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Girolamo Zorli

 

Le Carte Parlanti, o dei giochi di Pietro Aretino

 

 

 

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Pietro Aretino

Tiziano - l'Aretino,1530

Il Divin Aretino, fustigatore di principi, nasce nell’annus mirabilis 1492, l’anno della scoperta dell’America, della Reconquista spagnola della penisola iberica con la caduta di Granada, e della morte di Lorenzo il Magnifico. Pietro era figlio di un povero calzolaio e di una bella cortigiana, Tita, che fu modella di pittori e scultori. Orgoglioso delle proprie umilissime origini, rifiutò sempre il patronimico e si firmò con l'appellativo di provenienza : Aretino. La Bibliothèque Nationale pensa che Pietro fosse il bastardo d’un gentiluomo aretino chiamato Pietro Bacci. Nonostante la provenienza povera, l'Aretino imparò a leggere e a scrivere e a frequentare l’università a Perugia, denotando un genio scanzonato che lo rese presto famoso.

Passato giovanissimo a Roma, dopo qualche tentativo di darsi alla pittura trovò il suo pane come scrittore satirico e libellista. Entrò al servizio di Agostino Chigi, banchiere e industriale potentissimo  che finanziava da tempo il papato. In quel periodo la corte di Chigi era prossima al papa regnante papa Leone X e a suo nipote il cardinale Giulio de’ Medici. Scrisse pasquinate feroci contro Adriaan Florenszoon Boeyens, il cardinale fiammingo uomo di fiducia di Carlo V, che però vinse il Conclave del 1521 e diventò papa col nome di Adriano VI.

Leone X
Adriano VI
Clemente VII

A seguito del Conclave che elesse Adriano VI, il Nostro dovette lasciare Roma assieme al cardinale de’ Medici. Scrisse pasquinate anche in occasione del Conclave del 1523, tra cui il componimento sui Tarocchi appropriati ai cardinali. In questa occasione, il suo mentore Giulio de’ Medici venne eletto papa col nome di Clemente VII.

In questo secondo periodo romano, l’Aretino subì la malevolenza del potente datario pontificio di Clemente VII, il vescovo Gian Matteo Giberti, alle cui dipendenze lavorava Francesco Berni. Non a caso l’inimicizia non solo letteraria tra l’Aretino e il Berni divenne proverbiale. Nel 1525 l’Aretino venne accoltellato da un sicario di monsignor Giberti. Nel 1527 lasciò Roma per andare a servizio di Giovanni de' Medici dalle Bande Nere, famoso capitano che morì quell’anno stesso. L’Aretino tornò a Roma in tempo per assistere al sacco della città. Non sentendosi più sicuro, si trasferì definitivamente a Venezia, a suo dire l’unica città non cortigiana dove si sentì al sicuro, lontano dalle corti e dai loro intrighi.

A Venezia ... egli menava un'esistenza liberissima, fastosa, aperta all'ospitalità più spettacolare che si potesse immaginare. .... luogo di ritrovo abituale e prediletto degli amici artisti e letterati d'ogni grado, dal Bembo al Tiziano, la casa dell'Aretino era famosa in Europa e oggetto di visite continue, quasi un pellegrinaggio, nel quale l'Aretino scorgeva accortamente un affare vantaggiosissimo, malgrado le spese di quello sfarzo ospitale (Giuliano Innamorati, voce 'Aretino', in Dizionario biografico degli italiani IV, Roma, Società Grafica Romana, 1962, pag. 101). Rimase per decenni nella sua corte, nel suo giardino, come Epicuro, circondato dalle sue "aretine", così si facevano chiamare le donne del suo palazzo, e dai suoi creati, tra ossequio ed invidia. Qui scrisse e diede alle stampe gran parte delle sue opere. Pietro Aretino morì, forse di apoplessia, nel 1556.

L’Aretino è noto soprattutto per le sue opere più licenziose, come i Sonetti lussuriosi e i Dubbi amorosi. Scrisse anche degli apprezzati Ragionamenti e la commedia La cortigiana.

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Edizioni de Le Carte Parlanti.

Gian Matteo Giberti
Giovanni dalle Bande Nere

Il Dialogo di Pietro Aretino, nel quale si parla del giuoco con moralità piacevole, oggi più conosciuto col titolo Le Carte Parlanti, è un’opera in forma di dialogo pubblicata a Venezia nel 1543. Le uniche due copie originali dell’edizione del 1543 di cui ho notizia sono alla Biblioteca Vaticana di Roma e alla Biblioteca Trivulziana di Milano.

