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Girolamo Zorli

Il gioco della Trappola di Girolamo Cadano

Ringraziamo Thierry Depaulis per la fondamentale assistenza.

Girolamo Cardano, biografia.

Girolamo Cardano

La madre di Cardano era Chiara Micheria, una povera vedova con tre figli, diventata l’amante di Fazio Cardano, un notaio pavese che esercitava a Milano. Rimasta incinta di Girolamo, Chiara aveva cercato di abortire, ma quel figlio di una situazione imbarazzante ce la fece comunque. Il bastardo nacque il 24 settembre 1501 a Moirago (presso Pavia), dove la mamma per salvarsi dalla peste si era rifugiata presso dei ricchi amici dell’amante. La nascita del controverso genio rinascimentale venne funestata dalla notizia che i tre figli di Chiara erano stati nel frattempo uccisi dall’epidemia.

Successivamente, Fazio Cardano sposò Chiara, riconoscendo il figlio Girolamo come proprio.

Nella sua autobiografia, Girolamo Cardano ammette che tra i molti sui difetti, il maggiore era quello di contraddire spiacevolmente gli altri, facendoseli nemici. Era insomma arrogante, astioso e collerico. In quella stessa autobiografia, Cardano racconta le durezze del padre Fazio. Certo non fu facile per Fazio, nè per Girolamo.

Leonardo

Il padre Fazio Cardano aveva una notevole propensione per la matematica, e venne più volte consultato dall’amico Leonardo da Vinci. Il notaio prese il figlio come assistente, trasmettendogli le sue vaste conoscenze matematiche. La relazione tra i due fu spesso tempestosa, finchè Fazio mandò nel 1520 il difficile Girolamo all’Università di Pavia e successivamente a quella di Padova per studiare medicina, materia scelta da Girolamo per fare dispetto al padre che voleva fargli studiare Giurisprudenza.

Sorretto dal suo genio, Girolamo fu uno studente straordinario, anche se spesso detestato. Con lo scoppio della guerra italiana tra Francia e Spagna, Cardano tornò a Pavia a terminare gli studi. La notizia della morte del padre lo raggiunse nel 1525 mentre cercava di farsi eleggere rettore. Divenuto rettore per un solo voto, Cardano bruciò in fretta l’eredità paterna, probabilmente al gioco. Per sopravvivere divenne un giocatore professionista : dadi, carte e scacchi. Il suo genio matematico gli dava un indubbio vantaggio, ma non sempre vinceva, l’ambiente dei giochi d’azzardo era chiacchierato, le risse frequenti, in una occasione Cardano accoltellò al viso un baro.

Se il gioco gli diede da vivere, gli sottrasse tempo e reputazione. La sua domanda di entrare nell’Albo dei medici milanesi venne respinta. La ragione ufficiale fu la sua nascita illegittima, ma in realtà i medici milanesi non volevano tra loro un genio dal carattere difficile e dalle abitudini e dalle frequentazioni discutibili.
In quello stesso anno, Cardano si trasferì a Piove di Sacco, presso Padova, ad esercitare senza gran successo l’arte medica. Nel 1531 sposò Lucia Bandarini, la figlia del capitano della milizia locale. L’insuccesso della sua pratica medica lo riportò al vecchio amore: l’azzardo. Ma le cose andarono talmente male, che fu costretto a dare in pegno le gioie della moglie, a trasferirsi a Milano, dove rovinò al punto da entrare nella casa dei poveri.

Niccolò Tartaglia

Il colpo di fortuna fu nel 1535 la nomina alla cattedra di matematica alla Fondazione Piatti di Milano. Risolta la situazione finanziaria, Cardano ebbe molto tempo libero che impegnò anche per curare qualche paziente, nonostante non fosse iscritto all’Albo, e lo fece con successo. La sua reputazione di medico crebbe, alcuni membri dell’Albo lo consultarono in casi difficili, i suoi pazienti e loro familiari diventarono suoi sostenitori. Ebbe dei servi, uno dei quali, tal Lodovico Ferrari, di famiglia bolognese rovinata, sapeva leggere e scrivere, e Cardano lo fece suo segretario.

