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 Girolamo Zorli

Il Giulé di Buonarroti

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Il Giulé di Buonarroti

Buonarroti il Giovane

Le denominazione Giulé è assonanza di Gilé, dal francese Gilet. Girolamo Cardano, nel suo Liber de ludo aleae del 1530 ricorda in latino il gioco del giletium id est ego habeo, letteralmente : Gilet che è io ho. Sembra che la denominazione Gilet venisse dall'espressione francese je l'ai, o j'y l'ai, l'ho, ce l'ho.

Michelangelo Buonarroti il Giovane, nella Scena V dell'atto Secondo della sua commedia Le Mascherate del 1610-1620 circa, rappresenta tre partite di Giulé. Il gioco che vi trovo frammentariamente descritto, era d'invito su tre carte, con puntate, scarti e cambi, rilanci. Le carte valevano il loro valore facciale, l'Asso valeva 11 se abbinato a una o due figure dello stesso seme. Le combinazioni vincenti erano, in ordine decrescente, il tris di carte uguali, detto giulé o giuleone, e il punto di tre o di due carte dello stesso seme. Quando si incontravano due tris, valeva la gerarchia delle carte. Quando si incontravano due punti, vinceva quello con somma maggiore del valore delle carte che lo costituivano. Nella dinamica del gioco vi erano tre piatti per altrettante contese, il piatto e la contesa del punto, il piatto e la contesa del giulé, il pentolino che raccoglieva le puntate della mano. Si scommetteva sul punto iniziale nelle prime carte, si scommetteva sulle coppie di carte uguali, e ovviamente si puntava sulla contesa finale che si sviluppava attraverso scarti e cambi, puntate, tenute e rilanci.

Notazione. Girolamo Cardano menziona il Gilet (1530 ca.) subito dopo averci raccontato gli aspetti della brillantezza della variante francese del popolarissimo gioco italiano quattrocentesco del Flusso. In Francia, François Rabelais nel 1534 in una lunga lista di giochi di ogni tipo menziona per primo proprio il Flux, il Flusso, testimoniandone la diffusione Oltralpe. Rispetto al Flusso, questo Giulé ha tre varianti. La prima variante è la promozione del tris di carte uguali a combinazione maggiore. Il tris di Assi era la combinazione maggiore del gioco del Flusso alla francese ricordato da Cardano, cit., e del gioco della Pariglia ricordato da Pietro Aretino nel 1547. Ma il tris di qualsiasi carta è proprio del Gilet francese, come ci spiega L'Académie Universelle des Jeux del 1718, 1725 e 1739. La seconda variante è la scomparsa della combinazione del flusso di tre carte dello stesso seme e il suo accorpamento al punto, punto che di conseguenza può essere di due o tre carte. La terza variante è la costituzione di tre piatti per tre contese diverse. Nel Gilet francese, riportato dalla citata Académie des jeux, i piatti erano due. La contesa separata tra coppie di carte uguali non era sconosciuta in Italia. La ricordano praticata nella Primiera Francesco Berni nel 1528 e ancora Girolamo Cardano, cit., che spiega : sunt qui certant de paribus in duabus chartis.

Da tutte queste considerazioni, ne ricavo che il Gilet francese fosse una variante del Flusso italiano. Cardano definisce la variante francese del Flusso, forse intendendo proprio il Gilet, pulcherrimum, bellissimo. Se così è stato, il Giulé di Buonarroti era una variante locale del Gilet francese, variante figlia più del più recente gioco d'Oltralpe che del più antico Flusso italiano.

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Michelangelo Buonarroti il Giovane (Firenze 1568 – Firenze 1646) è stato uno scrittore italiano attivo alla corte medicea del suo tempo. Nipote dell'omonimo pittore e scultore, scrisse commedie e composizioni poetiche. Curò l'edizione delle opere letterarie del grande prozio. Non conosco la data della stesura della commedia Le Mascherate, che presumo essere intorno al 1610-1620. La scena è riportata integralmente in Biblioteca da una edizione Le Monnier del 1852. Una trascrizione parziale si trova nella seconda parte di questo articolo.

Nella commedia La Tancia, forse la più conosciuta di Buonarroti, alla Scena Sesta dell'Atto Quarto, il personaggio Pietro non si vuole sposare ed enumera i difetti delle donne e delle mogli. Tra l'altro dice :

Ch'io non vo' star a dir di que' festini,
di que' giulè sino alle sette e l'otto:
dove tal'una ha perso, oltre i quattrini,
forse gli anelli, e forse il manicotto:
mentre a casa rimangono i bambini
con le calze stracciate, e'l giubbon rotto.

 

Caravaggio - I bari - 1595

Premessa : Il testo.

La scena si svolge in una casa dove sono ricevuti degli ospiti. Nove giocatori, quattro dame e cinque cavalieri, organizzano un tavolo di Giulé, dove giocheranno in sei, cambiandosi tra di loro. Una dama non sa giocare, gli altri le danno delle indicazioni di primo orientamento sul gioco. La partitura teatrale è orientata a tratteggiare profili di persone e a raccontare situazioni, non a descrivere il gioco, le cui regole vengono date per scontate. Trovo fasi di gioco estemporanee e parziali, non necessariamente consecutive, inframmezzate da pensieri, caratterizzazioni, monologhi poetici e commenti moralistici del coro. Ho evitato di trascrivere le parti letterarie per riportare quelle di qualche interesse per la ricostruzione del Giulé. Parimenti, le notazioni e i commenti sono limitate a quanto di interesse di gioco.

