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La Primiera, ovvero come giocavano a Poker nel Cinquecento.

Ringraziamo John McLeod per l'assistenza.

Premessa : il gioco della Primiera

Due di denari

La Primiera è uno splendido gioco agonistico di combinazione, del tipo dell'odierno Poker. Ha goduto di enorme popolarità in tutta Europa per diversi secoli. In Italia è testimoniata molto diffusa e articolata fin dall'inizio del Cinquecento. Le sue origini retrodatano forse alla fine del Quattrocento. Era parente, e forse figlia, dei giochi del Flusso e della Pariglia. Ha trasferito i suoi valori di punteggio nella parlata dei giocatori di Tressette del Settecento e nel gioco ottocentesco della Scopa. E' sospettata di avere ridotto definitivamente il mazzo italiano a 40 carte. Nel tempo e nelle diverse località ha conosciuto varianti sia della fase delle puntate, che di quella della distribuzione che della scala gerarchica delle combinazioni. E' oramai poco praticata in Italia, meno raramente nella sua variante semplificata detta Goffo o Goffetto. Gli spagnoli, che potrebbero averla inventata, e gli inglesi la chiamavano Primero. I francesi la chiamavano Prime o Bradelan.

Durante i secoli e nei diversi luoghi, la Primiera ha conosciuto moltissime varianti. La prima regola comune a tutte le varianti è il gioco su quattro carte, mentre nel Poker odierno è su cinque carte. Sono valutate le seguenti combinazioni: flusso, cioè tutte le carte dello stesso  seme; primiera, cioè una carta per ogni seme; punto, cioè due o tre carte d'uno stesso seme. Spesso era valutato il 55, consistente nel Sette-Sei-Asso dello stesso seme.

Quando due combinazioni dello stesso tipo si contendevano il piatto, vinceva la combinazione composta dalle carte di maggior valore. Peculiare della Primiera è la gerarchia e il valore delle carte. I Sette vi valgono 21 punti, i Sei 18 punti, gli Assi 16 punti, i Cinque 15 punti, i Quattro 14 punti, i Tre 13 punti, i Due 12 punti, le Figure 10 punti. Nel mazzi a cinquantadue carte, gli Otto, i Nove ed i Dieci vi valgono il loro valore facciale. I Sette e i Sei e gli Assi sono dunque le carte maggiori e valgono il triplo del loro valore facciale. Girolamo Cardano, che descrive la Primiera lombarda del 1530, dice che la giocava senza gli Otto, i Nove e i Dieci : cioé con un mazzo ridotto a quaranta carte che diventerà lo standard italiano.

In Italia, resta viva la memoria della Primiera nel gioco della Scopa, dove la gerarchia delle carte e il loro valore sono entrati come punto di combinazione incassata. Sembra possibile che anche la denominazione del gioco del Tressette sia tributario della Primiera : vi sono testimonianze di primi Tressette dell'inizio del Settecento che prevedevano l'accusa di tre o quattro Sette, nonostante fossero in quel gioco cartine di nessun valore. Nel Tressette le combinazioni maggiori sono ancora chiamate secondo il loro valore di primiera : Due e Tre (12+13) = 25, Asso e Tre (16+13)= 29, eccetera).

ll mazziere distribuiva le carte una o due alla volta. Vi era una o più fasi, anch'esse ricche di modalità e varianti locali, di scarto e cambio di una o più carte. Nel corso della fase di scarto e cambio si puntava e rilanciava con modalità regolamentate localmente. Le puntate erano chiamate inviti. Infine qualcuno metteva una posta, detta vada, che poneva fine alla fase degli scarti ed apriva la fase finale. Si scommetteva e si rilanciava, chi ci stava e chi si ritirava, finchè i superstiti mostravano le  carte e il piatto era vinto dalla combinazione maggiore. Come visto, nel caso di duello tra più flussi, o più primiere, o più punti, vinceva il piatto chi sommava maggior punteggio di carte.
Nel caso di nessun flusso o nessuna primiera, vinceva chi aveva il punto più alto, cioè la somma del valore delle carte possedute d'uno stesso seme.
La forma classica della Primiera italiana, successiva e diversa dalla variante Berni oggetto di questo lavoro, era giocata da due giocatori fino a cinque o sei giocatori. Il 55 era considerato maggiore della primiera e minore del flusso. La prima testimonianza della forza del 55 la testimonia Girolamo Cardano verso la metà del Cinquecento. A sinistra, il Due di denari del mazzo odierno della Primiera bolognese di Dal Negro, la cui iconografia è sostanzialmente immutata da quello originale cinquecentesco. Da questo mazzo vengono tutte le carte da gioco che illustrano il testo.

Sette di bastoni

Sono molteplici le affinità del poker d'origine statunitense con la primiera. La combinazione di carte dello stesso seme è detta in inglese flush, dall'italiano flusso.  La struttura del gioco americano su un numero fisso di carte e sulla ricerca di legare combinazioni valide mediante cambi e scarti è lo stesso della primiera. Simile è anche il rito di scarto e cambio delle carte preceduto e seguito da puntate. Analoghe le modalità di stare o lasciare o rilanciare. Identica è la dinamica finale dell'esibizione delle carte e verifica del punto vincente.
Come nel poker, anche nella primiera la parte appassionante si trovava nella dinamica e nella gestione delle puntate. Era l'agonismo del rituale delle scommesse che appassionava i cortigiani rinascimentali ed i coloni del Far West.

 

Come vedremo, già nel primo quarto del Cinquecento Berni accenna a vari modi di scommettere ed a riti differenziati di puntate da una città italiana all'altra. Girolamo Cardano ci dà informazioni importanti sul gioco Milanese della metà di quel secolo. Per non disperdermi in mille rivoli, in questo lavoro mi attengo alla variante romana, la preferita dal Berni, che chiamerò variante bernesca. I lettori frettolosi la trovano rapidamente descritta nel capitolo riassuntivo  La Primiera di  Francesco Berni.

Premessa : Francesco Berni.

Rosso Fiorentino, ritratto di Francesco Berni (1530ca)
Gian Matteo Giberti.

Francesco Berni nacque nel 1497 a Lamporecchio val di Nievole (Pistoia). Figlio di un notaio, studiò a Firenze. Nel 1517 andò a Roma, a servizio del cardinal Bibbiena. Alla sua morte passò alle dipendenze del nipote, Angelo Dovizi. Nel 1522, con l'elezione di Adriano VI contro cui aveva lanciato feroci satire, dovette lasciare Roma. Dal 1523 fu al servizio del potente vescovo e datario pontificio Giovan Matteo Giberti, nel 1532 del cardinale Ippolito Medici a Firenze. Qui, coinvolto in un intrigo di corte, morì, forse avvelenato, nel 1535.

La sua opera non fu molto ampia. Divenne soprattutto famoso con i 32 Capitoli, scritti in diversi tempi. Furono pubblicati separatamente in edizioni poco fedeli, a partire dal 1537. La prima edizione completa è del 1885.