Nel 1537 fu finalmente accettato nell’Albo dei medici milanesi. In quello stesso anno iniziò a scrivere su vari argomenti : medicina, filosofia, astronomia, teologia e, naturalmente, matematica. Nel 1539 avvicinò Niccolò Tartaglia, che aveva appena trovato un metodo per risolvere l’equazione cubica, e si fece dare la formula giurando di non pubblicarla né di farne menzione. Per sei anni Cardano si diede a intensi studi matematici. Nel 1546 pubblicò la sua opera matematica maggiore, l’Ars Magna. Intanto Ferrari, con l’aiuto di Cardano e con il sistema segreto di Tartaglia, risolse l’equazione quartica. La scoperta non poteva essere pubblicata senza infrangere il giuramento di Cardano. Ferrari però scoprì che il matematico bolognese Scipione dal Ferro aveva scoperto la soluzione dell’equazione cubica prima di Tartaglia, e su quella base pubblicò il suo lavoro. La lite che ne sorse con Tartaglia fu epocale, con coinvolgimento di Ferrante Gonzaga, governatore di Milano. Cardano ne rimase fuori, Ferrari vinse nel 1548 il pubblico confronto con Tartaglia. Cardano gli donò generosamente la cattedra della fondazione Piatti, rassegnando le dimissioni.

Ugo Buoncompagni

La fortuna si arrestò nel 1557, quando il figlio Giambattista avvelenò la moglie, per venirne processato e condannato a morte. La sentenza fu eseguita nel 1560. Girolamo se ne colpevolizzò e non se ne diede pace.
Si trasferì a Bologna, dove aveva ottenuto la cattedra di medicina. Nel 1569 il secondo maschio, Aldo, un giocatore perdente incallito, che era già costato al padre somme ingenti, scassinò la porta della casa paterna e rubò tutti gli oggetti di valore. Cardano denunciò Aldo, che fu bandito da Bologna.
Il crollo definitivo venne dalla pubblicazione dell’oroscopo di Gesù nel 1570, che gli fruttò l’accusa e la condanna per eresia ed un anno di prigione. Fu trattato decorosamente. Andò a finire i suoi ultimi anni a Roma, dove venne accolto nell’Albo dei medici locale e dove il papa Gregorio XIII, Ugo Buoncompagni, lo accolse benevolmente, dandogli anche una pensione.  Qui morì nel 1576.

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Premessa : Il De Ludo Aleae

Ars Magna

Cardano ha scritto moltissimo. La sua produzione complessiva, l'Opera Omnia,  venne pubblicata a Lione nel 1663. La sua opera maggiore è considerata forse l'Ars Magna, un brillante trattato di matematica. Il testo del Liber de Ludo Aleae da cui estrapoliamo il capitolo sulla Trappola viene da questa edizione, riportata all'indirizzo http://www.filosofia.unimi.it/cardano/testi/opera.html

Per chi volesse approfondire il progresso dell'opera cardanica, Thierry Depaulis raccomanda il fondamentale : Girolamo Cardano. De libris propris, di Ian McLean, pubblicato nel 2004 presso la Franco Angeli.
Il manoscritto del De ludo Aleae è stato trovato tra le carte dell'autore e pubblicato postumo a Lione nel 1663. Doveva fare parte di un'opera più vasta sui giochi in generale, che purtroppo Cardano non ha mai pubblicato perchè forse non l'ha mai terminato. L'opera è stata trovata manoscritta  tra le carte dell'autore. Vi sono imperfezioni, accenni a cose che avrebbe detto successivamente e che non troviamo. Insomma, è un testo incompleto non licenziato alle stampe. La prima versione di cui siamo a conoscenza è inclusa nella citata Opera omnia di Cardano pubblicata a Lione nel 1663, che abbiamo linkato nella Biblioteca del TRE. Nel De ludo aleae troviamo i primi tentativi di calcolo delle probabilità. Questa opera non ci risulta essere mai stata tradotta compiutamente in italiano, tranne forse in un recente caso di un’edizione a tiratura limitata andata esaurita, che non siamo riusciti a consultare. Ne esistono numerose traduzioni in inglese ed in altre lingue europee. 