All'inizio, trovo una fase di gioco che sembra riferirsi allo sviluppo d'una stessa intera smazzata. Gli indizi dell'unicità della smazzata sono la presenza di quegli stessi sei giocatori e una qualche sequenzialità nello sviluppo dei punti in loro mano e delle puntate. Successivamente, trovo l'intitolazione Giuoco secondo, e assisto ad una fase di un'altra smazzata. Infine trovo l'intitolazione Giuoco terzo con rapide fasi d'una terza smazzata.
La smazzata iniziale, pur nella carenza di indicazioni come il numero di carte e gli scarti,  offre il maggior numero di informazioni sparse. Le altre due smazzate sono utili per riscontro.

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Premessa : il mazzo e valore delle carte.

Primiera o Flusso in età elisabettiana.

Giocavano con un mazzo di semi francesi. Non vi era una gerarchia di semi. Le carte non erano numerate. Le cuori sono scritte quori e le quadri sono chiamate mattoni, forse traducendo dal francese carreaux, che significa mattonelle, piastrelle, pianelle. I semi neri sono chiamati picche e fiori.
In due occasioni sono enumerate una serie di carte. Durante il gioco sono indicate occasionalmente altre carte. Sono menzionate cartine basse, come il Tre e il Sei. In nessun caso vi sono menzioni agli Otto, ai Nove e ai Dieci. Ma compaiono i punti 28 e i 29, punti che con tre carte non potevano che essere chiusi con degli Otto e dei Nove. Mi sembra improbabile che si potessero costituire punti chiamando carta a oltranza fino al loro conseguimento. Ne deduco che vi erano gli Otto e i Nove. Resta la possibilità remota che mancassero i Dieci, come nel mazzo spagnolo.
La gerarchia delle carte era quella naturale R,D,C,(10),9,8,7,6,5,4,3,2,A. Le figure valevano 10. Le cartine valevano il loro valore facciale. Gli Assi valevano 11 se combinati con almeno una figura dello stesso seme , mentre non è esplicito se valessero uno o undici quando combinati con una o due cartine dello stesso seme. Esempio : Asso+Figura+Otto, questa combinazione valeva 19 o valeva 29 ? propendo per 29. Mentre il valore della combinazione Asso+Due+Tre resta incerta.

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Premessa : le combinazioni.

La Tour, Il Baro, part. 1630

Le combinazioni premiate erano :
giuleone, ovvero tre carte uguali, detto anche giulé.
punto, consistente  in due o tre carte dello stesso seme. Il punto massimo era 31, consistente probabilmente in due figure (o figura+Dieci) + Asso dello stesso seme.
coppia di carte uguali, detta giulé. La coppia sembra avere avuto valore solo nella contesa dello specifico piatto, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo.
Le combinazioni premiate sono simili a quelle lombarde del 1530 descritte da Girolamo Cardano, cit, per il gioco del Flusso. E' assente la variante francese descritta da Cardano, che premiava delle combinazioni alte con aggiunta di un Asso di altro seme.
In Italia i giochi d'azzardo quattrocenteschi e cinquecenteschi su tre carte erano numerosi e popolari. Il Flusso, la Cricca e forse la Pariglia sembrano avere generato molte varianti.

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Premessa : tre piatti.

Nel primo piatto tre giocatori misero un gettone a testa, formando il premio di tre gettoni per il giulé. Nel secondo piatto altri tre giocatori misero un gettone ciascuno, formando un altro premio per il punto. Il terzo piatto, detto pentolino fu posto in mezzo al tavolo e sembra fosse destinato a raccogliervi le puntate di gioco.
I tre piatti contenevano premi per altrettante fasi della partita. Il piatto del punto era conteso in lotte tra punti con le prime tre carte. Il piatto del giulé era disputato tra coppie di carte uguali. Sembra che i piatti del punto e del giulé non venissero assegnati in caso di pareggio : negli esempi qui riportati di contesa tra due 21 e tra due coppie di Fanti, un personaggio allude al fatto che il piatto s'ingrossava. Resta il dubbio se le puntate dei piatti del punto e del gilè andassero sempre nel pentolino, o solo nel caso di piatto non assegnato. Il pentolino veniva conteso a fine gioco, dopo la fase dei cambi e scarti.

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Premessa : le poste

Le puntate andavano messe in denaro. Fu deciso di giocare mezzo grosso a partita. Il grosso era moneta di non gran valore valore, la partita era la posta minima, il gettone. Il mazziere turnava ad ogni cambio di carte durante la stessa partita. All'inizio di ogni partita tutti mettevano nel pentolino un giulio e il mazziere di turno metteva un altro giulio. Il giulio pare valesse due grossi.

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Premessa : le dichiarazioni.

Trovo due tipi di dichiarazione : quella delle puntate, del tipo fo di tre, fo di una, cinque più, fo di tutti, fo del resto; quella di combinazione posseduta : giulè, 19, 31, eccetera.

Fo di una, fo di tre, eccetera annunciava la messa in piatto di quel numero di gettoni.
Cinque più, e simili, annunciava il rilancio di quel numero di gettoni su puntate precedenti.
Fo di tutti non chiudeva la mano, per cui sembra significasse raddoppio, metto in piatto un importo pari al piatto.
 Fo del resto significava gioco tutti i soldi che ho in tavola davanti a me. Questa dichiarazione era definitiva e chiudeva la mano di gioco, costringendo gli avversari a versare il resto o a uscire.

La prima puntata veniva fatta senza dichiarazione di punto. Equivaleva all'invito. Perché la mano proseguisse, occorreva che almeno un giocatore l'accettasse e la coprisse. Gli altri restavano in gioco anche senza pagare l'invito. L'invito era rilanciabile.