Berni disse d’essere letterato «per poltroneria». La sua fu una poesia salace ed irridente, che si contrapponeva al manierismo petrarchesco del tempo. La sua posa anti-letteraria e dissacratrice investì un po’ tutto, soprattutto l'eleganza classicheggiante. Il suo verso aspro e raffinato è arricchito da un lessico plebeo ed ammiccante. Si dilettò sugli aspetti peggiori della vita umana e della realtà: la peste, i poveracci, l'orinale, i debiti. Fu un vero maestro della poesia irridente e satirica. I suoi capitoli divennero un genere letterario imitato fino all'Ottocento, definito appunto capitoli berneschi.

Berni stesso, nel suo rifacimento dell'Orlando Innamorato, scrisse un autoritratto caratteriale. Dopo averci raccontato alcune sue tristezze esistenziali, disse di sé stesso:

Dovizi di Bibbiena

Con tutto ciò viveva allegramente,
Né mai troppo pensoso o tristo stava;
Era assai ben voluto dalla gente;
Di quei signor di corte ognun l’amava,
Ch’era faceto, e capitoli a mente
D’orinali e d’anguille recitava,  
E certe altre sue magre poesie,
Ch’eran tenute strane bizzarrie
.

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Premessa : Berni e la Primiera

Grande sembra l'entusiasmo di Berni per la Primiera : ...chi non sa giocare a primiera , senza scupolo di conscienza si può separare dal consorzio degli uomini.... (COM, pag. 23)  nel proposito nostro di provare la eccellenzia della primiera ..... .. la primiera è gioco perfettissimo et ha in sé il sommo grado della bellezza e di quel che altro si può avere secondo la natura della cosa, adunque la primiera è massimamente dimostrativa e rappresentativa delle passioni dell'animo...(COM pag 26)

Verso la fine del suo Capitolo, come vedremo, leggiamo :

E io per me non trovo altro piacere,
Che, quando non ho il modo di giocare,
Star dietro ad un altro per vedere.
E stare’vi tre dì senza mangiare;
Dico ben a disaggio, ritto ritto,
Come s’io non avessi altro che fare
.

Nel poemetto In Lode del Legno Santo di Firenzuola, riportata nelle Opere Burlesche del 1760 a pag.137, Berni ci racconta le sue peripezie per guarire dagli attacchi delle febbri quartane, commentando :

Quanti denari ho speso per guarire,
che meglio era giuocarseli a Primiera...

 

Invece nelle Rime di Francesco Berni e nella raccolta Opere Burlesche troviamo questo capriccioso sonetto caudato:

Può far la Nostra Donna ch'ogni sera
i' abbia a star a mio marcio dispetto
in fin all'undeci ore andarne al letto,
a petizion di chi gioca a primiera?

Dirà forse qualch'un: "Ei si dispera,
et a' maggior di sé non ha rispetto".
Potta di Jesu Cristo (io l'ho pur detto!),
hassi a giocar la notte intera intera?

Viemmisi questo per la mia fatica
ch'io ho durato a dir de' fatti tuoi,
che tu mi se', Primiera, sì nemica?

Benché bisognaria voltarsi a voi,
signor; che se volete pur ch'io 'l dica,
volete poco ben a voi et a noi.

Et inanzi cena e poi
giocate e giorno e notte tuttavia,
senza sapere che restar si sia.

Questa è la pena mia:
ch'io veggio e sento, e non posso far io;
e non volete ch'i' rineghi Dio?

Un sonetto capriccioso al limite della blasfemia. Berni è obbligato dal suo datore di lavoro a giocare a Primiera fino a tarda ora. Si chiede se quest'obbligo gli venga dall'avere scritto sulla Primiera un bel Capitolo e un corposo Commento. Rimprovera al suo padrone la cattiva abitudine di giocare continuamente a questo gioco. Il tono di questi versi è lontanissimo da quello del Capitolo, del Commento e delle altre Rime Burlesche.

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Premessa : metodologia e testi.

Papa Adriano VI

Seguo due testi principali: il Capitolo in lode del gioco della primiera, come redatto in : Francesco Berni, I Capitoli, UTET Torino  1926, ed il lungo Comento al capitolo in lode del gioco della primiera dello stesso Francesco Berni, in : Banca Dati Nuovo Rinascimento, presso <www.nuovorinascimento.org>, Edizione di Ezio Chiorboli, per la trascrizione di Danilo Romei, immesso in rete nel maggio del 2001.
Il primo testo è in terzine di endecasillabi, il secondo in prosa. Sono entrambi datati al 1526. Il testo poetico non dà una descrizione organica, ma fa solo accenni a fasi di gioco. Il testo prosaico è una lunga dissertazione sul testo poetico, quindi anche il Comento non dà descrizioni organiche del gioco, ma dà qualche spiegazione ed ampliamento alle allusioni del Capitolo.
Dai due testi otteniamo solo menzioni sparse a certe fasi di gioco care al Berni. Vi sono frequenti riferimento ad altri giochi, per lo più per denigrarli e magnificare la primiera. Oltre ai cenni lacunosi su una delle primiere di allora, trovo spunti di riflessione sull'ambiente ludico del tempo e sulla storia dei giochi di carte in generale.

Il Capitolo è riportato integralmente in corsivo al centro della pagina. I versi sono numerati. Ne seguo il tracciato, interrompendolo con brani e citazioni del Comento, anch'essi in corsivo. Le occasionali citazioni di altri autori del periodo sono virgolettate.  Infine, nel capitolo 'La primiera di Francesco Berni', cerco di ricostruirne gioco e regole, mettendo in fila le informazioni sparse e talvolta lacunose. A destra, Pietro Aretino, nemico del Berni, ritratto da Tiziano.

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L'origine della Primiera

E una grandissima prova della sua grandezza è che i gran signori a primiera giocano e non ad altro gioco o rarissime volte. Queste parole le troviamo nel Commento a pagina 7, poco dopo seguite da altre sull'origine della Primiera.

... di chi ne fusse inventore o di chi la illustrasse primamente poca certezza si ha.... Alcuni dicono del magnifico Lorenzo de' Medici, e raccontano non so che novella d'una badìa.... altri vogliono che il re Ferrando di Napoli, quello che tanto magnificamente operò, la trovasse; altri il re Mattia unghero; molti la reina Isabella; certi altri il gran siniscalco.