La datazione del manoscritto è da molti studiosi riferita agli anni giovanili di Cardano. Il manoscritto contiene una frase che sembra farlo riferire al periodo bolognese della sua vita, alla fine degli anni 1560. Ma nella sua autobiografia, Cardano ci informa di averlo scritto molto prima. Infatti un aneddoto di vita legato alla Bassetta riportato nel De ludo aleae si riferisce agli anni in cui Cardano visse in Saccisica, subito dopo la laurea a Padova del 1525. Aggiungo un altro indizio : come Francesco Berni nel 1528, anche Cardano chiama ancora Trionfi il gioco dei Tarocchi, pur conoscendo la denominazione "tarocchi". Come sappiamo, il nome "tarocchi" apparve all'inizio del Cinquecento, per sostituire progressivamente quello di "trionfi". Ho dunque buoni motivi per credere che la Trappola e gli altri giochi qui descritti fossero quelli giocati in quegli anni.

Facilmente l'opera che ci è giunta è stata riveduta nel corso dei decenni in cui è rimasto tra le carte dello scienziato. Vi troviamo accenni al gioco della Trappola, che discuo più sotto, e del gioco della Primiera, che è oggetto di un altro mio studio. Vi sono cenni ad altri giochi d'epoca, tra cui il gioco del Flusso, oggetto di altro mio articolo. 

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Premessa : il gioco della Trappola.

Opera Omnia, Lione 1663

Il testo latino cardanico cui facciamo riferimento è quello postumo, riportato a pagina  271 e 272 della ricordata edizione lionese dell'Opera Omnia di Girolamo Cardano del 1663. Si trova al capitolo XXIII, intitolato De Ludis Chartarum, in quibus industria locus est (Giochi di carte in cui vi è posto per l'abilità).  E’ disponibile on-line presso http://www.filosofia.unimi.it/cardano/testi/opera.html
I brani originali sono da noi riportati in immagini ingrandibili, nonchè trascritti nel paragrafo successivo in grassetto e corsivo. Per migliorarne la comprensione, li abbiamo spezzati in capoversi da noi numerati progressivamente, seguiti dalla nostra libera traduzione in corsivo. In calce ad ogni capoverso, abbiamo inserito in carattere più piccolo le nostre note.

Il secondo testo cui facciamo riferimento è una lettera in latino di Agostino Valier (Venezia, 1531-1606) a Federico Granvelle, riportata e tradotta in italiano da Lucia Nadin Basin nel Journal dell’International Playing Card Society, vol, XXII, No3, February 1994, pagine 61-67. Velier vi riporta le regole dello stesso gioco descritto da Cardano. Vi ritroviamo molte conferme, qualche informazione aggiuntiva e poche differenze marginali. Ne abbiamo estrapolato alcune frasi a completamento del testo principale, riportandole tra le nostre note in calce ad ogni capoverso.

La trappola veneta cinquecentesca è descritta da Michael Dumett nel suo The game of Tarot, Duckworth, 1980 a pagina 355. Come vedremo, la Trappola descritta da Cardano è riferibile agli anni in cui l'Autore risiedette a Piove di Sacco, tra il 1526 ed il 1530. La lettera di Velier è riferibile al 1550 circa.

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Testo : il mazzo, la distribuzione e lo scarto.

Caput XXIII, pag.271

1.    Cvm ergo in huiusmodi exerceamus industriam in re incognita, necesse est, vt memoria earum, quas deposuimus, aut teximus, aut reliquimus, aliquid possit, in quibusdam autem plurimum, vt in trapola, Veneto ludo.
Mentre almanacchiamo tra le possibilità, tra molti (giochi), nel gioco veneto della Trappola per ottenere qualcosa è maggiormente necessario ricordare le cose che abbiamo riposto, o ordito, o abbandonato.

