nelle Rime piacevoli, una raccolta di composizioni poetiche di vari autori, in seguito rieditata più volte. Vi sono alcune differenze tra le varie versioni della composizione di Lollio. La Risposta di Imperiali non è invece mai stata pubblicata e ne resta la sola versione manoscritta.

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Donna di bastoni

Questi componimenti descrivono il gioco dei tarocchi giocato a Ferrara, quindi ci si aspetta che la scala trionfale fosse ferrarese. Come sempre nei tarocchi, vennero distribuite a ciascuno cinque carte alla volta, fino ad esaurimento del mazzo. Il dato traspare con evidenza da tutta la descrizione della distribuzione e delle scommesse iniziali fatte durante la distribuzione, dette inviti. Imperiali ne è esplicito, quando descrive la quarta distribuzione di cinque cartaccie cui dar di morso.

Imperiali ci informa che giocarono in tre, Lollio, il podestà e Giulio cardinale. Lollio lo conferma con la frase: Servir convienti a gli altri due compagni... nelle parole di Imperiali che alli due servir siete costretto. Lollio dice che son venti le carte che raccolse e rassettò in mano.  A riprova, Imperiali ci aiuta a contare quattro distribuzioni di cinque carte: la prima man... la seconda mano.. la terza man, la quarta man di carte. Imperiali ci informa anche che qualcuno scartò due carte (scarta due carte/per fare questa danza). Se i giocatori fossero stati quattro, avrebbero giocato con un mazzo sconosciuto di (20x4+2) ottantadue carte, se fossero stati due, di (20x2+2) quarantadue carte.

Erano certamente in tre, con un mazzo di (10x4+22) = 62 carte, come nel terziglio del tarocchino bolognese. Erano state forse tolte, dal mazzo completo di settantasei carte, le cartine dal Due al Cinque d'ogni seme ordinario. Il mazzo dei tarocchi ridotto in tarocchino era saldamente in uso già nel 1550. Imperiali definisce il tarocco... un giuoco antico, facendo sospettare che anche il mazzo ridotto fosse ben precedente, risalente forse al Quattrocento. Altre numerose similarità col gioco bolognese documentato qualche decennio dopo dalla Trascrizione Pedini assicurano della stretta relazione tra i due.
A sinistra, la Donna di bastoni del mazzo cosiddetto Rotschild, Ferrara, 1480 circa.

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La distribuzione di Imperiali.

La Ruota

Leggiamo la descrizione della prima fase di gioco dataci da Imperiali:

Lo invito a dar le Carte fà il prim'atto;
C'ha maggior Ronfa, co' i Trionfi insieme,
Riman vincente dell'invito fatto.
Chi perde il primo, nel secondo ha speme,
D'haver suoi danni alquanto ristorati,
Ma spesso avien che questo anchor lo preme,
Et questi sono gli honori accoppiati,
A' quai si rende una certa honoranza,
Secondo i patti da prima fermati.
Il terzo segue, secondo l'usanza
Il valor de' Tarocchi, et le figure
Chi riman con più punti, tutto avanza.

Imperiali descrive diverse accuse e puntate fatte in momenti diversi della distribuzione. Non è specificato quali puntate fossero prefissate ed automatiche e quali fossero lasciate alla discrezionalità dei giocatori.

Prima di dare le carte, qualcuno metteva in piatto un invito (lo invito a dar le carte fà il prim'atto) di importo probabilmente concordato e fisso. Questo rito è documentato anche nella primiera del 1527 di Francesco Berni e da tutte le altre fonti cinquecentesche da me consultate. Non è esplicito da chi fosse pagato l'invito, che sembrerebbe pagato in qualche misura da tutti e tre i giocatori.