La dichiarazione di punto posseduto era accompagnata da una puntata in denaro. Chiudeva la fase di gioco iniziale e preannunciava la contesa del piatto del punto, nonché portava alla contesa finale del piatto in questione. La dichiarazione giulé non specificava la coppia o il tris posseduto, mentre il punto era sempre dichiarato col valore : ho 19, ho 30, ho 31. In una occasione, il punto posseduto venne sottodichiarato : ho 29 - anch'io - allora ho 30 - pigliatevelo un po' per la callaja ho 31 (vedi Prima partita, fase 2). 
Trovo l'espressione vola : ho giulé e vola, oppure ho 31 e vola. Volare stava per essere forte, vincente. Nella dichiarazione di giulè, questo è l'unico dettaglio sul giulè dichiarato che trovo.
 Non è chiaro se fosse permesso bluffare, sovradichiarare.

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Riassunto : la dinamica di gioco iniziale

Ad inizio gioco, veniva data una carta scoperta a testa, chi riceveva la più alta sarebbe stato di mano, cioé il primo a parlare. Il senso del gioco non è citato, ma sicuramente antiorario. Non è specificato quante carte distribuiva il mazziere, ma siamo soccorsi da altre testimonianze posteriori : tre carte a testa. 

Con le tre prime carte in mano,

Invito.
- se tutti passavano o dichiaravano a monte, tutti scartavano una carta probabilmente scoperta e il mazziere procedeva a distribuirne una nuova coperta a testa e si ricominciava.
- chiunque poteva invitare puntando qualcosa, senza dichiarare un punto. In caso di copertura dell'invito anche di un solo giocatore, il gioco proseguiva per tutti. Erano ammessi i rilanci. Non è chiaro se le puntate e i rilanci andassero nel piatto del punto o nel pentolino.

Piatto del punto.
- chiunque poteva dichiarare un punto e puntare. Immagino che la puntata andasse nel piatto del punto. Era ammessa la dichiarazione di un punto inferiore a quello posseduto. Chi voleva contendere il piatto del punto doveva accettare la puntata del dichiarante o rilanciarla. Nel caso di pareggio tra punti uguali sembra che il piatto del punto non venisse diviso, ma messo nel pentolino. A fine contesa, i giocatori non partecipanti alla contesa del piatto del punto rientravano e proseguivano il gioco.

Piatto del giulé.
- il giocatore con una coppia poteva dichiarare giulé senza specificare che coppia aveva. Se nessun altro aveva giulé, il dichiarante lo mostrava e incassava il piatto del giulé di tre poste. Se vi era altro giulé, questo poteva essere a sua volta dichiarato genericamente con puntata messa in piatto, aprendo la contesa con puntate e rilanci, per la vittoria della coppia più alta. Il giulé di coppia non sembra avesse valore in nessuna altra circostanza.

- successivamente alla contesa del piatto del punto, tutti scartavano una carta che sembrerebbe scoperta per riceverne una coperta.

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Riassunto : fase finale.

A seguito dell'assegnazione del piatto del punto e del successivo scarto e cambio :

- se tutti passavano dicendo a voi, si procedeva ad un ulteriore scarto e cambio e si ricominciava da qui.
- un giocatore dichiarava, potendo sottodichiarare, e metteva denaro nel pentolino. Se nessuno copriva, dichiarante vinceva il piatto. Erano ammessi i rilanci fino al resto. Il piatto veniva assegnato a seguito di ritiro di tutti gli altri, detto gettar le carte a monte, o scopertura delle carte dei contendenti con verifica del punto maggiore.

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La Tour - Il baro - 1610

 

Trascrizione parziale da

Le Mascherate

Atto II, scena V

di

Michelangelo Buonarroti il Giovane

 

La preparazione del tavolo.

Staffiere : Ecco le carte, lasciatemi passar.
Orsola :     .......
        To, ve' che dappocaggine !
        Ve' che spensierataggine !
        Metter le carte in tavole
        e lasciar sdrucciolarsele
        del piatto, e'n terra spandersi.
        Su tosto, su, raccoglile,
        .........
Dorotea : Raccoi quella dama
        non porvi su'l pié.
Anna :     Raccoi tu quel re.
Dorotea :    Raccoi tu quel sei.
Giulio :     Arresta tu'l passo
        riguarda quell'asso :
        tu scansa quel fante:
        ohimé che l'ha coperto con le piante.
(1)

Caravaggio - Suonatore di liuto - 1595

Orsola :    Dall'una parte sederete voi,
        dame, e dall'altra opposti e concorrenti
        gli uomini giucatori
(sic)
        mentre che così intenti
        s'assidon qui vicini i signor nostri
        grati favoritori. Riguardate.
        E prima che sedere gli inchinate.
Dorotea : Signora sposa, sedeteci appresso,
        ponetevici in mezzo,
        voi vestita di bianco e noi di nero
        faremo un bel commesso.
Sposa :    Ma che ci farò io ?
        Non mi son più trovata...
        Son stata sino a ora in monastero,
        ne sono al bujo affatto.
        Non conosco le carte.
Orsola :    Vo' avete un tale ingegno,
        attitudin di sorte
        da restare in duo tiri addottorata.
        Lasciate fare a noi,
        e sarà un bel giulé
        che tiene a dire porre insieme
        e un mettere in coppia e combinare
        te verbigrazia e me
        che spesse volte fa' l resto tirare.
(2)

(1) Tre dame e tre cavalieri si affrontano nella prima smazzata. Le dame fanno un inchino ai mariti prima di sedersi.
(2) Giulé era la coppia di carte uguali. Far tirare il resto significa fare impegnare la massima puntata di gioco.