Nelle parole di Agostino Valier (pag61) : Trappola igitur pulcher admodum est ludus et ludi nomine maxime dignus, quondam affert hominibus voluptatem, recreat animos, non pendet omnino a fortuna, in ipso memoria et iudicio opus est… la trappola è un gioco bello e molto degno del nome di gioco, poiché dà piacere agli uomini, (ne) ricrea l’animo, non dipende interamente dalla fortuna…
La reputazione della Trappola viene ulteriormente confermata da Cardano al sottostante punto 6
.


2.    Hoc eximuntur tria, quatuor, quinque, & sex puncta. In quatuor generibus sunt sexdecim, relinquuntur triginta sex.

In questo gioco si tolgono il Tre, il Quattro, il Cinque e il Sei. In quattro semi sono (tolte) sedici (carte), ne restano trentasei.

Conferma Valier che sex et triginta aleis constare trapolae ludum (pag.62) il gioco si faceva con un mazzo ridotto a trentasei carte.

3. Dantur quinque post quatuor; in duobus lusoribus sunt decem octo chartae totidem in cumulo relinquuntur;

Vengono distribuite cinque carte poi quattro. Tra i due giocatori sono diciotto, altrettante sono nel pozzo.

Valier scrive che sigillatim dantur primum quinae deinde quaternae si distribuiscono a ciascuno prima cinque poi quattro carte. Cardano descrive un gioco a due giocatori, Valier ci informa che era possibile giocare anche in tre giocatori ma che era preferibile il gioco a due.

4. Si primo placent, retinet, etsi secundo displicent, mutat, & nouem primas recipit superiores in cumulo;

Se piacciono al giocatore di mano, questi le tiene, anche se non piacciono al secondo. Cambia e riceve le prime nove superiori del pozzo.

5. si placent, & ipse suas retinet; si non commutat cum secundis cumulis; vides igitur quantum possit memoria, iudicio, scientia cauendi dolos, & securitate debita.

Se piacciono (al secondo giocatore) tiene le sue (carte), altrimenti le sostituisce con le seconde del pozzo. Vedi dunque quanto sia importante ricordare, discernere, sapere come evitare gli imbrogli e controllare in sicurezza.

Il rito del cambio delle carte è confermato da Valier, che aggiunge che nel gioco a tre giocatori il terzo può trovarsi nell’impossibilità di cambiare le carte se i primi due l’hanno fatto esaurendo il pozzo.

6. Plures ergo dum satis bene memorantur, non satis vitant caute dolos collusoris, aut non prudenter ludunt, aut timidè nimis, vel quasi iracunde. Propterea cum in Saccense oppidum, me contulissem hoc ludo mirum in modo delectabar; ex quo omnis boni initium habui. Namque industria effeci, vt omnium chartarum, quas deposuissem, memor semper essem. Ars verò in ludendo plurimum valet.
Molti giocatori ricordano abbastanza bene, non altrettanto bene si cautelano dai tranelli dell’ avversario, o giocano imprudentemente, o troppo prudentemente, talvolta con iracondia. Quando abitavo nella cittadina di Piove di Sacco, in questo gioco mi divertivo molto e da questo ricevetti l’inizio di ogni cosa buona. Difatti affinai la capacità di ricordare sempre tutte le carte che avevo scartato. Nel gioco, l’abilità conta molto.

Girolamo Cardano ha vissuto nel Saccense oppidum dal 1525/26 al 1530 circa. A molti sembra riferirsi all’attuale Piove di Sacco, ad altri Saccolongo. Sono entrambe due località nei pressi di Padova, città dove Cardano aveva appena completato gli studi universitari di medicina. Il riferimento all’oppidum saccense ci fa datare il gioco descritto da Cardano agli anni della sua residenza in quell’area.

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Testo : il Due e l’ultima presa.