Se già ai tempi di Berni era incerta l'origine della Primiera e ci si rifugiava in un mitico inventore, tanto più difficile è per noi congetturare dopo mezzo millennio. I personaggi evocati da Berni sono ovviamente di prima grandezza. Lorenzo de' Medici muore nel 1492. Re Ferdinando, detto don Ferrando o Ferrante, d'Aragona (1424-1494) è considerato da Francesco Berni e da Ugo Caleffini l'inventore anche del gioco della Ronfa. Mattia Corvino (1443-1490) re d'Ungheria era un contemporaneo di don Ferrando. Il terzo candidato sembra essere la celeberrima Isabella di Castiglia (1451-1504) patrona e finanziatrice di Cristoforo Colombo e contemporanea di don Ferrando. Il quarto candidato è indicato solo dall'alta carica, una carica esistente in molte corti europee. Un siniscalco di rilievo di quei tempi fu il francese Stefano de Vers, siniscalco di Beccarì, ricordato spesso da Francesco Guicciardini nella sua straordinaria Storia d'Italia.

I personaggi storici ricordati sono tutti contemporanei tra di loro, attivi nella seconda metà del Quattrocento. Berni era nato alla fine dei loro anni, nel 1497, cinque anni dopo la morte di Lorenzo, tre anni dopo la morte di Ferrando, sette anni dopo quella di Mattia, sette anni prima di quella di Isabella. Ne ricavo l'impressione che nel 1526 la Primiera fosse un gioco relativamente recente, giocato da tutti questi alti personaggi negli anni '80 e '90 del Quattrocento. Lorenzo il Magnifico appena sedicenne aveva frequentato la corte di don Ferrando nel 1463. Immagino che un giocatore come lui, se avesse scoperto la Primiera nel 1463, l'avrebbe portata a Firenze e la forza culturale della sua città e della sua corte l'avrebbe propagata per tutta l'Italia centrosettentrionale e ne avremmo traccia. Non troviamo traccia della Primiera nemmeno nella Canzona de' Confortini del 1478, che invece canta il gioco del Flusso. La sensazione è che a quella data la Primiera non esistesse o non fosse ancora popolare. Ne traggo la sensazione che la Primiera iniziò ad essere conosciuta dopo il 1480.

Un'altra via congetturale è lo sviluppo. La Primiera è un gioco con tre semplici combinazioni premiate : punto, primiera e flusso. Il gioco del Flusso è più antico della Primiera. Lorenzo il Magnifico lo chiamò nel 1478 gioco maladetto, cioé d'invito, di poste, d'azzardo. Ma il gioco del Flusso era su tre carte e dava loro il semplice valore facciale, niente a che vedere con la peculiarità dei valori delle carte nella Primiera, Pietro Aretino ci informa che un altro gioco quattrocentesco era intermedio alla Primiera : il gioco della Pariglia, che si faceva su quattro carte e aveva la stessa scala di combinazioni premiate : il tris di carte uguali, il flusso e la primiera. Nel gioco della Primiera, il valore delle carte è decisamente astruso e originale. La peculiarità del valore delle carte mi fa credere che la Primiera sia stata inventata in ambiente coltivato e poi esportata nei salotti e nelle taverne di tutta Europa per diventare il gioco d'azzardo per eccellenza.

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Berni : il travaglio delle varianti della primiera

Tre di coppe
Asso di bastoni

In Lode della Primiera.

Tutta l’età d’un uomo intera intera,
Se la fusse ben quella di Titone,
Non basterebbe a dir della primiera.
Non ne direbbe a fatto Cicerone,
Né colui ch’ebbe, come dice Omero,           5
Voce per ben novemilia persone.
Un che volesse dirne daddavero,
Bisognere’ ch’avesse più cervello
Che chi trovò gli scacchi o il tavoliero.
La primiera è un gioco tanto bello,   10
e tanto travagliato, tanto vario,
che l’età nostra non basterebbe a sapello.

Berni ci informa che la primiera era un gioco bello, travagliato e vario, la cui bellezza dovrebbe essere celebrata da qualcuno più intelligente di chi ha inventato gli scacchi o il backgammon.
Dopo aver enumerato varie località, Berni constata tanti paesi, tanti costumi (Com. pag.10) del gioco della Primiera. Ne deduce che non si debbono punto chiamar minor travagli della primiera le leggi, i patti, le condizioni, i modi del giocare, i dubbî, i casi, le controversie che in essa cotidianamente intervengono (Com. pag.12).

In diversi luoghi diversamente è adoperato questo gioco....A Firenze si costuma di levare i sette delle carte e gli otto e i nove. Queste parole le trovo a pagina 10 del Comento e mi sorprendono: come si potevano togliere le carte più importanti, i Sette, dal mazzo? Berni le scrive a dimostrazione del travaglio, travaglio che inizia prima del gioco, con una serie di accordi da prendere tra i giocatori, soprattutto se provenienti da località diverse. La sua Primiera era giocata col mazzo intero di 52 carte, a Milano col mazzo italiano ridotto di quaranta carte, senza Otto, Nove e Dieci. Era giocabile, e giocata, indifferentemente col mazzo di semi francesi o latini.

Passando al gioco, Berni dice chem, sempre nelle prime due carte, a Firenze quando si dice  "passo" bisogna per forza scartarle tutte, se bene uno avesse un asso e un sei in mano. Il che significa che a Firenze, se non si volevano scartare delle carte ricevute bisognava puntare. Girolamo Cardano ci informa che nella Milano di quegli anni chi diceva passo nelle prime due carte doveva scartare una o due carte, mentre per tenerle tutte e due bisognava puntare. Berni continua dicendoci che a Firenze Invitansi e tiensi sopra ogni piccolo punto, fassi del resto alla seconda carta. L'invito, come vedremo, era la puntata della fase iniziale del gioco, il resto era la puntata massima, corrispondente a tutti i soldi messi in gioco. A Milano e a Roma il resto era impegnabile solo dalla fase centrale del vada. I fiorentini dunque costringevano fìn da subito ad impegnarsi.

Loda la modalità romana della primiera, dove non si tolgono nè Sette, nè Otto, nè Nove; qui si può scartare e non escartare amendue le carte, poi che è detto una volta "Passo". Non si fa così alle due carte del resto... insomma, a Roma era tutto meno precipitoso, ci si poteva muovere con maggior agilità e minor impegno economico che nella rigida ed austera Firenze. Elogia anche la modalità dichiarativa del Senza mal gioco, non sempre accettata, con la quale il tavolo permetteva al giocatore che aveva finito i soldi di continuare la mano senza essere sbattuto fuori. Berni stava con la libertà, intesa come gioco il cui azzardo veniva ammortizzato da regole benevolenti e meno precipitose.

Sette di denari

Non lo ritroverebbe il calendario,
nè il messal ch'è si lungo, nè la messa,
Nè tutto quanto insieme il breviario. 15

Dica le lode sue dunque ella stessa;
però che un ignorante nostro pari
Oggi fa ben assai se vi s’appressa.
E chi non ne sa altro, almanco impari
Che colui ha la via vera e perfetta, 20
che gioca a questo gioco i suoi denari.

Berni evoca le peculiarità educative della primiera, il suo di stimolo alle capacità speculative di chi vi s'appressa, migliori a suo parere di quelle del tanto celebrato gioco degli scacchi.