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Sposa : Signore mie, mi raccomando a voi.
Orsola : Or, non vedete voi ? questi son quori
        e quest'altri mattoni, e queste picche.
        E questi altri son fiori,
        fior, picche, cuor, mattoni
        mi par musica molto sconsertata.
Orazio : Non è senza proposito il conserto,
        nè 'l concetto a caso.
        Se 'l volete sapere,
                    pag. 149   son per farvelo aperto.
Sposa.                        Sì, di grazia.
Onofrio.    Eh, ma' più che si giochi.
        Noi ce n'andrem oggi in ragionamenti.
Anna :     C'ha detto fra '  denti ? egli è falotico !

Orazio..... (lungo monologo poetico descrittivo dei semi francesi.)
Anna.    Signora Dorotea, faretel voi,                    150
        più esperta di me.

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Caravaggio - Sbaraglino part. de Il baro.

Squola di Giulé

Dorotea.     ...........
        Ora io dico che, posta
        da parte la primiera, principessa
        di tutti gli altri giochi
(3),
        a questo del Giulé vi tengo a squola.
        La prima cosa questi incoronati
        che voi vedete in maestà pomposi
        e'l sen fregiati d'aureo carcame,
        sono i Re, che gli sposi
        Sembran di queste qui, dette le Dame;
        questi altri appresso armati
        e bizzarri in sembianti,
        son chiamati i Fanti, guardia loro
        o ver lance spezzate.
        Son l'altre carte tutte nominate
        dal numero di quel ch'ell'hanno in seno,
        picche, cuor, verbigrazia, più o meno
        scendendo fino all'uno
        (qualsiasi la cagion) ché detto l'asso.
        Ma però ch'uno si sia
    pag. 151        non sempre in ogni gioco egli è il più basso,
        come neanche il maggiore in ciascuno         
        bench'ei sia pure in questo
        Il Re è tuttavia.
(4) Dite voi il resto.

(3) Anche per Buonarroti la Primiera era la regina dei giochi.
(4) In molti giochi su tre carte l'Asso valeva uno se combinato con cartine, e 11 se combinato con sole figure. Non mi è chiara la frase finale sul Re.

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Tavoliere, XVII sec.

Anna. Due Re, due Dame, due Fanti, due altre
        carte di geminata proporzione,
        si dicono Giulé
(5).
        Non so io già perché, voce è straniera
        si come la Primiera.
(6)
        Se treplicata fia
        una tal compagnia
        chiamato è Giuleone
(7).
        Due capi ha questo giuoco :
        l'uno è il Giulé ch'io dico, l'altro è 'l punto,
        che 'l maggiore è trentuno
(8).
        Del resto informerenvi a poco a poco
        caso per caso, o ver punto per punto.

(5) Giulé era una coppia di carte uguali.
(6) Buonarroti intorno al 1610 pensava che la Primiera fosse una denominazione non italiana.
(7) Il tris o terzetto di carte uguali era detto Giuleone. Nella fase finale, era chiamato familiarmente giulè (vedi nota 50)
(8) Vi erano due tipi di combinazioni premiate : due o tre carte uguali, dette giulé, e le carte dello stesso seme, dette punto. Il punto più alto era il 31, ottenuto con due figure e l'Asso dello stesso seme.

I tre piatti e le poste.

Orazio.    Ma fassi noto a tutti i circostanti
        che nessuno zerbin s'appressi a dama;
        E si vietano le mance e i paraguanti
        in ricompensa di qualche lor trama :
        Nè si vuol qui veder mangiarsi i guanti,
        né per passarsi il sen trar fuor la lama,
        nè chi pianga e chi urli e chi sospiri,
        manchi, languisca, spasmi, muora e spiri.
        Or voi, che avete già le carte in mano.
        Daten' una per uno
        per chi ha aver la mano.
(9)
Giustino.    In quanto alla partita ?
Onofrio.                Un mezzo grosso.
(10)
Giustino. Egli è poco.
Onofrio.             Che poco ? io non gli batto.
Giustino.  Oh, vo' avete l'animo mendico !
Onofrio.    Non vo' far di più, dico.
Dorotea.     Io perderò quel manco. Ecco mia prima : 
       pag. 152
        Pel punto in questo piatto
        Metterem tre di noi.
(11)
        Tre altri pel Giulé
        Metteranno in quell'altro
(12): in quel di mezzo
        Si farà pentolin
(13). Chi fa le carte
        Metterà su un giulio, e'l primo gioco
        D'ogni partita metterem su tutti. 
(14)

....... (segue una discussione sulle monete consunte)

(9) Si distribuiva una carta a testa e chi riceveva la più alta avrebbe giocato in posizione di mano.
(10) Il grosso era una moneta medievale, che col tempo era diventata di non grande valore. Qui per partita si intende il gettone di base.
(11) Il primo piatto era per la vittoria di punto con due carte (vedi...), e aveva una dote di tre gettoni, forse tre mezzi grossi (vedi nota 10).
(12) Il secondo piatto era per la vittoria di Giulé con due carte (vedi...) , con tre gettoni, presumibilmente tre mezzi grossi (vedi nota 10) di dote.
(13) Nel terzo piatto, detto pentolino, andavano le puntate per la fase finale di gioco con tre carte (vedi...).
(14) Il giulio era una moneta papalina con circa tre grammi d'argento che valeva due grossi. Nel pentolino andava un giulio a testa e un giulio supplementare del mazziere