Una seconda edizione pirata veneziana, non licenziata dall'autore, è del 1545 e presenta lacune e mancanze. La seconda edizione a così stretto giro di anni sembra confermare che l’opera ebbe successo.

Con la Controriforma della seconda metà del Cinquecento, l’Aretino diventò un autore poco gradito alle autorità. Dal 1545 in poi, l’opera è stata ripubblicata poche volte e in edizioni espurgate. Nel Seicento quest’opera assunse il titolo più azzeccato di Le Carte Parlanti. Alcuni racconti qui contenuti sono stati nell’Ottocento riproposti come novelle.

Finalmente nel 1992 è stata pubblicata dalla casa editrice Sellerio un’edizione completa e commentata del testo originale del 1543, a cura di Giuseppe Casalegno e Giovanna Giaccone. Sfortunatamente, questa unica edizione delle Carte parlanti è di non facile reperibilità. Ne ho trovato una copia presso la Libreria Chiari di Firenze, che ringrazio. Questo commento si rifà a questo testo.

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Il Padovano

I dialoganti sono due, le Carte da gioco protagoniste e la spalla, un fabbricante di carte. Il fabbricante di carte è chiamato il Padovano, che aveva bottega a Firenze. Franco Pratesi  nel suo articolo Florentine cardmakers and concession holders (1477-1751) in IPCS Journal, XXI/4, May 1993, ci informa che in quegli anni a Firenze sono segnalati più di un Padovano fabbricante di carte, forse tutti della stessa famiglia. Un Domenico di Francesco, segnalato nel 1533 e deceduto dopo il 1558 sembra fosse l'amico e fornitore di Aretino. Domenico di Francesco era tanto ricco da permettersi una tomba nel convento dell'Annunziata in cambio di un'opera del Bronzino. Il Bronzino era un amico e corrispondente dell'Aretino ed è ricordato nelle Carte Parlanti (pag.104) : voglio incitar Bronzino, pittor da dovero, acciocché egli colorisca la tela la immortalità di voi Carte. Nell'edizione Sellerio delle Carte Parlanti, trovo attribuito al Padovano il nome di Federico, (nota 7, pag. 385), con richiamo alla lettera sotto ricordata del 1541, ma non vi trovo riscontro.

In una lettera da Venezia del 7 luglio 1541, Aretino ringrazia il Padovano per la fornitura di un mazzo di tarocchi e due di carte, onde a voler laudar la diligenza de la bella manifattura di si fatti lavori; non bastarebbero le lingue di mille primieranti... tal che io in fino a qui gloriatomi del non saper' giocare, mosso da lor vaghezza; mi dolgo di non esser' giocatore... mi ho lasciato torre le carte uniche, & i tarocchi divini ad alcune nimphenon meno cortesi, che galanti e cosi elleno in mio scambio si dilettaranno con esse. Aretino sosteneva di non essere giocatore di carte e di averle date alle sue ninfe per loro diletto. I primieranti potrebbero essere i giocatori di Primiera. Si rallegrava che il  Cartaro fosse ricco non che i seicento scudi & gli ottocento che con la gratia di tutta Fiorenza ritraete l'anno da la vostra industria.... e guadagnasse tra i seicento e gli ottocento scudi l'anno.
In una lettera successiva del novembre 1545 Aretino scrive: Al Padovano Cartaio. E chi saria quello, che nel tuttavia mandare presenti ad altri non si vedesse pur ricompensare di due versi in tre dita di carta, continuasse in la cortesia, con che intertenete me d'anno in anno ? niuno eccetto voi… e il mio animo mallevadore di ciò, che vi debbo, sodisfa al vostro credito con il sempre ricordarsi, ch'io vi sono obligato. Sembrerebbe che il Padovano ricompensasse la pubblicità fattagli con questa opera dall’Aretino mandandogli ogni anno delle carte in omaggio. Troveremo un Padovano cartaio, probabilmente lo stesso de le Carte Parlanti, citato anche nel componimento Sopra le 40 meretrice della città di Fiorenza del 1555.

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Le Carte parlanti.