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Prime cinque carte

Cavallo di bastoni
Fante di bastoni

Con le prime cinque carte in mano, riman vincente dell'invito fatto, che sembra incassato all'istante, chi ha maggior Ronfa, coi Trionfi insieme. I maggiori studiosi ritengono che tale invito fosse vinto e incassato da chi aveva il maggior punteggio di Ronfa e di Tarocchi (cfr. Michael Dummett  John Mcleod, A history of games played with the tarot pack, Edwin Mellen Press 2004, pag. 253 segg.). Il verso successivo Chi perde il primo, nel secondo ha speme mi sembra confermare che l'invito iniziale venisse vinto. A sinistra il Cavallo e il Fante di bastoni del mazzo ferrarese detto Rotschild, fine sec. XVI.

Le carte da Ronfa sono menzionate come carte diverse dai trionfi. La Ronfa era un gioco praticato col mazzo ordinario, citata più volte come popolare in Italia fin dal Quattrocento, gioco che consisteva nel collezionare una lunga serie di carte di uno stesso seme, serie detta appunto ronfa. Il valore della ronfa ottenuta era valutato su due criteri : il numero delle carte che la componevano e il valore delle carte. Nella Ronfa le carte di maggior valore era l'Asso, seguito da Re, Cavallo, fante, eccetera. Ce ne informa Caleffini nel 1475. Vedi la Notazione di Thierry Depaulis

Come vedremo, Lollio dirà d'avere ricevuto una prima man, che gli fece una bella vista/ Tal che tu tieni l'invito e lo rifai. Scrive di avere ricevuto cinque buone carte, senza accenni a ronfa o a altre valutazioni di punteggio. Tantomeno riporta vittorie di invito. Berni ci informa che, nella Primiera del 1526, tenere l'invito non significava incassarlo, ma pagarlo mettendo in piatto un pari importo per forzare la prosecuzione della mano. Parimente, rifar l'invito significava rilanciare, aggiungere un'altra puntata forse uguale all'importo dell'invito stesso. Lollio ha quindi accettato l’invito e lo ha rilanciato. Per mettere d'accordo la versione di Imperiali e quella di Lollio, è possibile che chi avesse maggior ronfa incassasse l'invito e fosse sua potestà rifarlo per forzare la prosecuzione della distribuzione. L'invito iniziale di importo rituale, quindi fisso, poteva essere eventualmente raddoppiato da chi lo vinceva. La vittoria dell'invito comportava, come vedremo, il vantaggio della conduzione della fase successiva.

Non è esplicito, ma sembra che con cinque carte la mano potesse essere annullata se nessuno teneva l'invito. Altrove viene ricordata la dichiarazione a monte, che troviamo anche nella Primiera e nel Tarocchino bolognese. Se tutti dichiaravano a monte, la mano veniva certamente annullata. Altrettanto oscuro è se l'invito proposto da un giocatore dovesse essere pagato anche dagli altri, o se questi potessero ritirarsi o potessero, come nella Primiera, proseguire il gioco senza pagarlo. Per economia di gioco e omogeneità con la Primiera contemporanea, ho l'impressione non documentata che nelle prime cinque carte l'invito tenuto non dovesse essere pagato per proseguire il gioco. Questa funzione del pagamento obbligatorio era riservato, come vedremo, alla fase del vada che interveniva con dieci carte in mano.
Sopra a sinistra il Cavallo ed il Fante di Bastoni del mazzo cosiddetto Rotschild, Ferrara, fine del XV secolo.

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Con dieci carte.

La luna

La seconda distribuzione di cinque carte è ricordata come possibile ristoratrice della pochezza della prima. Ma c'era il rischio di dover pagare degli honori accoppiati altrui, che sembrano essere la sola possibile accusa di questa fase. L'aggettivo accoppiati suggerisce che fosse sufficiente avere due pezzi. Cosa dovessero essere questi due pezzi è oscuro. Nella vicina Bologna, gli onori erano combinazioni particolari di carte, tre o quattro Re o tre o quattro Tarocchi (Angelo Mondo Matto e Begattino), il cui possesso era premiato direttamente con una certa honoranza, in importi di denaro prestabiliti, secondo i patti da prima fermati. Se questo era il caso anche di Ferrara, gli honori di Imperiali erano i Re e i Tarocchi (Mondo, Giustizia, e forse Matto e Begattino). Le onoranze a Bologna erano vincite in denaro percepite direttamente fuori piatto. Sembra, ma non è certo che queste vincite fossero pagate e incassate direttamente, e non fossero versate in piatto dai perdenti. Il rischio, cui allude Imperiali, era che chi con cinque carte aveva accusato un Re o un tarocco alto potesse riceverne un altro con le seconde cinque, componendo la coppia di honori.