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Berni : il travaglio dei punti

Sette di spade

Discutevano praticamente su tutto, anche sulla definizione e la gerarchia delle combinazioni vincenti!
Il Comento (pag. 11 e seguenti) ci spiega: la primiera è travagliata, per le molte varietà che in essa sono.... il principal travaglio.... si possono chiamare i suoi due principali capi, il flusso e la primiera, e un terzo derivato dal primo, che si chiama punto. Siamo sicuri che le due maggiori combinazioni premiate erano il flusso di quattro carte dello stesso seme, la primiera di quattro carte di seme diverso. Il punto, derivato dal primo travaglio, era un flusso incompiuto, e consisteva nella somma del valore delle due o tre carte dello stesso seme possedute. Nel caso quindi di mancati flusso o primiera, la mano veniva valutata computando le carte possedute dello stesso seme.

Da queste tre combinazioni premiate derivano tutte l'altre diversità... cioè maggior flusso e minor flusso, maggior e minor primiera, più e men punto; dalle quali diversità nascono infinite controversie.... Su una cosa sola erano tutti d'accordo, essere nella primiera per legge comune che il flusso la vinca (pag.12). Il flusso era il punto più alto, maggiore della primiera.

Le pariglie o coppie di carte uguali erano talvolta inserite come combinazioni premiate. Nel Liber de Ludo aleae di Girolamo Cardano (Milano, 1550 c.) c'è un accenno a qualcosa che potrebbe sembrare una pariglia Sunt qui certant de paribus in duabus chartis, vi sono quelli che competono con coppie su due carte. Sembra che durante la distribuzione iniziale, con le prime due carte il possesso di coppie desse luogo a scommesse e vittorie di poste. Berni ricorda la pariglia e dice che puossi fare nelle prime e nelle terze carte, e può essere maggiore o minore (COM pag. 11). Più avanti Berni la respinge dal gioco della Primiera, per il disordine e la ruina che causa in questo gioco (COM. pag 29) e aggiunge Dio il perdoni a chi fu inventore di cotale sciocchezza.

Molti, tra cui Berni, volevano che le quattro cose vinchino e il flusso e la primiera, come dir quattro figure, quattro assi e simili, cioè quartetti, i poker di quattro carte uguali. Ma, avverte, la primiera delle quattro cose.. non è ricevuta da tutti per legge comune. Nelle corti romane la scala gerarchica dei quartetti aveva i gradi suoi... ed è vinta la minore dalla maggiore, come nella pariglia interviene (pag.12). Anche nella Lombardia contemporanea il quartetto, che Cardano rende in latino con l'elegante parola chorus, era il punto più alto, mentre l'Aretino dice che il flusso è il punto maggiore e non fa cenno al quartetto. Non sappiamo quale fosse la scala gerarchica berniana delle coppie. Cardano dice chiaramente che la scala gerarchica dei quartetti era quella della Primiera, col Sette in testa. Cardano considerava paritetici due quartetti di figure (quattro Re, quattro Cavalli, quattro Fanti) perchè tutti avevano lo stesso valore di Primiera, cioè 40. Berni sembra dello stesso parere : la primiera delle quattro cose... non è così brutta primiera, sia pur d'otto o di nove a sua posta, che non gli goda.

Berni e l'Aretino non considerano il 55 (Sette-Sei-Asso dello stesso seme) nella scala delle maggiori combinazioni premiate. Cardano testimonia che in Lombardia il 55 era superiore alla primiera, e così è stato un po' in tutta Italia nei secoli successivi. Le parole di Berni (Comento, pag. 25) non lasciano dubbi : il timore che uno ha quando si truova un cinquantacinque et ha la mano et ogni cosa, che un altro non gli faccia una primieraccia addosso... L'Aretino dice qualcosa di simile : gli fa perdere il 55 che intoppa nella primiera. Nella variante bernesca, il 55 era dunque solo il punto più alto battibile da qualsiasi primiera. Nella citazione appena fatta, c'è un accenno interessante a chi ha la mano, di cui parleremo più avanti.

Berni accenna anche alla variante fare a meno, che era il rovescino della Primiera, ricordato anche da Cardano, dove vinceva chi aveva minor punteggio.

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Berni : gli accordi.

Sei di coppe
Sei di bastoni

Riprendiamo Berni dove lo avevamo lasciato.

Nella primiera è mille buon partiti,
Come dir Carte a Monte e Carte e’nviti.     29
  Mille speranze da tenere a bada;
Chi l’ha e chi non l’ha, vada e non vada;
Stare a flusso, a primiera e dire: A voi,
e non venir al primo a mezza spada:
chè se tu vuoi tener l’invito, puoi;
Se tu nol vuoi tener, lascialo andare,     35
metter forte e pian pian, come tu vuoi. 

Una buona volta che i giocatori si fossero accordati su quali punti ammettere, quali vincevano sugli altri e come valutare due punti simili (esempio, due primiere), dopo essersi chiariti su come e quanto scommettere, su quali privilegi o quali obblighi di scommesse avessero i vari punti, si poteva giocare. Ribadisco che qui mi soffermo sulla variante preferita dal Berni, quella che lui definisce 'romana'.

Non è esplicito quanti giocatori si potessero trovare intorno al tavolo. A pagina 18 del  Comento, trovo una menzione a quattro o cinque buon compagni.
Nel gioco vi erano molte possibilità di scelta, mille buon partiti.

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Berni : l'a monte, il passo e l'invito.

Prima della distribuzione delle carte, il mazziere metteva in piatto due poste, dette primo invito. Il Comento (pag.24) ci informa che il mazziere ha a metter la posta doppia. La posta sembra essere un importo minimo di danaro, il cheap del poker. Il mazziere era in posizione di gioco debole, era l'ultimo della mano (24). Il giocatore che ha la mano (pag.25), il primo a ricevere le carte e a parlare, è altrove ricordato come quello che aveva i maggiori vantaggi. Vantaggi di cui non sappiamo niente. Cardano spiega che in Lombardia se si incontravano due punti uguali, vinceva il giocatore di mano, e che lo stesso giocatore quando era in possesso di un punto medio batteva tutti gli altri punti della stessa combinazione.

Il mazziere distribuiva due carte alla volta. Ogni distribuzione di due carte era intramezzata da dichiarazioni, cambi e scarti. Con le prime due carte si apriva la prima fase dichiarativa. 'Passo' era detto in tre modi diversi: a monte, passo e a voi. Erano sostanzialmente la stessa cosa, ma si debbe usare in diversi  tempi, volendo importare diverse azioni (pag. 24) : le tre dichiarazioni venivano usate in tre momenti distinti: a monte veniva detto alla prime due carte ricevute, passo con alle seconde due carte ricevute, il più cerimonioso a voi quando le cose si facevano serie, dalle terze carte in poi.