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Prima partita, fase 1

Anna.     Su via, su via per chi ha aver la mano
        e cominciamo ormai.
Dorotea.    Con questo patto che per allegria
        ad ogni giuleone
        ogni trentuno, ogni votar di piatto
        si canti una canzone.
(15)
Tutti.     Sie sie.
Dorotea.     Un fante, un sei, un dua, un asso, un cinque
        E a me tocca un quattro, e resta un re
(16):
        E' appunto tocco per servirla un fante,
        sì come par dovere.
Orsola.    Rimescolate ben, rimescolate, .... A voi le carte
(17)
Anna.     Su dite passo, dite,
        signora sposa.
Sposa.                 Passo.
Anna.                     E passo anch'io
(18).
Onofrio.    Di dua. (19)
Dorotea.        Eh ! no, di grazie.
Giustino.                Io la tengo. (20)
Dorotea.    Oh ! io l'ho caro.
Orsola.                E io rientro.
Dorotea.    Tutti pur rientriamo.
(21)
        Dite a voi, sposa.
Sposa.            A voi.
(22)
Anna.                D'un altra più. (23)
Onorato.    Io sì.
Giulio.    Io no.
Orsola.    Né io.
Dorotea.    Io fo quattro altre, poi.
(24)
Anna.    Sì, tenetela, sposa.
Sposa.    Per me muoio pel popolo, io la tengo.
(25)
Anna.    Né io me ne voglio ire.
Onorato.                O pensat'io !
Giulio.    Vo' avevi pure a lasciar che fra loro            
        elle si trastullasser, né per quarto 
               pag. 154
        fra tre le dame combattere.
Onorato.                        Non vo'
        tante parole io. Di tutti.
(26)
 Dorotea               Oh, fastidioso !
        Tengol'io, la tengh'io, sto per tenerla.
Anna.     Risoluzione: e poi parlerem noi.
Dorotea.    Sì ch'io la voglio.
Anna.                    Basti questo, sposa.
        Quest'è un formicone
        di sorbo, di quei duri; e però io
        dico che me ne vo, vo, vo, vo, vo.
        piatto mio, tu se' fritto. Addio, addio.
Onofrio.     Accusate.
(27)
Dorotea.            Ventuno. (28)
Onofrio.                E tanto ho io.
Anna.    Allegrezza allegrezza ! il piatto ingrassa         
        Chi sa ? forse per me.
(29):
Onofrio.                Feci i miei conti,
        Dissi : ella se n'andrà.
        Dissi : s'io vinco questa,
        venga poi la tempesta,
        qualcosa avrò io 'n man per la 'nvernata:
        ma il diavol fa ch'io non l'ho 'ndovinata.
(30)

(15) Viene proposto di festeggiare il momento culminante, quando un vincitore vuotava il piatto, meglio se col punto più alto, il 31 e il giulé di tre carte uguali.
(16) Anche in queste sette carte manca un Otto, o un Nove, o un Dieci. Vedi nota 1. Chi riceva la carta più alta, in questo caso un Fante, era di mano, il primo giocatore a parlare, ovvero quello a destra del mazziere.
(17) Non spiega quante carte diede a ciascuno, ma erano tre.
(18) Passare in questa fase non comprometteva il prosieguo della partita.
(19) Il giocatore Onofrio punta due gettoni.
(20) Tenere significava mettere l'importo della puntata, in questo caso un invito iniziale di due gettoni.
(21) E' chiaro che il non tenerla non impediva la prosecuzione del gioco.
(22) In questa fase, dire a voi significava dare la parola al giocatore successivo.
(23) La giocatrice Anna rientra rilanciando di un gettone.
(24) Dorotea mette i due gettoni di invito, il gettone di rilancio di Anna e rilancia di quattro gettoni. Dorotea è la giocatrice successiva a Onofrio l'apertore, e gli aveva detto eh no di grazie, ma ora che il turno le è tornato rilancia.
(25) Sposa la tiene e paga complessivamente sette gettoni. Lo fa per il popolo, sembra voler dire per tenere aperta la partita.
(26) Far di tutti potrebbe volere dire del resto, cioé di tutti i soldi puntabili, oppure di tutto il piatto, cioé raddoppiarlo.
(27) I due contendenti che hanno puntato di tutti, Onofrio e Dorotea, sono invitati a dichiarare il loro punto.
(28). Ventuno è il massimo punteggio conseguibile con due carte, punteggio che permetteva di rischiare la puntata massima.
(29) Sembra qui conclusa la contesa del piatto del punto senza vincitori. Sembra che il piatto del punto non fosse aggiudicato in caso di due punti uguali.
(30) Onofrio non ha vinto con un 21, né ha diviso il piatto. Ne deduco che il contenuto del piatto del punto è andato nel pentolino.

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Prima partita, fase 2.

Dorotea.    Che berta ei fra sè ? Sposa, le carte. (31)
Anna.    Di grazia, non ancora,
        ché, se'l piatto ingrassa per man vostra,
        rifatele pur voi.
Orsola.                Ma, s'ei ingrassa
        Per man di chi le fa, come avvenn' ora,
        egli ingrassa del mio : pure io le fo.
(32)
        Tenete, tenete, tenete, tenete, tenete (33);
        e questa è mia : e parmi ognun dir monte.
Onofrio.    Non io se fo di tre.
(34)
Giulio.    Ve' che numer da pillore egli ha scelto !
Dorotea.    Poi ch'ognuno ha paura, io sola seco  
         pag. 155
        torno a riazzuffarmi; e fo del resto. (35)
Onorato.    Non me ne posso ir mai: Domin lo faccia !
        Date pur carte.
(36) Orsù i' ho ventinove.
Dorotea    Io ho più : io ho trenta.
Onorato                    E trenta ho io.
(37)
         Rimarrà su di nuovo. (38)
Dorotea.                    Dite l'vero ? (39)
Onorato-    Eh, non uso mai voler la baja.
Dorotea.    L'uso ben voler io.
        Pigliatevelo un po' per la callaja :
        quest'é trentuno; e d'un punto l'ho vinta,
        se questa dama non mi si è sdipinta.
(40)
Orsola.    E se sdipinta pure ella si fusse,
        le san ridipingere a lor posta.
Onorato.    Questo è stato un mal tiro :
        questi vostri trentuni mal maturi
        e troppo primitivi hanno dell'agro.
Anna     Vedete il viso ch'egli ha fatto magro !
        e come gli altri si son fatti scuri.