Nel Dialogo nel quale la Nanna il primo giorno insegna alla sua figliola a esser puttana, citato in questa opera a pagina 147, Pietro Aretino aveva preso spunto dalla universalità della prostituzione per divagare sulla condizione delle donne del suo tempo e sulle caratteristiche degli uomini e di certi uomini, per raccontare aneddoti, filosofeggiare e fare digressioni. L’Aretino col Dialogo piacevole del gioco del 1543 ripropose l’idea sostituendo la puttana Nanna con le carte e l’imbarazzante argomento del sesso a pagamento col disdicevole gioco delle carte.

Protagoniste del dialogo a due sono dunque le carte da gioco, che gli ecclesiastici dicevano essere opera del demonio. Il Padovano : Dice che in far voi (carte) io metto in campo bestemmie, i latrocini, gl’inganni, le crapule, le lussurie, gli spergiuri, le falsità, le menzogne, i disturbi, le nimicizie, le crudeltà, il diavolo, la verseria, la fantasima e la tregenda (46).

Le Carte si difendono da queste accuse sostenendo di derivare dalla milizia (pag. 102), di essere di origine militare, inventate da Palamede (pag. 43), un comandante acheo, per ritenere gli animi dei commilitoni sempre desti e ardenti… isvegliato e in furore lo esercito (104), durante le lunghe pause dell’assedio di Troia. La provenienza militare e la conseguente natura bellica e agonistica delle carte è spesso ricordata. Nel pensiero dell’Aretino le carte e i loro giochi richiedono le doti tipiche del guerriero. A questo aspetto incentro la notazione I Maestri della Primiera.

Dicono le Carte (pagina 42) che a pena il sole, che pratica con tutte le comunanze del mondo, sa quel che sanno fino a le scarpe nostre, di sapere tutto di tutti. Dicono che il pane e noi concorriamo insieme circa la famigliarità dell’universale (pagina 43), di essere come il pane, frequentate da tutti di tutti i ceti e di ogni condizione. Si considerano dunque universali.

Stando in mano a tutti, assorbendo il comportamento di tutti al tavolo, le Carte sanno tutto di tutti e, nelle loro parole, resta in noi la volontà de le persone che ci adoprano, onde siamo or larghe, or misere, or piacevoli, or furibonde, or taciturne, or cicale, or facete, or ritrose, ora sapute, ora triviali. Con parole contemporanee, diremmo che le carte rispecchiano la qualità r l'umore di chi le usa.

A pagina 101 le Carte dicono che il loro racconto è imputato di cominciar dal ronne per entrare nel conne, di non seguire un filo logico, di non procedere ordinatamente. Così è per tutti il dialogo, che procede in modo disorganico, con accenni tralasciati e qualche volta ripresi in altro contesto.

Nel dialogo, le Carte raccontano tutto di tutti, celiando, ammirando, disapprovando, spettegolando. Il dialogo spazia sugli argomenti più disparati, con digressioni, aneddoti, racconti. Vediamo passarci davanti decine di personaggi dell'epoca, prevalentemente di potenti, di gran soldati e di ricchi banchieri, ma anche di artisti, di borghesi e di mercanti. Molti dei personaggi ricordati sono amici o conoscenti dell'Aretino, che ritroviamo spesso nelle Lettere che l'Aretino ci ha lasciate.

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I Mazzi.

Ghiande e campanelle

Dare un senso alle icone delle carte e dei trionfi era esigenza già sentita ai tempi dell’Aretino, che fa dire alle Carte (101) : I corbacchioni ci gracchion già nelle orecchie, dicendo che dovevamo, ne la interpretazione dei trionfi, interpretare anco il perché nelle carte sono le coppe, i bastoni, i denari, le spade, i fanti, i cavalli e i re. I corvacci gracchiano che noi carte dovevamo spiegare non solo i trionfi dei tarocchi, ma anche i semi e le figure del mazzo comune.

I mazzi di carte sono descritti alle pagine 102 e 103 : Re, Cavalli, Fanti. Spade, Bastoni, Denari e Coppe. Ad ogni figura e ogni seme viene dato un significato.

Il Padovano chiede : Da che in Italia si giuoca con le carte francesi, chiaritemi, io ve ne supplico ciò che dinotano, tra sì fatte nazioni, i cappari… e i quadri… e i cori.. e i fiori ? E’ questa la prima volta in cui m’imbatto nella denominazione cappari, oggi càpperi, per le picche. Anche ai semi francesi viene dato significato.