Sedi di spade

Con le prime due carte in mano, si poteva dichiarare a monte o tenere l'invito. Monte era il monte delle carte da distribuire, andare a monte significava gettare le carte ricevute nel mazzo. Se tutti i giocatori andavano a monte, la mano veniva rifatta con una nuova distribuzione di carte. Se qualcuno teneva l'invito, cioé metteva in piatto le due poste messe dal mazziere, la mano proseguiva con la distribuzione delle seconde due carte a tutti, anche a chi non aveva tenuto l'invito, cioè non aveva messo l'importo corrispondente in piatto. Non tenendo niuno l'invito, nel caso cioè che tutti fossero andati a monte, il mazziere ultimo a parlare aveva (pag.24) facoltà di seguitare tuttavia di dar le carte, et usando il privilegio suo tante volte quanto bisogna. Difatti il mazziere aveva già messo l'invito prima di dar carte, quindi l'aveva già tenuto, di conseguenza piuttosto che perderlo andando a monte poteva proseguire la mano senza metterne un altro.

Rifar l'invito, cioè rilanciare qualcosa, forte o pian pian, era nella possibilità d'ogni giocatore successivo a chi l'aveva tenuto. Gli altri potevano tenerlo, o passare restando comunque in gioco.

Nel caso di invito tenuto, i giocatori procedevano a scartare le carte non volute e il mazziere procedeva a dare altre due carte a tutti, anche a quelli che erano passati. Con le seconde due carte in mano, il rito si ripeteva uguale: si poteva passare, invitare e reinvitare, si potevano cambiare una o tutte e due le carte, e si procedeva alle terze due carte distribuite a tutti.

Dalla seconda distribuzione di due carte, si poteva ripetere a oltranza il rito o dire Vada.

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Berni : il Vada.

Tre di denari

Nel Comento (pag. 28) leggiamo che l'importo del Vada era quanto si stabilisce per primo invito. Il primo invito era quello del mazziere, che ha da metter la posta doppia (pag.24). Il vada era dunque una puntata di due gettoni e apriva una fase nuova : per restare in gioco bisognava accettarlo, altrimenti si usciva. Chi accettava, oltre al vada pagava tutti gli inviti precedenti non tenuti. Qualche tavolo riammetteva successivamente gli esclusi, che per rientrare dovevano comunque coprire gli importi scommessi dagli altri, e spesso cambiare tutte le carte.

Il vada era puntabile accompagnato dalla dichiarazione di possesso di qualcosa. Era ammesso dichiarare più di quanto posseduto, di bluffare.

Se un giocatore dichiarava flusso o primiera, vinceva direttamente il piatto e la mano si chiudeva. In questo caso, era tenuto a mostrare le carte, quindi non poteva bluffare. Con flusso o primiera non si poteva invitare né passare, bisognava per forza dire vada e dichiarare.

Non è chiaro se si potesse dire vada col possesso di un tentativo di combinazione, per esempio tre carte da primiera. La logica del gioco sembra ammetterlo.

Il vada era rilanciabile anche da chi era precedentemente passato. Era possibile rilanciare fino al resto, massimo importo scommettibile.

Dopo il vada, tutti dovevano scartare per restare con tre carte e veniva distribuita ai giocatori superstiti una carta, che nella variante Berni restava coperta davanti a ciascuno.

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Berni : il chi l'ha e il chi non l'ha.

Due di coppe

Chi non l'ha (Comento, pagina 27) era una dichiarazione che poteva essere fatta con tre carte in mano: ...nè si usa far questo, se non dandosi la quarta carta, la quale non è onesto nè giusto che si guardi, se prima non si è risposto del sì o del no a chi domanda. La quarta coperta e non vista restava sul tavolo davanti a ogni giocatore. Questa dichiarazione invitava il tavolo a cambiare quante carte si volesse, cioè, vedute che siano le carte, a scartar di nuovo quelle poche o assai che più a ciascheduno parerà. La dichiarazione doveva essere accetta dal tavolo, allora il più vicino a colui che lo propone risponde di sì per le medesime parole, poi l'altro, poi l'altro ancora... dopo che tutti avevano accettato, si guardava la quarta carta.

Un giocatore poteva rispondere al 'chi non l'ha' con chi l'ha. 'Chi l'ha' non poteva (pag28) essere dichiarato se non vi era stato un precedente 'Chi non l'ha'. 'Chi l'ha' significava che io voglio fare che, se anche la ci si scuopre (la primiera), chi l'ha sia tenuto a scartarla. Il 'chi l'ha' accettava dunque il cambio delle carte, ma lo faceva diventare obbligatorio per tutti, anche a chi avesse chiuso primiera.
A questo punto Berni non è chiaro (pag.27) : se il partito di costui (di chi ha detto chi l'ha) piace a quello che ha proposto l'altro, et alli compagni di mano in mano, si stabilisce fra loro per legge, e dannovi drento rinforzando le poste. Interpreto così: se il 'Chi l'ha' piace a chi ha detto 'Chi non l'ha' e tutti sono d'accordo, si può procedere a nuove puntate. Dopo poche righe, nella stessa pagina, aggiunge che il 'Chi l'ha' aveva la forza della negazione, come il veto dei tribuni romani della plebe, che impediva l'esecuzione del  'Chi non l'ha' anche se tutti gli altri ne erano d'accordo.
Dunque il 'chi l'ha' sembra fosse una dichiarazione maggiore, che costringeva tutti a seguirla, ma permetteva a chi aveva chiamato il 'Chi non l'ha' di rilanciare. 

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Berni : il carte 'n inviti.

Carte e 'nviti era dichiarabile dopo avere visto la quarta carta, nel caso che non si fosse nella fase del 'Chi  non l'ha' descritta più sotto. Carte e 'nviti, cioè scartisi, e diansi carte di nuovo, et inviti chi vuole (pag.24). Aggiunge Berni: il che, se piace ai compagni et accordonsi fra sè a ricevere, si torna nè più nè manco ne' termini delle prime tre carte. In sostanza, questa dichiarazione, fatta con le quattro carte in mano, se accettata  portava allo scarto ed al cambio delle carte, di cui una o forse più restavano coperte davanti ai giocatori.

Non vada non esisteva: Berni ci informa a pagina 28 che è una sua licenza poetica per non dire gittar le carte, uscire dalla mano.

Stare a flusso, a primiera, allude alle strategie di gioco. Bisognava decidere se cercare di fare una combinazione di carte di seme diverso o di carte dello stesso seme.

Berni : le dichiarazioni

Papa Leone X

Dal "vada" in poi si accusava il punto posseduto, si guardava la quarta carta, si invitava, si decideva, si lasciava. Erano la lunghezza e le sottigliezze della fase preparatoria che piacevano al Berni, era questo il travaglio da lui amato. Sottigliezze che purtroppo non ci sono spiegate.