(31) Un'altra giocatrice, Sposa, è invitata a dare le carte.
(32) Il mazziere doveva mettere un giulio (vedi nota 14). Dorotea aveva dato la prima mano di carte e sarebbe toccato a Sposa, ma Anna convinse Orsola e rifarle. O meglio, a continuare a darle. Vedi nota 28.
(33) E' chiaro che il mazziere Dorotea diede una carta a cinque giocatori e una a sè stessa. Non è descritto alcuno scarto precedente.
(34) Onofrio punta tre gettoni.
(35) Dorotea fa del resto, gioca tutto i soldi.
(36) Vengono nuovamente date carte. Con ogni probabilità, c'era stato lo scarto di una carta che veniva sostituita. Con la nuova carta, Onorato ottiene un 29, valore conseguibile con combinazioni del tipo Figura-Figura o Dieci-Nove, o, nel caso  l'Asso fosse valutato 11, con Asso-Figura o Dieci-Otto.
(37)Trenta era conseguibile solo con tre figure, o forse due figure e un Dieci.
(38)L'espressione gergale mi sembra riferirsi al fatto che, in caso di pareggio, il piatto non venisse assegnato né diviso.
(39) Era ammesso sottodichiarare.
(40) Dorotea tronca le accuse a crescere mostrando il punto massimo, il 31, composto con una dama scolorita. Da questa fase deduco che anche la terza carta veniva data coperta. Prima dell'ultimo cambio e scarto, Dorotea aveva mostrato un 21 di due carte. Se la terza fosse arrivata scoperta, il suo punto sarebbe stato palese. L'arrivo del 31 massimo chiude la contesa, lasciandoci dubbiosi se in altri casi si sarebbe proceduto a un ultimo cambio e scarto.

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Prima partita, fase 3.

Orsola.     Badate qua, signora Anna. Giulé.
Anna.     Giulé: e fo di dua.
(41)
Orsola.    Ed io dua sopra di dua.
Anna.                 Non se ne muore.
        Tengola e non so d'altro. Io ho due fanti,
        che paion duo soldati
        (che tanti alla malora
        se ne sono quest'anno sciorinati).
        L'un quel di picche, l'altro di mattoni,
        che par che voglian dire
        strage e distruzioni.
Orsola.    E pur di fanti è il mio, che forma un doppio.
        Giulé di due, giulé quasi una muta
        di quattro d'un mantel cava' da cocchio.
        Ecco fiori, ecco quori
        ch'endovinan, cred'io, d'un'alma pace
            pag. 156
        frutti salubri, ond'altri si rinquori.
Dorotea.    Il piatto del giulé cresciuto ha corpo. (42)
Anna.    Odi, ascolta, lacché; senti, ragazzo:
        (te l'vo dir nell'orecchio)
        vammi, e cava d'un mazzo
        di carte (poco importa o nuovo o vecchio)
        e poi tornando sottomano
        mel porgi, e statti zitto.
(43)

Coro        Felice colpo che alcun faccia lieto
        fa gli altri impallidir...........
        ....................   
(lungo intervento del coro sull'alterna fortuna e sulla nefandezza del barare).

pag.157

(41) Inizia un'altra partita ? o inizia lo scontro sul giulé ? Orsola dichiara giulé e non punta, Anna dichiara a sua volta giulé e punta due gettoni. Orsola rilancerà di altrettanto.
(42) Anche in questo caso di pareggio, il piatto sembra che non venisse assegnato.
(43) La giocatrice Anna prepara un colpo mancino e si fa portare un altro mazzo qualsiasi da un cameriere.

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Giuoco secondo.