Girolamo Cardano

7. Namque vltimam chartam, qui obtinet, sex habet puncta, si eadem binarius sit, valet XXVJ. sex quoniam in ultimo. Decem quia cum sit minima, nisi sit sola, non potest non vinci: in vltimo verò duplicatur, ideo valet viginti, cui addito sex, valet viginti sex;
L’ultima carta presa vale 6 punti. Se la carta è un Due, vale 26, perché 6 (punti vi sono) all’ultima (presa). 10 perché essendo (il Due) la carta più bassa, perde sempre a meno che non sia sola. All’ultima presa però raddoppia, quindi vale 20, cui va aggiunto 6, per un valore di 26.

Valier riporta: Dualitas autem si in eo robore sit ut ab aliis suae classis militibus non expugnetur, quod est deterioris conditionis miles, numeratur decem, il Due, che è il soldato (la carta) di condizione più bassa, se non viene catturato da altri soldati (carte) del suo seme, vale 10.

8. si bis hoc contingat, scilicet, vt penultima sit binarius, & vltima, valent LIJ, scilicet singulae XXVJ.
Se riesci a farlo due volte, in modo che la penultima e l’ultima siano un Due, valgono 52, cioè singole (prese da) 26.

9. sin autem tres binarij valent LXXVIIJ. ter scilicet multiplicato XXVJ.Vt sint vltima penultima, ante penultima omnes binarij sunt, qui velint valere centum, & quatuor duplicato LIJ.
Benché tre Due  valgano 78, cioè 3 moltiplicato 26. Se la terzultima l’ultima e  la penultima sono tutte prese di Due, vogliono valere (insieme) 104, il doppio di 52.

10. sed non est rectum, sic enim oporteret, vt vltima valeret XXVJ. penultima cum vltima LXXVIIJ. & antepenultima cum reliquis duabus CCXXXIV. quod nemo admittit,
Ma non è corretto. Sarebbe difatti opportuno che, dal momento che l’ultima vale 26, la penultima con l’ultima (valesse) 78, e la terzultima con le altre due (valesse) 234. Cosa che nessuno ammette.

11. istiusmodi tamen constant consuetudine, aut pactis quemadmodum, & quòd binarius, si sit prima, vt etiam in reliquis, nec vincatur, quoniam eo genere chartarum careat collusor decem valet, apud aliquos tamen valet XIJ.
Nello stesso modo si usa o ci si accorda che il Due, se giocato nella prima (mano) o nelle seguenti e vinca, perché l’avversario non può rispondere, valga 10, presso altri 12.

Abbiamo visto al punto 6 che Valier considerava la presa di Due del valore di 10.

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Testo : gerarchia, valore delle carte e accusa.

pag.272

12. Pedes valet puncta tria. Regina, vel Equus, quatuor, Rex quinque, punctum vnum vocant lunetam aeque supremum in suo genere, vicitque Regem, & omnes alias chartas, valet sex,
Il Fante vale 3 punti. La Regina, o Cavallo, 4. Il Re 5. L’Asso è chiamato Punto Uno o Supremo del suo seme, e vince il Re e tutte le altre carte, e vale 6.

Valier conferma questa scala di punteggio e ci informa della scala gerarchica delle scartine : Dieci, Nove, Otto, Sette, Due.

13. tres lunetae ante ludum valent XIJ. tres binarij X. tres Reges, aut Equi, vel Reginae, vel Pedites sex, nec oportet, nisi in lunetis dicere, quales sint; sed cum binario omnes nomine figurarum appellantur.

Tre Assi (ricevuti) prima del gioco valgono 12, tre Due 10, tre Re o Cavalli o Regine o Fanti 6, e non importa quali siano, a parte per gli Assi; ma insieme al Due tutte sono definite figure.

Valier aggiunge che il punteggio raddoppia in caso di possesso di quattro carte nobili uguali (quattro Assi valgono 24, tre Due 20, eccetera).