Come vedremo poi, sempre con dieci carte, si apriva la fase del vada. Il vada era la puntata che chiudeva la fase degli inviti. Chi l'accettava, versava in piatto il vada e gli inviti eventualmente non versati e accettava di giocare la mano. Chi non l'accettava, usciva dal gioco. Non è chiaro se l'uscita dal gioco d'un solo giocatore facesse proseguire gli altri due, come mi sembra possibile. Sembra evidente che nel caso in cui gli altri non accettassero il vada ed andassero a monte, chi aveva puntato il vada incassava il piatto. Il vada poteva essere rilanciato fino al resto. Il resto era tutto il denaro messo in gioco dal giocatore, generalmente quello esposto in tavola davanti a sé.

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Fine della distribuzione.

Seguiva la terza distribuzione, in cui il valor de' Tarocchi, et le figure avevano grande importanza. Non vi sono accenni a accuse o a vincite in denaro a seguito delle carte carte ricevute. A differenza di Dummett e McLeod (cit. pag 252), non trovo allusioni a nuove puntate che ingrossassero ulteriormente il piatto. Il verso di Imperiali il valor dei Tarocchi e le figure non mi sembra indichi qualcosa del genere.

Infine venivano distribuite le ultime cinque carte e chi riman con più punti, tutto avanza: sembra ovvio che la vittoria del piatto andasse a chi dei tre, o dei due superstiti, otteneva più punti a fine gioco.

Il disegno della fase distributiva e della costruzione del piatto di smazzata mi sembra abbastanza definito su queste grandi linee :

1. c'era un invito iniziale,

2. con cinque carte o si andava a monte o un giocatore teneva l'invito. Nel casi di invito tenuto, era facoltativo accusare tarocchi e figure per incassare l'invito e riproporlo, anche raddoppiandolo.

3. con dieci carte si andava a monte o si puntava in piatto un vada rilanciabile. Il vada costringeva gli altri a decidere se stare in gioco pagando il vada e l'eventuale invito non pagato o uscire dalla mano. Venivano pagate immediatamente le accuse di almeno due onori.

4. infine si proseguiva con la distribuzione cinque a cinque delle altre dieci carte a ciascuno.

Terminata la distribuzione di venti carte a testa, si passava al gioco.

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Descrizione di puntate sfortunate.

La luna
Il sole

Leggiamo ora la parte centrale dell’Invettiva, incentrata sulla partita. La riportiamo integralmente in grassetto, interrompendola con congrui brani della Risposta in corsivo e con nostri occasionali commenti volti alla comprensione del gioco.

.............
Ecco che s’incomincia a dar le carte:
La prima man ti fa una bella vista,
Tal, che tu tien l’invito, & lo rifai:
Quelle, che vengon dietro, altra faccenda
Mostrano haver: ne più de’ casi tuoi
Tengon memoria alcuna: onde tu stai
Sospeso alquanto: & di vada: quell’altro
Il qual par che il favor lor si prometta,
Ingrosserà la posta: allhor trafitto
Da vergogna, dolor, d’invidia, e d’ire,
Ten vai a monte, co’l viso abbassato.
Non a si gran cordoglio un Capitano,
Quando si crede haver la pugna vinta,
E mentre ei grida vittoria, vittoria;
Da nuovo assalto sopragiunto vede
Andar la gente sua rotta, e dispersa,
Quanto hà costu
i.