A pagina 152 sono ricordati anche i mazzi tedeschi. Dicono le Carte : i tedeschi.. ci dipingono con i cuori e con i fiori con cui ci abbelliscono anche i francesi… gli Alamanni, inventori ed espositori di quanto c’è di buono e di cattivo, ne le carte loro, oltra i fiori e i cuori a la francese, hanno i sonagli e le ghiande.

Gli accenni ai trionfi del mazzo dei Tarocchi e di quello dei Germini sono descritti in Tarocchi e Germini di Pietro Aretino.

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I Giochi.

Dal contesto, ricavo magre notizie sui giochi del tempo. I giochi citati e ricordati sono parecchi. Spesso sono solo nomi. Talvolta trovo allusioni indecifrabili. Per esempio, a pagina 80 leggo una frase di gioco oscura : Re a uno scudo, asso a lo avanzo. Era una puntata di gioco della Bassetta ?

La Primiera è più volte ricordata, tanto da richiedere vari capitoletti d’analisi. Trovo molti accenni di colore al gioco della Primiera, cui ho dedicato un saggio a parte intitolato "I maestri della Primiera"

Trovo qualche paginetta sui mazzi dei Germini e dei Tarocchi, ma non sui loro giochi. Aretino si attarda a esaminare parecchi singoli trionfi. Riporto queste pagine nell'articolo "Tarocchi e Germini di Pietro Aretino

Trovo quattro accenni alla Bassetta (pagg. 96, 122, 216 e 217) che meritano un approfondimento in apposito capitoletto.

Gli altri giochi citati di sfuggita sono la Trappola (pagg. 52, 218, 336), la Ronfa (65) il Flusso (95), la Condennata (95), la Sequenza (95), al Trenta (95), i Trionfetti (236, 336), Quaranta per forza (165), Trentuno (165, 204), la Pariglia (pag.165), il Salticchione (186) l’Ispariglia (186), Minonne, Calabrache, Menchiate, Criccone, Tre due asso (187), Cedo Bonis, Spizzica (214). Ne accenno individualmente nei capitoletti conclusivi. Le Carte Parlanti, i giochi di Pietro Aretino.

La primiera dell'Aretino.

Tiziano - Aretino quarantenne

L’Aretino considerava il 55 il punto maggiore, battuto dalla primiera. Fa dire alle Carte (169) : …che venti fiate la fila gli fa perdere il cinquantacinque che intoppa ne la primiera e la primiera che urta nel flusso.

Le quattro cose, oggi le chiamiamo poker, erano la combinazione più alta di tutti. Aretino non ne accenna mai, il che potrebbe fare pensare che le quattro carte uguali non fossero considerate una combinazione vincente. A riprova, la trovo assente a pagina 243, dove si magnificano le combinazioni della Primiera : il flusso è Parnaso del poeta che gioca, la primiera Minerva, il cinquantacinque il caval Pegaseo, e gli altri punti le Muse di mano in mano, e le carte insieme lo alloro che lo incorona.

Accasca la controversia in uno che, in quel che altri l’invita dice per via d’ischerzo : “Io lo voglio”; intanto iscopre flusso o primiera, e perché le nostre leggi non comportano che sopra l’uno né sopra l’altro (avendo primiera o flusso) si faccia né si tenga l’invito, si nasce lite (pagina 188). Ogni paese che vai, ogni Primiera che trovi. Berni lo chiamava il travaglio della Primiera, e lamentava che prima di sederti a un tavolo con sconosciuti dovevi concordare preventivamente ogni regola e ogni dettaglio. In questo caso descritto dall’Aretino, il giocatore con Primiera doveva semplicemente dichiarare il flusso e la primiera senza accettare l’invito. Nelle parole di Girolamo Cardano, chi riceveva flusso o primiera lo mostrava e incassava il piatto. Questo sembra contraddetto a pagina 187 dalla frase : .. il giocator esperto iscorge, ne i motivi del compagno imperito, il punto ch’ei tiene, s’egli sta a flusso o s’invita in sul flusso… poteva un giocatore invitare con un flusso in mano ?  da regola generale, assolutamente no.

Padovano : Perché, ne i casi de gli accordi, si dà il quarto al flusso e il terzo a la primiera ?