14. Oportet autem tres esse similes, & vnius generis, vt tres binarij, vel tres Reges, nec est necesse, vt lunetas, vel figuras ab initio ludi appellemus, sed solum, antequam vllam ex illis tribus detegamus, aut ludamus, vel ludendo, dum non collegerimus illarum vllam;

Le tre carte devono essere uguali e di un tipo, come tre Due, o tre Re. Non è necessario dichiararle all’inizio del gioco, come Assi o figure, ma solo quando ne scopriamo una delle tre o la giochiamo, o giocando, finchè non ne raccogliamo una di quelle per farne tre.

Valier riporta accuse all'inizio della mano : cum primo de hoc socios admonuiremus si sint reges, equites... etc. ne avviseremo (dell'accusa) all'inizio gli avversari se sono re, o cavalli.. etc. Non descrive accuse fatte nel corso della mano nè grazie alla cattura di carte avversarie.

15. si quis omnes chartas obtineat, cucum vocant duplicaturq; totus numerus.

Chi dà cappotto, fa cucù e raddoppia il punteggio.

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Analisi : la Trappola saccisica del 1526.

Ferrante Gonzaga

Cardano descrive un gioco di presa con obbligo di risposta a due giocatori, che praticò in Saccisica, a Piove di Sacco, vicino a Padova, dove abitò dal 1526 al 1530 circa. Il mazzo di cinquantadue carte era ridotto a trentasei mediante la sottrazione dei Tre, Quattro Cinque e Sei per seme. Il gioco era di presa con obbligo di risposta, senza briscole, come l'odierno Tressette. E' chiaramente detto che l'ordine gerarchico di ogni presa era A, R, C, F, mentre il Due era la carta più debole.  Nella di poco successiva variante veneziana del Valier, la scala di presa delle scartine era Dieci, Nove, Otto, Sette, Due.

Venivano distribuite cinque e poi quattro carte a testa, per un totale di nove per giocatore e diciotto complessivamente. L'altra metà del mazzo costituiva il pozzo. Seguiva la fase di accettazione della mano, tipica di quel secolo.  Il giocatore di mano decideva se tenerla, cioè giocarla, anche contro la volontà dell'avversario. Nella primiera e nel Terziglio dell'epoca, l'alternativa alla tenuta, cioè all'accettazione, della mano era andare a monte e rifare le carte.
Il giocatore di mano decideva se restare con le sue carte o sostituirle con le prime nove del pozzo. Il secondo giocatore poteva a sua volta restare con le sue o cambiarle con altrettante carte del pozzo. Va da sè che, se il giocatore di mano aveva scartato, al secondo giocatore non restavano che le ultime nove del mazzo. La dinamica dello scarto implica che i giocatori prendevano visione di gran parte del mazzo, ma giocavano con solo la metà di esso.

Doge Andrea Gritti di Tiziano

Gli Assi valevano 6 punti, i Re 5, i Cavalli 4, i Fanti 3. Queste stesse carte e i Due potevano anche essere accusate in terne.
Erano accusabili tre Assi per il valore di 12 punti, tre Due per 10, tre Re o tre Cavalli o tre Fanti per 6 punti. Era necessario specificare i semi dei tre Assi, mentre per le altre carte non era richiesto di specificarne i semi. Le accuse venivano fatte al momento di calare una delle carte oggetto d'accusa. Era prevista la possibilità di accusare una terna quando veniva completata dalla cattura di una carta avversaria di quel tipo : se per esempio un giocatore con due Fanti in mano catturava un terzo Fante dell'avversario, poteva accusarne tre. Cardano spiega le accuse di terne di carte uguali, non di quaterne, che invece sono ricordate da Valier come accusabili per il doppio del punteggio delle terne: tre Assi valevano 6 punti, quattro Assi 12 punti, eccetera. E' possibile che le quaterne fossero accusabili anche nella variante cardanica.

Attaccava molto probabilmente il giocatore di mano.  Non è chiarito se le prese successive venivano attaccate dallo stesso giocatore o dal vincitore della presa precedente.