La Stella
La Temperanza

A destra, la Luna, il Sole, la Stella e la Temperanza del mazzo Rotschild. Ma diamo un'occhiata alle descrizione che ci dà Imperiali sulla stessa fase iniziale descritta da Lollio:

Et cominciate il giuoco à dar, con bello
Ordine, tal, che nella prima vista
Fate l'invito in atti e in gesti snello.
Le seconde non seguono la pista
Della Primiera: onde assai più modesto,
Dite Vada con voce bassa e trista.
Tosto il compagno s'avede di questo,
Che v'han piantato: et con altera fronte
Ben ch'abbia il peggio, pur lo fa del resto.
Però che spera di cacciarmi a monte,
Ma Voi, che siete già si innanti entrato,
Spingete avanti de' dinari il monte.
Havendo speme, che vi sia prestato
Dalle due man siguenti tal favore,
Che l'abbiate ogni modo guadagnato
.

Cavallo di spade

Lollio sembra essere stato il mazziere (cominciate il giuoco a dar) che distribuì le carte cinque a cinque, fermandosi due volte per procedere a puntare. Le prime cinque furono buone, tal che tu tien l'invito e lo rifai, cosicchè Lollio vinse e ribadì baldanzosamente la puntata con un secondo invito. Ci racconta che si procedette a distribuirne altre cinque, che però non gli furono favorevoli. L’autore prudentemente disse vada. Come visto sopra, il vada era una puntata fissa, che costringeva chi voleva restare in gioco a mettere in piatto quanto precedentemente puntato dagli altri. Lollio la descrive come una dichiarazione intesa a proseguire la mano col minimo impegno. Un avversario però lo fece del resto. Come visto, il resto corrispondeva a tutto il denaro che si aveva davanti. Lollio spaventato andò a monte, col viso abbassato.

Imperiali racconta una mano simile, ma con diverso sviluppo. Scrive che l’avversario bluffava e spera di cacciarmi a monte, /Ma Voi, che siete già si innanti entrato/Spingete avanti de' dinari il monte. Lollio impegnò tutti i soldi e la mano venne giocata. A sinistra il Cavallo di spade del mazzo Rotschild.

Il destino cinico e baro.

L' Angelo
La Donna di spade
La Giustizia

Riprendiamo Lollio dove lo avevamo lasciato:

Vengon dapoi quell'altre
Due man di carte, hor liete, hor triste: et quando
L'ultime aspetti, che ti dian soccorso,
Havendogli invitata già del resto,
Tu ti vedi arrivare (oh dolor grande)
Carte galioffe da farti morire,
Totalmente contrarie al tuo bisogno
.

La stessa fase secondo Imperiali:

Ecco la terza man, che n'esce fuore,
Et porta ira e dolor: però che poco
V'arreca, che allegrar vi faccia il core.
Qui si comincia accendere un gran fuoco,
Quivi le carte à volo se ne vanno;
Qui si bestemmia, et maledice il Giuoco.
La quarta man vi da l'ultimo affanno,
Che date à cinque Cartaccie di morso,
Che d'un sol punto aiuto non vi danno.
Così privo di speme, et di soccorso,
Vi lasciate i denar, ch'erano in mostra,
Nè vi vale alla furia andar di corso
.

Le distribuzione prosegue e termina con carte pessime. Lollio si ritrova con molte figure, accompagnate da cartacce e pochi trionfi. Impreca, avvampa, maledice, ma il destino della mano è segnato, sarà preda degli avversari che si giocheranno il ricco piatto col suo resto.

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Il Giudizio
l'Amore
La Morte

Il gioco di presa

Finì la fase vivace ed articolata dell'invito e della distribuzione, per far posto al gioco vero e proprio dei tarocchi. Lollio furioso vi si preparò :

Onde di stizza avampi: e tutto pieno
Di mal talento, rimbrottando pigli
Lo avanzo de le Carte, che son venti.
Queste t' empion le mani, & buona pezza
Ti dan travaglio e briga, in rassettare.
Dinar: Coppe: Baston, Spade: e Trionfi.
Però che ti convien ad una, ad una,
Metterle in ordinanza: & far di loro,
Come farebbe il buon pastor, che havesse
Di molti armenti; apparocchiando mandre
Diverse per ciascun
.