Carte : Per amore che l’una ha dieci carte da poter raffroutare (sic), e l’altra sette.

Gli accordi preventivi mi sembrano quelli di cui parla anche Cardano. Nella contemporanea primiera milanese, i due contendenti finali prima dell’ultimo cambio di carte di uno di essi incassavano porzioni di piatto. Qui sembra di capire che si desse una preventiva porzione del piatto a chi aveva o chi stava a flusso o primiera. Sul perché venisse data una quota maggiore alla primiera e una inferiore al flusso, l'Aretino, come anche Cardano del De Ludo Aleae, ne dà una motivazione probabilistica. Per chiudere primiera c'era la teorica disponibilità di tutte le dieci carte del seme mancante, mentre per chiudere flusso con un punto di tre carte ne erano disponibili solo sette. Se la mia interpretazione è corretta, ne deriva che Aretino giocava a Primiera col mazzo ridotto a quaranta carte, come Cardano.

Il fare a salvare berniano è ricordato a pagina 131. Il fare a salvare era l'accordo preventivo tra i due contendenti finali grazie al quale il vincitore avrebbe restituito al perdente le sue puntate. Cardano lo considerava vile, Aretino non è da meno. Padovano conferma : Si costuma forte in campo cotesto fare a metà.

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La primiera tedesca.

Aretino - 1542

Alle pagine 276-277-278 trovo un interessante accenno alla Primiera tedesca.

Padovano : … dimandarvi qual più vi piaccia de le due primiere, o la todesca o la nostra ?

Carte : Certo che quella è più a caso e questa più a senno.

Padovano : A me par bestiale cosa il far del resto in su le due prime, e non in le ultime, come usiamo noi andando a monte solo una volta, talché l’uomo non istà mai sicuro, poiché spesso il buon giuoco si fa con le cattive carte.

Il gioco della Primiera cominciava con la distribuzione di due carte a testa. Nelle descrizioni italiane che abbiamo della Primiera cinquecentesca, con le prime due carte si procedeva a inviti di importo minimo o al massimo di due volte il minimo. Inoltre, la mancata accettazione di questi inviti non escludeva il giocatore dalla mano. Le puntate si accendevano nell’ultima fase, dopo una serie di cambi e scarti e una serie di passaggi che oltre agli inviti prevedevano una puntata intermedia detta vada. Il resto, cioè tutto il denaro messo in gioco da ogni giocatore, veniva eventualmente scommesso solo nell’ultima fase. Unica eccezione conosciuta, quella riportata da Francesco Berni, che nel 1528 accenna alla Primiera giocata a Firenze, dicendo che si può far del resto nelle prime due carte.

La primiera tedesca invece consentiva di puntare il resto subito, con le prime due carte. Oggi abbiamo qualcosa di simile nel gioco dell’Hold’em Texas Poker, dove si può puntare l’all-in con le prime due carte ancor prima del flop. Fare del resto subito significava annichilire la mano e spegnere la danza del gioco. Non è specificato, forse una volta puntato il resto, se qualcuno ci stava, si terminava la distribuzione dando ai due contendenti altre due carte e chi aveva più fortuna vinceva il piatto.

Non mi è chiaro cosa intenda l’Aretino con la frase come usiamo noi andando a monte solo una volta. Il monte era il mazzo di carte non in gioco e ancora da distribuire. Buttare le carte nel monte, o andare a monte, significava annullare la mano, per esempio se tutti passavano. Forse che nella dinamica tedesca si poteva andare a monte, cioè uscire dal gioco, rientrarvi e eventualmente ributtare le carte ?

L’aggettivo bestiale è da Berni attribuito al gioco della Bassetta, definita, appunto troppo bestiale, troppo immediata, precipitosa, abbandonata alla pura sorte, che non concedeva nulla alla brillantezza e alle sottigliezze del dipanarsi del gioco, dei cambi e scarti, degli inviti e dei vada, delle imboscate e dei bluff.

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Ronfa, Flusso, Sequenza, Condennata e Trenta

Ronfa ? - XVI sec.

La Ronfa era un gioco d’origine napoletana, che Ugo Caleffini e Francesco Berni dicono inventata da re Ferdinando di Napoli. Le prime notizie sono della seconda metà del Quattrocento.