Berni accenna a dichiarazioni di gioco, senza però spiegarcele. A pagina 25 del Comento si racconta di chi, abbagliato da tre Sette o tre Sei, "sta a primiera", con poche speranze però di farla e larghe probabilità di venire battuto da un qualsiasi punto. "Stare a flusso" e "stare a primiera" significava quindi avere tre carte su quattro di flusso o di primiera. Essere "sopra a flusso" o "sopra a primiera", con ogni probabilità significavano avere flusso o primiera. 

Molti indizi mi fanno credere che dal "Vada" in poi si dovesse dichiarare la propria situazione, dicendo "sto a flusso", "sto a primiera", "sono sopra flusso", sono "sopra primiera". I vaghi accenni berniani sembrano confermati dalla contemporanea primiera milanese di Cardano, dove chi puntava doveva dichiarare la mano. Non escludo che anche a Roma si dovesse dichiarare nel dettaglio anche l'eventuale punto posseduto : un 38, un 45, eccetera.
La dichiarazione costringeva a certi comportamenti: come dir che nè sopra flusso nè sopra primiera si possa invitare; nè passare con l'uno o con l'altra... (pag.12). Anche nella primiera cardanica non si poteva passare con flusso o primiera, ma si poteva puntare il 'vada' e rilanciare puntate altrui. L'unica certezza che dà Berni è che chi aveva flusso o primiera non poteva passare, quindi presumibilmente doveva puntare come a Milano, ma non rilanciare.

A pagina 12, Berni dice che a Roma le primiere di quattro cose, le quaterne, potevano essere accusate sia come primiere che come flussi. A Milano invece potevano essere dichiarate come primiere e flussi solo quando altri avesse dichiarato quel punto. Tornando a Roma, le primiere di quattro cose permettevano di invitare, di passare, di lasciar passare.

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Berni : cacciare, il resto.

Cinque di spade
Asso di coppe

Puoi far con un compagno anche a salvare,    37
Se tu avessi paura del resto,
E a tua osta fuggire e cacciare.

Cacciare era l'intimidazione di una puntata molto alta volta a fare uscire dal gioco, nelle parole del Comento fuggire e gittar le carte. Sembra implicita la possibilità di millantare un punto, cioè di bluffare. I commentatori di una edizione milanese del 1806 delle Opere Burlesche riportano a pag. 165 : "quando s'invita e altri fugge, cioè non tiene l'invito, se gli fa pagare una moneta stabilita, in pena, quella si chiama caccia".

Resto era la puntata massima, che costituiva tutti i danari innanzi (pag.13), tutto quello che si aveva davanti, l' all-in del poker. Il resto era definitivo, o si accettava o si usciva, e portava allo scoprimento delle carte ed all'aggiudicazione del piatto a chi aveva il punto migliore. Era ammesso dalla terza carta in poi. Berni ci ha già informato che nella dura primiera fiorentina fassi del resto alla seconda carta. A pagina 23 del Comento troviamo un gustoso accenno a coloro che, s'egli avviene che vinchino, cappono della somma continuamente e imborsano le migliori monete, la qual cosa la nostra corte con peculiar vocabulo chiama imbrachettare. Berni si dilunga molto e con sprezzo contro questa abitudine, che evidentemente non è innocente come può sembrare, ma dettata da pusillanimità e avarizia : il resto era il danaro innanzi, il danaro imbrachettato usciva dal gioco, secondo il principio, tutt'ora in uso nel poker col resto, che si può giocare fino ad un massimo corrispondente al denaro mostrato.

Puossi far a primiera in quinto e in sesto:     40

Che non avvien così negli altri giochi,
che son tutte novelle a petto a questo;
Anzi son proprio cose da dappochi,
Uomini da niente, uomini sciocchi,
Come dir messi e birri e osti e cuochi.   45
S’io perdessi a primiera il sangue e gli occhi,
Non me ne curo; dove a sbaraglino
Rinnego Dio se perdo tre baiocchi.

Berni. Fare a salvare, senza mal gioco.

Per limitare la prepotenza dei giocatori più ricchi, che disprezzavano il piccol numero degli altrui denari, a pagina 12 e 13 del Comento Berni ricorda l'istituto del fare a salvare, che consisteva nel patteggiare con l'avversario che il vincitore avrebbe restituito all'altro il denaro delle sue puntate. Perchè a qualcuno non venisse voglia di uscir dal manico e fare del resto, o vero pazzescamente o pur con fondamento. A pagina 31 Berni ritorna sull'argomento, portando ad esempio una fase di gioco. Siamo alla quarta carta coperta davanti, un giocatore dichiara di stare a primiera, cioè che gli manca una carta per chiudere il punto. Un altro ha un punto molto alto, e teme che l'eventuale chiusura della primieraccia altrui possa vanificarlo. 

Un altro calmiere era la dichiarazione del senza mal gioco, che non è legge generale, ma patto (COM pag. 24). Questo permetteva ad un  giocatore di restare in partita senza puntare altro. Dichiarazione non sempre accettata e dalle modalità discusse. A pagina 13 Berni dice che il senza mal gioco era per general legge accettato da tutti almeno in un caso, quando uno... fa del suo resto. Insomma, quando uno aveva già messo in patto tutto quello che aveva. Aggiunge : conciosia che i dottori voglino, ogni volta che il resto d'uno della compagnia è ito, non potersi da alcun altro farsi nulla di nuovo, perchè ivi è finita quella partita. E' chiarissimo che con l'apposizione di un qualsiasi resto la mano terminava. Non è detto se un resto maggiore poteva essere sfidato da un resto minore, con in palio l'importo del più basso, ma tutto lo fa pensare. L'imbrachettatore era dunque una minaccia alla correttezza del gioco.

Viene ricordato da Berni che altrove l'apposizione di un resto piccolo non impediva la prosecuzione del gioco. Anche Cardano ci informa che a Milano il caso di un resto basso non impediva a terzi di continuare a scommettere e di giocare una partita nella partita. Se avesse vinto il giocatore povero, questi avrebbe incassato solo la parte relativa alla sua puntata, mentre il secondo vincitore avrebbe incassato il sovrappiù. Queste considerazioni e il senso delle parole "senza mal gioco" ci fanno pensare che la chiusura della mano su un rsto piccolo fosse un patto particolare del circolo berniano.

Berni : la primiera in quinto e in sesto.

Sec. XIII: Gioco di tavoliere

Fare primiera in quinto e'n sesto. Il Comento ci informa (pag. 32): cioè può giocare a primiera chi vuole : che tante fussero le carte da dare quante possono essere i luoghi de' giocatori.... E' adunque dire in quinto e in sesto quanto in infinito, se così potesse essere, cioè se le carte fussero infinite. Anzi, è tanto più bello e vario questo gioco quanti più giocatori ci sono. Interpreto: si può giocare a primiera anche a cinque o a sei giocatori, come se il mazzo fosse infinito.
Nei versi 41-48, Berni dichiara il suo amore per la primiera e definisce gli altri giochi novelle adatte per gli sciocchi. Denigra lo sbaraglino (verso 47), gioco di dadi e tavoliere del tipo del backgammon odierno. A destra, uno gioco da tavola del Duecento. Lo sbaraglino è ricordato anche dall'anonimo predicatore del Sermo de ludo e poco più tardi anche da Girolamo Cardano.