Commenta stupito Imperiali:

Che bisogno ha di mandare tale armento,
Se la sinistra è sol capace stanza,
per venti, e trenta, et la metà di cento?

Prosegue Lollio:

Quindi s'hai quattro,
O cinque Carte di Ronfa, tu temi
che non ti muoia il Re, con le figure:
Onde si strugge il cuor, spasma, la mente,
Stando in bilancia fra speme, e timore.
Quello è lo isfinimento e'l creppa cuore,
che sei sforzato a tener per tuo specchio,
Certe cartaccie che ti fan languire:
Et, come se tu fussi un' Orinale,
Servir convienti a gli altri due compagni
Rispondendo a ciascun giuoco, per giuoco:
Et se per ignoranza, ò per errore,
Dai una Carta, che non vada a verso,
Tu senti andar le voci insino al cielo
.

Anche con una mano così debole, bisognava mettere venti grandi carte in ordine e seguire il gioco con attenzione. Così, con tante carte da Ronfa, carte di seme ordinario, e pochi trionfi, Lollio si trova preda dei tagli avversari. E' costretto a servir gli altri compagni graziosamente, rispondendo e cedendo Re e figure al taglio. Si sente come un orinale di cui gli avversari dispongono a loro piacere. E non poteva evitarlo, doveva rispondere, se nò gli altri gridavano alzando le voci insino al cielo. Sopra a sinistra, il Giudizio, l'Amore, la Morte del mazzo detto di Carlo VI, Ferrara XIV secolo.

Il Matto
La Fortezza

Le similitudini dell’orinale e della cornacchia sono ricordate da un divertito Imperiali:

Ma voi dite ch'è pur troppo disfatto,
Quando un bel giuoco vi va in tutto male
Et ch'alli due servir siete costretto
Come se foste proprio un'orinale,
Dando una carta a questo, un'altra a quello,
et solo a Voi restar spennate l'ale...

Lollio seguita:

Ne ti pensar che quivi sian finite
Le pene tue: bisogna tener conto
D'ogni minima Carta, che si giuochi,
Altramente ogni cosa va in ruina.
Però tu brami spesso la memoria
Di Mitridate, di Cesare, ò di Ciro.
Et s'egli avien tal hor c'habbi un bel giuoco,
T'andrà si mal giocato, che ne perdi
Una dozzina ò due: tal hora tutti
.

La brillante complessità del gioco dei tarocchi richiede menti sveglie e memoria di ferro. Resta oscuro cosa fosse una dozzina ò due. Forse si riferisce a dozzine di punti. Sopra a destra, il Matto e la Fortezza del mazzo di Carlo VI.

 

 

Il Mondo
La Saetta

Prosegue uno sconsolato Lollio:

Quante volte non puoi coprire il Matto?

La peculiarità della carta del Matto è proprio quella di potere essere coperta, cioè mostrata in qualsiasi momento ed incassata dal possessore indipendentemente dall’esito della presa. Serve a difendere una carta di valore dalla cattura di una superiore o di un taglio avversario. Naturalmente lo si può fare una volta sola.

Onde mal grado tuo, spogliar ti senti
Del buon c'havevi: et sembri la cornacchia,
che restò spennacchiata infra gli uccelli.
Alhora se tu fossi uno Aristide,
un Socrate, un Zenone, un Giobbe un sasso,
Tu sprezzaresti il fren della patienza,
Stracciaresti i Tarocchi in mille pezzi,
Maladicendo il primo che ti pose
Mai carte in mano, e t'insegnò a giocare.
Dove lasso quel numerar noioso
D'ogni Trionfo, ch'esca fuori? o quanto
Fastidio hai tu di questo, che non puoi
Pur ragionar pur dire una parola:
Anzi servar convien maggior silentio
Che non si fà alla Predica, o la Messa
.