In molti giochi di carte dell'epoca, si vinceva o si perdeva la singola mano, con vittoria intera di punti, mentre la sconfitta non dava alcun punto. Le partite a punteggio su più smazzate, con riconoscimento del punteggio del soccombente, sono testimoniate successivamente. Abbiamo l'impressione che la Trappola veneta rinascimentale fosse giocata anch'essa sulla vittoria di mano.

Girolamo Cardano

Il Due, la carta più debole nella gerarchia di presa del seme, aveva una notevole importanza. Poteva prendere solo come carta d'attacco d'una presa ed in caso di rifiuto alla risposta, cioè di mancanza di carte in quel seme del rispondente. Ogni presa fatta con un Due valeva 10 punti, in certi tavoli 12. Abbiamo visto che poteva essere accusato in terne per un punteggio inferiore solo agli Assi. 

L'ultima presa valeva 6 punti, come nel gioco dei tarocchi.

Il premio di 10 punti, corrisposto al Due vincente, nell'ultima presa veniva raddoppiato. Quindi l'ultima fatta con un Due valeva 26 (10x2+6 dell'ultima presa) punti. Se oltre l'ultima veniva fatta anche la penultima presa con un Due, il valore raddoppiava e le due prese valevano 52 punti. Se anche la terzultima era fatta con un due, il tutto valeva 104 punti.

Chi dava cappotto, chiamato allora cucù, era premiato col raddoppio del punteggio ottenuto.

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Messo online nell'aprile del 2008

da Girolamo Zorli

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TRETRE ha giocato a Trappola

Le spiegazioni di Cardano, integrate da quelle di Valier, ci hanno permesso di sperimentare la Trappola veneta rinascimentale, giocandone una ventina di mani. Abbiamo trascurato le accuse di quaterne a la possibilità di accusare durante il gioco.

Si gioca in due con nove prese a smazzata. Le prime nove carte, se non davvero interessanti, vengono spesso rimpiazzate da altre nove, per godere di una vista più ampi della distribuzione. Insomma, si tende a prendere spesso visione di metà del mazzo. Per giocare decentemente alla Trappola veneta rinascimentale, bisogna prima di tutto ricordarsi perfettamente le nove carte scartate, dedurre le altre diciotto e indovinarne, nel corso del gioco, le nove che l'avversario ha in mano. Un vero rompicapo, che richiede molta attenzione e concentrazione.

I punti di mazzo sono complessivamente (4Assi x6 +4Re x5 +4Cav x4 +4Fan x3 =) 72. Abbiamo sperimentato che, giocando con metà mazzo, sono spesso in gioco tra i 25 ed i 55 punti. Le accuse spesso distribuiscono da 0 a 20 punti. A questi si aggiungono i 6 punti dell'ultima presa.

Il gioco è normalmente orientato alla cattura delle carte di valore avversarie: con l'Asso o col Re si cerca di incassare le eventuali figure avversarie di quel seme. A fine mano vengono frequentemente assegnati ai due giocatori tra i 30 punti nelle smazzate povere agli 85 punti nelle ricche. In queste condizioni, la vittoria di mano viene assegnata con l'incasso tra i 20 e i 50 punti. Ma c'é un ma : il Due.

Nei giochi di presa è importante individuare semi di cui l'avversario è scarsamente provvisto o privo, per giocarvi le proprie carte franche. Nella Trappola cardanica questo aspetto era centrale: la presa di Due valeva 10 o 12 punti, e poteva assegnare la vittoria d'una smazzata povera. L'ultima presa di Due valeva 26 punti, quasi sempre decidendo le sorti della mano. Di conseguenza chi, nel corso del gioco, si affrancava un Due, lo conservava per cercare di fare l'ultima con quello. Non a caso Cardano inizia la descrizione della Trappola dicendoci subito quale ne era lo spirito : fare l'ultima con un Due, per incassarne il lauto punteggio e la certezza della vittoria. E per riuscire a farlo erano necessarie concentrazione e abilità : ars verò in ludendo plurimum valet.

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