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La primiera di Francesco Berni.

Asso di spade

Riassumo le modalità del gioco della primiera bernesca riportate dall'autore. Si giocava per lo più in quattro o in cinque, ma anche in sei, con un mazzo di cinquantadue carte.
Il punto più alto era la primiera di quattro carte uguali. Seguivano il flusso, consistente in quattro carte dello stesso seme, la primiera, consistente in quattro carte di seme diverso, ed il punto, che era la somma del valore delle carte possedute dello stesso seme. Tra due o più flussi, o primiere, o punti, vinceva quello con maggior somma del valore delle quattro carte che lo componevano. I Sette valevano 21, i Sei 18, gli Assi 16, i Cinque 15, i Quattro 14, i Tre 13, i Due 12, le figure e i Dieci 10, gli Otto 8 e i Nove 9.

Il gioco si sviluppava in quattro fasi : cambi e scarti, il vada, con tre carte in mano e una coperta davanti, con quattro carte in mano.

Cambi e scarti.
Il mazziere metteva due poste d'invito. Venivano date a tutti le prime due carte. Se tutti andavano a monte si ricominciava. Bastava che un giocatore tenesse l'invito per fare dare la seconda carta a tutti. Chi teneva l'invito metteva due poste nel piatto ed impediva l'annullamento della mano. L'invito poteva essere rilanciato, probabilmente del doppio, con altre due poste. In assenza di tenuta dell'invito, il mazziere, che aveva già messo le due poste, poteva proseguire il gioco. I giocatori successivi potevano mettere i due gettoni o no. Erano possibili i rilanci di una o due poste. 
Si poteva scartare o non scartare una o tutte e due le carte. In ogni caso, si passava alla terza carta, che veniva distribuita a tutti, anche a chi non avesse pagato le puntate altrui.

Tre di spade

Con le seconde due carte, forse venivano ripetuti inviti e reinviti facoltativi. Se tutti passavano, si scartavano e cambiavano una o più carte. Sembra naturale che il cambio veniva dato a chi tenesse in mano un massimo di tre carte. Il rito di passare, invitare e scartare poteva ripetersi a oltranza, finchè qualcuno non dichiarava "vada".

Il vada.
Il vada era la puntata di due poste che costringeva gli altri a decidere se giocare o uscire dalla mano. Sembra naturale che, come nella contemporanea Lombardia di Girolamo Cardano, il vada fosse accompagnato dalla dichiarazione del punto posseduto. Chi restava, doveva mettere in piatto il vada e tutte le puntate precedentemente effettuate. Dal vada in poi, tutte le puntate dovevano essere coperte, a pena di uscire dalla mano.
La dichiarazione del punto posseduto era facoltativa. Se fatta, era accompagnata da una puntata detta vada. Se si dichiarava un punto chiuso di quattro carte, una primiera o un flusso, questa dichiarazione portava alla vittoria diretta del piatto previa esibizione del punto. Era ammesso bluffare, ma non dichiarando primiera o flusso che, come visto, andavano mostrati. Non sappiamo se fossero dichiarabili tre carte su quattro per chiudere un punto maggiore (stare a flusso, a primiera).
Il vada era il punto di non ritorno, o dentro o fuori. Chi voleva proseguire il gioco, doveva coprire il vada e gli inviti precedentemente non pagati. Non è chiaro se il vada dovesse essere di due poste e non di più. Il vada era rilanciabile fino al "resto". Il resto, l 'all-in del poker, era tutto il denaro che il giocatore aveva davanti a sè. Come vedremo, il resto superato in valore da rilanci altrui permetteva al giocatore povero di restare nella mano fino alla fine.

Sette di Coppe

Tre carte in mano.
Terminata la fase del vada e relativi rilanci, i giocatori superstiti scartavano una o più carte, per restare con tre carte in mano. Il mazziere dava a ciascun superstite le carte cambiate, avendo cura di mettere la quarta carta coperta davanti a lui.
Tutti potevano al loro turno passare, puntare, rilanciare e dichiarare "chi non l'ha". Chi non copriva le puntate altrui usciva dalla mano. Il "passo" generale portava alla fase successiva.
La dichiarazione "Chi non l'ha" doveva essere accettata da tutti. Bastava un no per respingerla. Il "Chi non l'ha" accettato permetteva a tutti i giocatori superstiti di guardare la quarta carta e procedere ad un nuovo eventuale scarto di una o più carte, per tornare alla situazione di tre carte in mano e la quarta coperta davanti e ricominciare. Era ammesso scartare e cambiare anche tutte e quattro le carte. Se la quarta carta coperta avesse fatto chiudere primiera o flusso, il fortunato possessore non era tenuto a scartare e cambiare.
Si poteva controbattere la dichiarazione "Chi non l'ha" con la dichiarazione "Chi l'ha". Sembra che anche il "Chi l'ha" dovesse essere accettato da tutti. Il "Chi l'ha" comportava lo scarto obbligatorio per tutti, anche per chi avesse eventualmente chiuso flusso o primiera. Dopo lo scarto di una o più carte, si sarebbe ritornati alla situazione delle  tre carte in mano e la quarta coperta davanti.
Non è esplicito quando si poteva puntare, se prima o dopo il "chi l'ha" e il "chi non l'ha" o se in tutte e due le circostanze.
Le dichiarazioni dilatorie "Chi l'ha" e "Chi non l'ha" potevano ripetersi a oltranza. In loro assenza o nel caso di loro negazione, si passava alla fase successiva.

Cinque di denari

Quattro carte in mano.
Raccolta la quarta carta, si procedeva a puntare e rilanciare, probabilmente dichiarando il punto posseduto e forse anche il tentativo di punto, come "Sto  Primiera". Le dichiarazioni ammesse erano "Carte'n viti", "Senza mal gioco" "Faccio a salvare".
La dichiarazione "Carte e 'nviti" doveva essere accettata da tutti e portava i superstiti a scartare tornando alla fase precedente delle tre carte con la quarta coperta davanti.
"Senza mal gioco" era la dichiarazione di chi avesse puntato o stesse puntando tutto il denaro posseduto, insomma il suo "resto". E' possibile che questa dichiarazione potesse essere fatta in qualsiasi momento della mano. Gli altri potevano puntare somme maggiori, ma se il giocatore povero avesse vinto, avrebbe incassato quanto pertinente alla somma puntata. Cardano spiega che in caso di vittoria del giocatore povero, anche in Lombardia il secondo miglior punto avrebbe incassato l'esubero del piatto.
"Fare  salvare" era la richiesta all'avversario di stringere un patto di non aggressione reciproca. Chi dei due avesse vinto, avrebbe restituito all'altro il valore delle sue puntate.
In mancanza di regime di "Carte e 'nviti", la mano si sarebbe chiusa con la vittoria del giocatore la cui puntata non venisse accettata dagli altri, o con la vittoria di chi a parità di puntate mostrasse il punto migliore. Come detto, non viene accennato alla possibilità di millantare punti non posseduti
.