I trionfi non erano numerati e la loro memorizzazione doveva essere molto più faticosa di oggi. La mancata numerazione dei trionfi è responsabile della diversa collocazione gerarchica a seconda della località. Sopra a sinistra, il Mondo e la Sagitta del mazzo di Carlo VI.

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I tagli incrociati.

IlBagatto
Il Matto

Vennero distribuite complessivamente venti carte a testa, più due per il mazziere che ne scartò altrettante prima dell'inizio del gioco. Sembra che ognuno giocasse per sé, anche se non si può escludere che l’invito designasse chi voleva giocare contro gli altri due. Per la distribuzione a cinque carte alla volta, le accuse e le puntate con le prime cinque e dieci carte, rimando ai paragrafi relativi. Le puntate vennero vinte da chi a fine gioco incassò più punti degli altri.
La specificità del gioco dei tarocchi è il taglio. Lollio si trovò in mano molte carte da ronfa, cioè molte figure, molte scartine e quindi poche briscole. Quindi s'hai quattro,/O cinque Carte di Ronfa, tu temi/che non ti muoia il Re, con le figure. Imperiali sembra alludere alla stessa cosa, quando dice: quando un bel gioco/vi va in tutto male/Et ch'alli due servir siete costretto... per bel gioco qui si intende il possesso di figure alte, soprattutto di Re.
Analizziamo la mano proposta dai due autori. La prima man favorevole poteva contenere tre figure alte e due trionfi. Il secondo giro fu sfavorevole, con due o tre scartine. La terza distribuzione fu di carte hor liete hor triste, forse due briscole, una o due figure ed uno scartino. La quarta mano fu di cinque cartaccie cui dar di morso. Approssimativamente, su venti carte, Lollio ricevette almeno otto scartine, sei o più figure e quattro o cinque briscole.
Ancora oggi, chi ha molte carte d'un seme, sa che gli altri ne hanno poche e taglieranno presto, il mazziere che prima del gioco scarta due carte può tagliare fin dal primo giro in quel seme. Gli avversari incastrarono il povero Lollio in un fuoco infernale di tagli incrociati, che lo costrinse a Servir… a gli altri due compagni/Rispondendo a ciascun giuoco, per giuoco, dando, secondo Imperiali, una carta a questo, un'altra a quello, si fece spogliar…/Del buon c'havevi, e si trovò spennato come una cornacchia. Non a caso Lollio chiamò i trionfi, cioè le briscole, ladri e ribaldi, perchè gli rubarono i suoi Re, le sue Donne, i suoi Cavalli.
La frustrazione di Lollio per l'umiliante sviluppo del gioco di taglio è descritta piacevolmente. Per difendere i suoi Re dalla cattura altrui, tentò di 'rifiutare', di non rispondere al seme sottoposto al taglio degli avversari, per riceverne vivaci rimostranze: Et se per ignoranza, ò per errore,/Dai una Carta, che non vada a verso,/Tu senti andar le voci insino al cielo. Si augurò persino di potere coprire più volte il Matto per difendersi.
Non abbiamo indizi di come conteggiassero i punti di fine mano. Probabilmente una fonte di punti era il valore delle figure incassate, Re, Donna, Cavallo e Fante di ogni seme. Forse era attribuito valore anche ai trionfi alti, come il Mondo e la Giustizia. Sospetto che nel punteggio finale venissero computati anche i punteggi di combinazioni come la ronfa. Scommetterei un caffè che la ronfa di Ferrara era simile a quella che i bolognesi chiamano sequenza, la scala delle figure di ogni seme ordinario, capeggiata dal Re. E' oscuro se contaggiassero le combinazioni di figure uguali, per esempio tre Cavalli, dette pariglie e anche cricche.

A destra, il Begattino ed il Matto del mazzo ferrarese cosiddetto Rotschild.

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I tarocchi ingiuriati

Fante di spade
L'Imperatore
Il Papa

Un Lollio furente maledice il gioco, il suo inventore e le sue carte.