Anna.     Ti ringrazio, lacché, ma non dir nulla.
Giulio.    Alla signora sposa
        tocc'ora far le carte,
        ma, non pratica ancora,
        le caderan di man.
Onofrio.                Fatele voi,
        signora Anna, per lei,
        e datemi qualcosa dond'io faccia
        un po' me'
(sic) i fatti miei.
Anna.    Dunque la prima carta sia la mia,
        che le son sotto mano. Monte.
Onorato.                        Monte.
Giulio.    Monte anch'io.
Orazio.            Ed io.
(44) 
Dorotea.    Volentier, volentieri. Dite, sposa.
Sposa.    Mi ci vo cominciando a accomodare,
        e a 'ntender 'l gioco.
Orazio.    Le giovan spiritose e c'han giudizio
        ci s'accomodan tosto.
Sposa.    Sì, monte, e scarto un quore.
(45)
Anna.    Scarto che s'usa molto dagli ingrati.
Giulio.    Ed io scarto una dama.
Dorotea.    Scarto che s'usa assai dagli zerbini
        che n'hanno una gran copia.
Onofrio.                        Io scarto un fante
        di picche.
Orazio.            Anch'io gli scarto
        Volentieri simil fanti. Carte in tavola.
(46)
Anna.    A voi.
Onofrio.        A voi.
Giustino.                 Fo d'una
                pag. 158
Orazio.    Invitar d'una vuol dir ch'ha giulé (47).
        Non la posso tenere.
Dorotea.                Manco poss'io.
Sposa.    Io gli getterei via.
Anna.    Io sì : che sarà mai ?
Onofrio.                Io perché no ?
Anna.    Animo, dua sopra.
Onofrio.                Quattro poi.
Orazio.    Dissi ben io, costui non bocia in fallo.
Anna.    Io ho giulé: e vola: e fo quattr'altre.
Onofrio.    Giulé ho io, e vola; e fo di tutti.
(48)
Giulio.    Eccolo 'l bargello: ohimé!  (49) mi raccomando:
        m'ha sempre tolta la spiga di becco.
        Io non ci sono a nulla
        sopra 'l mio invito: ma guarda la gamba !
Anna.    Io non me ne poss'ire: ecco tre dame.
Onofrio :     Le son le benvenute : ecco tre re.
(50)
Anna.    Mostrate un poco.
Onofrio.                Quor, picche, e mattoni.
Anna.    Come mattoni ? il re io di mattoni
        ho gettato ora a monte.
        Guardiam di grazie. Sta, sta, sta, sta. sta.
        Eccol qui, voi vedete.
Onofrio.    Che mi fa a me ? vo' che mi valga il mio.
Dorotea.    Adagio un po', come sta questa cosa ?
Anna :     Io l'ho trovata : il re di matton vostro
        di stampa è dell'Astrologo; ecco gli altri,
        come tutte le carte, della stampa
        della fortuna: ombé, che dite voi ?
(51).
Onofrio.    Che l'Astrolgo mio tengo per buono.
Anna.    E io la mia fortuna:
        E voi l'avete astrologata male.
        159
Onofrio.    Le carte io l'ho da voi : tirerò il piatto, (52)
        poi qualcosa sarà.
Anna.                 Non ve'l credete.
Dorotea.    Pensate voi !
Sposa.            Mi meraviglia
Giustino.                    Appunto !
Orazio.    Orsù. Facciamne accordo.
Onofrio.                Non è giusto.
Orazio.    Accordo.
Anna.            Accordo.
Sposa.                    Accordo.
Giulio.    Il piatto si divida.
Dorotea.            Si divida.
.........................

.........................          
                           pag.   160
(Coro stigmatizza i bari)........................................                      pag.    161

(44) Sposa fa le carte, Anna è di mano. Nel Primo gioco abbiamo visto che la partita si è aperta con dei passo. Qui, invece di passo, viene detto a monte, o monte. Ne ricavo che fossero la stessa cosa.
(45) Sposa, mazziera e ultima a parlare, dichiara a monte e scarta per prima una cartina di cuori. Gli altri seguono scartando una carta evidentemente scoperta. Abbiamo l'informazione certa che in caso di tutti a monte la mano proseguiva andando al monte a prendere nuove carte.
(46) Gi scarti sembrano rimpiazzati da altrettante carte.
(47) Sembra che chi aveva giulé dovesse invitare di un gettone soltanto.
(48). Vola, significava che era alto, che era vincente. Far di tutti poteva voler dire raddoppiare o puntare il resto. (vedi...). Ne vinco che la dichiarazione era generica e che fosse possibile bluffare.
(49) Il bargello era la polizia urbana dell'epoca. Giulio, che aveva invitato d'una, vede una gamba di guai piombargli addosso.(50) Vengono mostrati due giuleoni, due tris, chiamati giulè. Se avevano tre carte uguali, ne avevano due uguali prima del cambio e scarto. Quindi, il piatto del giulé veniva giocato dopo il piatto del punto, a fine partita.
(50) Vengono mostrati due giuleoni, due tris, chiamati giulè. Questi punti altissimi chiudono la smazzata alle prime battute. O forse nella messa in scena Buonarroti ha saltato di rappresentare lo sviluppo della mano.
(51) Anna ha preparato la trappola contro l'odiato Onofrio. Forse ha preso la Dama scartata da Giulio e sicuramente ha rifilato a Onofrio il Re di quadri del mazzo dell'Astrologo che si era fatta portare dal cameriere.
(52) Incassare il piatto, il pentolino.

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Giuoco terzo.

Anna.     Le carte ora fo io; e ecco su. (53)
Onofrio.    Ecco su; ma, se questa
        perdo, non vo' far più.
Giulio.    Ecco anch'io su.
Orsola-    Ecco su.
Dorotea.            Ecco su.
 Sposa.                    Ecco su.
Onofrio.    Veggo la signora Anna in qua badare,
        che non guarda già me, ma chi m'è dietro:
        qualche trufferia c'è: signor dottore,
        andate un po' a studiare; e voi, matrona
        dalla gonnella bigia,
        via a dir la corona.
(54)
Dorotea.    To' to'. egli è in valigia !
Onofrio.    Rendetemi un po' il mio, me voglio ire.
Orazio.    Il vostro è 'ncorporato, confiscato,
        serrato a chiavistello;
        e, se voi ve ne andate,
        non ci resta nulla che su dire:
        si che, o voi vi levate, o fate giuoco.
Onofrio.    Ah, le carte ! voi volete pur gabbarmi,
        e volete ch'io segua, e ch'io la 'nviti.
        Io fo di dua 'n malora.
Sposa.    E io la voglio.
Anna.            Pian, signora sposa,
        voi lasciate portarvi a voluntà:
        non tocca a dire a voi.
Sposa.                    L'ho detto già.
Giulio.    Io per me non la voglio.
Orsola.    Io la tengo, e mi par che queste dame          
pag. 162
      