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Schema della partita.

Prima fase.
Il mazziere mette un invito di due poste e distribuisce due carte a testa.

1a Tutti dicono a monte e si ridanno le carte. Torna alla prima fase.
1b. Qualcuno tiene l'invito di due poste e lo paga. Chi non ha pagato l'invito scarta almeno una carta. Vai alla seconda fase.
1c. Se nessuno invita, il mazziere può tenere la mano e proseguire senza pagare una seconda volta l'invito. Tutti scartano almeno una carta. Vai alla seconda fase
.

Seconda fase.
Il mazziere distribuisce a tutti, anche se non hanno tenuto l'invito e relativi rilanci, le seconde due carte.

2a. Tutti passano. Vai alla Seconda fase.
2b. Qualcuno rifà l'invito. Possibilità di rilanci. Vai alla seconda fase
.
3b. Qualcuno mette il vada. Possibili rilanci fino al resto. Chi non ci sta esce, i superstiti vanno alla terza fase.

Terza fase.
Il mazziere distribuisce a tutti la quarta carta coperta.

4a. "Chi non l'ha"proposto da un superstite
.

"Chi non l'ha" è accettato dai superstiti. Tutti guardano la quarta carta, scartano se vogliono e tornano alla quarta fase.
"Chi non l'ha" è respinto da un "Chi l'ha".

- I superstiti concordano sul "chi l'ha". Quindi guardano la quarta carta, scartano una carta e vanno alla terza fase.

- Chi ha detto "Chi non l'ha" supera il "Chi l'ha" con una puntata, obbligando chi vuole restare in gioco a pagare la puntata. I superstiti raccolgono la quarta carta. Vai alla quarta fase.

4b. Una puntata fino al resto. I superstiti raccolgono la quarta carta e vanno alla quinta fase.

Quarta fase.
I superstiti hanno quattro carte in mano
.

1a, Qualcuno dichiara "Carte e'nviti" che è accettato. Chi vuole scarta una carta e si torna alla quarta fase.

1b. La dichiarazione "Carte e'nviti" è superata da una puntata fino al resto. Possibili rilanci fino al resto. Se tutti passano, vince l'ultimo dichiarante, altrimenti si scoprono le carte e vince chi ha miglior punto.

1c. Puntate fino al resto, i superstiti si mostrano le carte e vince il miglior punto, oppure tutti passano dopo una puntata o un rilancio lasciando il piatto al vincitore.

Elogio della primiera

1512: Autoritratto di Raffaello con un'amico

Riportiamo qui sotto anche la parte finale del capitolo, che riporta altre simpatiche coloriture ambientali d’epoca.

Non è uom sì fallito e sì meschino,
Ch’egli se a voglia di fare a primiera,
non trovi d’accattar sempre un fiorino.
Ha la primiera sì allegra cera,
Che la si fa per forza ben volere
Per la sua grazia e la sua maniera.
E io per me non trovo altro piacere,
Che, quando non ho il modo di giocare,
Star dietro ad un altro per vedere.
E stare’vi tre dì senza mangiare;
Dico ben a disaggio, ritto ritto,
Come s’io non avessi altro che fare.
E per suo amore andrei fin in Egitto,
E anche credo ch’io combatterei,
difendendola a torto e a diritto.
Ma s’io facessi e dicessi per lei
Tutto quello ch’io potessi fare e dire,
Non arei fatto quel ch’io doverei.
Però s’a questo non si può venire,
Io per me non vo’ innanzi per sì poco
Durar fatica per impoverire:
Basta che la primiera è un bel gioco.

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Primiera e politica internazionale

Carlo V d'Asburgo

Il capitolo bernesco divenne genere letterario. Giulio Mantoano ce ne dà un esempio, raccontandoci burlescamente un intrico internazionale attorno ad un tavolo di primiera.

Essendo un giorno insieme dopo cena
Cesar, san Marco, Papa, el Re Francese
Un Fiorentin mercante, & un da Siena,
Il Duca di Ferrara, e Genovese,
Il Duca di Mantoa, & quel d'Urbino,    5
Un Baglione, un Orsin, un Colonese,
Venga le charte, disse Il Fiorentino
Chi vuol giocar il banco alla primiera
E fece comunella con l'Orsino,
Tutte le charte alzorno, & alcun v'era   10
Che alzar non volse, che si vide in fatto
Haver il meglio il Papa in quella sera

Ci sono tutti, o quasi tutti, quelli che contavano: l'imperatore, i veneziani, il papa, il re di Francia, il banchiere fiorentino, quello senese, Ferrara, Genova, Mantova ed Urbino, i Baglioni, gli Orsini, i Colonna. Mantoano prosegue con allusioni satiriche a tutti questi signori impegnati a sopraffarsi l'un l'altro barando e facendo e disfacendo bluff, alleanze e tradimenti.

Thierry Depaulis sospetta che questa composizione in versi si riferisca ad avvenimenti reali e specifici. Ad una mia prima scorsa, mi sembra che il periodo di riferimento sia quello delle decennali Guerre Italiane, con protagonisti l'imperatore spagnolo Carlo V d'Asburgo e la Francia di Francesco I di Valois. Difficile districarvisi, in quanto le guerre tra francesi e spagnoli per la conquista d'Italia durarono molti decenni, spesso videro gli stessi attori e l'andamento fu altrettanto spesso lo stesso, con la vittoria spagnola seguita da una pace momentanea. L'intrico bellico e diplomatico merita uno studio a parte. In ogni caso, l'imperatore Carlo V abdicò nel 1556, data ultima cui possano fare riferimento gli avvenimenti cui il Mantoano allude. Depaulis nota che il Gonzaga è citato come duca di Mantova, titolo che gli pervenne nel 1530. Il 1530 sembra dunque la data a quo di questa composizione in versi. Ma è citato anche Giovanni de' Medici dalle Bande Nere, che morì nel 1526. E' possibile che il Mantoano si riferisse genericamente a quelle vicende e non specificamente a una di esse.

I principali comprimari italiani furono il papa e Venezia. Mantoano allude anche a potenti condottieri delle famiglie guerriere di allora, i Colonna, gli Orsini, i Baglioni, Giovanni de' Medici dalle Bande Nere, eccetera. Si fa un accenno alla neghittosità di Venezia ad impegnarsi, fatto che avvenne con la guerra italiana originata dalla Lega di Cognac del 1526, che portò al disastro del sacco di Roma.

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Messo on line il 18 gennaio 2008 - aggiornato il 30 luglio 2010

di Girolamo Zorli

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