Ei mostrò ben d'haver poca facenda,
Et esser certo un bel cacapensieri
Colui, che fu inventor di simil baia:
Creder si dè, ch'ei fosse dipintore
Ignobil, scioperate, e senza soldi,
Che per buscarsi il pan, si mise a fare
Cotali filastroccole da putti.
Che vuol dir altro il Bagatella, e'l Matto,
Se non ch'ei fusse un ciurmatore, e un barro?
Che significa altro la Papessa,
Il Carro, il Traditor, la Ruota, il Gobbo:
La Fortezza, la Stella, il Sol, la Luna,
E la Morte, e l'Inferno: e tutto il resto
Di questa bizaria girando l'esca,
Se non che questi havea il capo sventato,
Pien di fumo, Pancucchi, e Fanfalucche?
Et che sia ver, colei che versa i fiaschi,
Ci mostra chiar ch'ei fusse un ebbriaco:
E quel nome fantastico, e bizarro
Di Tarocco, senz'ethimologia
Fa palese à ciascun, che i ghiribizzi
Gli havesser guasto, e storppiato il cervello.
Questa squadra di ladri, et di ribaldi,
Questi, che il volgo suol chiamar Trionfi,
M'han fatto tante volte si gran torti,
Si manifeste ingiurie, ch'io non posso
Se non mai sempre di lor lamentarmi:
........................ onde ho perduto.
per colpa lor, di molti, et molti scudi..
.

Qui termina la parte dell'Invettiva che riguarda il gioco. Lasciamo Lollio in preda ai suoi fumi per evidenziare i famosi due versi che ci dicono che l’origine del nome ‘tarocchi’ era già oscura nel 1550, pochi decenni dopo la sua comparsa. La parte finale, come quella iniziale, dell'Invettiva non raccontano la partita, ma sono uno sfoggio di penna e di erudizione classica, che a noi giocatori interessa meno. Sopra a destra, il Fante di spade, l'Imperatore ed il Papa del mazzo di Carlo VI.

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Elogio dei tarocchi.

Il Sole
Il vecchio

Torniamo a Vincenzo Imperiali ed alla sua lunga e meno erudita, ma più concreta, Risposta. Riportiamo qui sotto altri brani. Vi si elogiano i tarocchi ed il loro gioco. Vengono identificati i tre giocatori: Lollio, il podestà ed un cardinale di nome Giulio. Vi è menzionata anche la scartata di due carte, che veniva effettuata dal mazziere prima del gioco. Infine, rileviamo un intrigante accenno all'antichità del gioco. Un gioco 'antico' di quanto è precedente? cent'anni ? o più ?

Lollio, ho veduto ciò che scritto havete,
Nella collera immerso, contra il Giuoco;
Et quanto del Tarocco vi dolete..
.

Spesso v'odo cantar gli altri trofei
Del giuoco alla Thoscana, e alla Villotta,
Come gran beneficio degli Dei..
.

Se quel ch'ammazza un Re, più punti avanza,
E' ben dritto; perciocchè a tale effetto
scarta due carte, per fare questa danza.
Ditemi un poco, il di, che per rivale
Pigliaste questo giuoco, non giocaste
Col Podestà, e con Giulio Cardinale?..
.

Ma il Tarocco, se ben è un giuoco antico,
Non è per invecchiar, cotanto è bello,
Giuoco da far, et non disfar l'amico..
.

Ma il giuoco del Tarocco è da Signori,
Principi, Re, Baroni, et Cavalieri,
per questo è detto il giuoco degli honori.
Non si è trovato alcun, che si disperi
Per la perdita, nè pe'l guadagno ancora
Altri si trovano, che vadano altieri,
Anzi in tal giuoco l'un l'altro honora,
Procura del pregio aver si suole,
Se non è alcuni, che l'avaritia accora..
.

Di fianco a sinistra, Il Sole e il Vecchio del mazzo di Carlo VI.

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Corretto e aggiornato il 9 ottobre 2011

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