 faccian cenno di no.
Dorotea.                    Voi ve n'andate
        dunque dal diciannove
(55).
        signor Giulio. Oh vergogna ! io v'ho vedute
        le carte insin di qua, noi starem bene.
Giulio.    Vidi tanta la gioja
        nel favellar, ne' gli atti e ne' sembianti
        della signora sposa
        ch'io avrei creduto offender tutti quanti
        s'io teneva l'invito.
Onofrio.    Cortesia da zerbin ridicolosa :
        non l'avrei già fatt'io.
        Chi è minchion, suo danno;
        cortesie di tal sorte
        forse s'usano in corte:
        al mio paese certo non si fanno.
Dorotea.    Voi siete un gran severo,
        voi siete un gran avaro,
        sete
(sic) troppo ritroso :
        vo' da qui 'nnanzi dirvi il cavaliero
        dell'istrice, del prun, dello spinoso.
Onorato.    Dite quello che vi pare :
        chi disse giuoco non disse donare.
Orazio.    A me tocca far giuoco e dico tutti. (56)

(53) Anna era di mano nel gioco precedente. In questo naturalmente diventa mazziere.
(54) Onofrio è irritato e sente, a ragione, puzza di bruciato. Caccia da dietro di sé due astanti, un dottore e una signora con la sottana grigia.
(55) In un mazzo senza i Nove, il 19 poteva essere composto solo con tre carte, Figura+Quattro+Cinque o Figura+Sei+Tre o Figura+Sette+Due.  Il 19 con tre carte non sembra un gran punto, non aveva speranza di sviluppo, a meno che la caccia al 31 non potesse essere fatto con più di tre carte. Per creare scandalo questo 19 era di due carte, Figura o Dieci+Nove.
(56) Orazio apre con una puntata forte. Vedi nota 26.

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Onorato.    La sposa se ne va,
        e paura io non ho di nessun punto,
        se mi venisse un uno.
Dorotea.    Doh ! che ti venga il morbo, egli ha trentuno !
Onorato.    Io ho trentuno, e vola
(57).
Anna    S'egli avea trentadua
        non ci pensava punto.
Giulio.    Vedeste voi ? non potea scior parola,
        gli tremava la voce.
Dorotea.    Non gli trema già adesso,
        diventato feroce
        il braccio, che timor nessun non ha,
        a trar dal piatto un sì brodoso lesso.
Anna.    Mi vo' voltare in là  
                        pag.163
        ché vivanda sì bella
        non so veder levarmi via dinanzi.
Dorotea.    Egli affoga nel méle
(sic) e non favella.
Anna    Vedete s'e' s'è messo in gravità !
        fategli largo, lanzi !
Orazio.    Io mi credei cacciarlo
        con questo ventotto affumicato
(58)
        minchion che sono stato !
        Ma è bisogno mostrarlo
        quel trentun che voi dite,
        credere a voi non s'ha :
        vo' avete venti, e non ci casca lite.
        E questo che di fior v'è parso l'asso
        è quel di picche, olà,
        che, vistone il picciuolo,
        credendol fiori, vi levate a volo,
        e del piatto io, non voi, mi farò grasso.
(59)
Dorotea.    Non parla, ei si strabilia, ei sbaviglia.
Anna.    Mettete giù il giulé, signora sposa.
        Ohimé ! ch'ella ha tre tre !
        perchè non la teneste, bella figlia ?
Sposa.    Nel tirar su la terza,
        poco sperta, a coprir venni col dito,
        di questo tre di quori, il quor di mezzo,
        e credutolo il dua, schivai lo 'nvito.
(60)
Dorotea.    Signor Orazio, il giusto
        vuol ch'ella sia rimessa nel buon dì.
Tutti, eccetto Onofrio e Orazio : Sì, sì, sì, sì, sì, sì

(57) Un 31 poteva essere fatto con tre carte. La tempistica tra il 19 di Giulio e il 31 di Onorato lascia perplessi. Forse era intervenuto un cambio e scarto intuibile da quel  : se mi venisse un uno.... un Asso che era arrivato. Il grido di Dorotea testimonia che Onorato aveva mostrato le carte. Ne consegue che Buonarroti ha saltato fasi di gioco per rappresentare le salienti.
(58) Orazio aveva puntato tutti. Non si sa se avesse già il 28 o se l'ha chiuso con un cambio e scarto.
(59) Onorato aveva due figure ( O Figura-Dieci)  di fiori e l'Asso di picche, creduto Asso di fiori.
(60) Sposa ha tirato su la terza carta. La presenza di tre carte è confermata. La messa in scena di questa mano è più frettolosa delle altre, ma ne ricaviamo comunque conferma che giocavano con tre carte inframezzate da carti e scambi.

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Trionfini a rubare e Goffetti


.............                                           pag. 166
(Un cameriere racconta ):
Avvenne che giuocando a' trionfini
a rubar, la signora
Sofronia (par a me) della Sannella,
con la signora Vinciguerra Ardinghi,
e con due cavalier, nel dar le carte
nacque confusione, onde amendue
l'Ardinghi e la Sannella,
preteser ch'una carta (io credo un asso.
credo quel de' bastoni)
fussi dovuto a sé, donde le grida
e le rampogne, e il berghinelleggiare
nacque in poche parole; e d'altra parte
facendo a goffi il signor Agatone
che queste dame usan chiamar Gattone,
col signor Diodor, nacque contesa
in materia di segni più o meno,
perché quel primo si fusse avanzato
segnando al debitor più di un fagiuolo.

Messo online il 22 novembre 2011

 

da Girolamo Zorli

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