Fu si grande la rabbia in cui lo pose un marcio, che con tre assi  egli ebbe a ronfa (pag. 65). Con questa frase, Aretino si beffa di un giocatore sfortunato che prese a Ronfa cappotto con tre assi in mano. Gli assi erano carte importanti del gioco della Ronfa. .

Le scarne notizie su questo gioco sono descritte da Thierry Depaulis. Bisognava collezionare una lunga serie di carte dello stesso seme. Di fianco, un quadro del XVI sec. in cui è mostrata una combinazione di carte che potrebbe essere la ronfa più alta conseguibile Aretino ci dà l’informazione ulteriore che era possibile il cappotto. La denominazione ronfa entrò nel gergo per indicare una lunga serie di carte di seme. Questo termine viene usato in questo senso da Alberto Lollio nel 1550 (troppe carte da Ronfa e le figure). Il termine inglese ruff per tagliare viene dalla parola ronfa.

Il Flusso era un gioco d'azzardo quattrocentesco su tre carte, nel quale bisognava comporre combinazioni di due o tre di carte dello stesso seme. Il primo accenno è nel Sermo perutilis de ludo, datato al 1470 circa. Girolamo Cardano ne descrive le linee generali. Lorenzo il Magnifico, lo definì giuoco maladetto, cioè d’azzardo. Francesco Berni concorda con Lorenzo. Il flusso diventerà una combinazione vincente del gioco della Primiera.

La Sequenza è gioco ignoto ricordato fin dal Quattrocento. Forse consisteva nella composizione di carte dello stesso seme in scala sequenziale. La sequenza è una combinazione premiata dei Tarocchi Bolognesi.

...da i trionfetti da beffe si venne alla condennata da senno. Non so nulla della Condennata  o Condannata. Aretino lo ricorda come gioco da senno, quindi pensoso. Anche il Trenta mi è ignoto, forse non era un gioco di carte ma di dadi.

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Trappola, Trionfi e Trionfetti

Il gioco della Trappola cinquecentesca (218, 336) era un gioco di presa, di cui Girolamo Cardano dà una descrizione estesa. Le Carte dicono : quando altri ci disepara da i tarocchi per il giuoco de la trappola, e che poi ci ritoglia da la trappola per giocare a tarocchi. Era un gioco particolarmente popolare in Veneto. Le carte minori, i Due, avevano grande importanza. Come visto sopra, Girolamo Cardano la apprezzava e la classificava ludus industriae, gioco in cui contava l’abilità più della fortuna. L’Aretino invece non ne fa gran conto.

Il gioco dei Trionfi era detto anche Trionfo. Si trattava di un gioco italiano di presa e taglio. Veniva giocato col mazzo normale di quattro semi. La specificità del gioco dei Trionfi o del Trionfo era l‘individuazione, mediante scopertura casuale d’una carta durante la distribuzione iniziale, del seme di briscola della smazzata.

Nel Cinquecento, la denominazione di trionfo divenne in tutta Europa definizione di carta da taglio, di briscola. Il trasporto della funzione del taglio dai trionfi dei Tarocchi a un seme standard promosso a seme di taglio spossessò il gioco quattrocentesco dei Trionfi del suo nome originario per fargli assumere la misteriosa denominazione di gioco dei Tarocchi. Quando questo sia avvenuto è incerto. La prima denominazione di “tarocchi” a me conosciuta è di Berni del 1528. Andrea Vitali mi dice di avere rinvenuto documenti che retrodatano la data agli ultimi anni del Quattrocento.

Il trasferimento del taglio dai tarocchi al mazzo normale a quattro semi è una innovazione importantissima. Questa idea diventerà dominante e svilupperà molte varianti nei giochi individuali, a tre, quattro, cinque e sei giocatori. Il trionfo è l’antenato diretto dell’odierno bridge ed è tutt’ora praticato in Italia con gerarchia e computo del tressette.

Il gioco dei Trionfetti (236) poteva essere una denominazione diminutiva o una variante del gioco del Trionfo. Lo scarno accenno al gioco è : da i trionfetti da beffe si venne alla condennata da senno.

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Pariglia, Trentuno, Cedo bonis, Spizzica, Salticchione, Ispariglia.

Pariglia (164) significava e significa ancora coppia. Le pariglie sembrano essere state coppie di carte presumibilmente uguali : due Sette, due Cavalli, eccetera. Nel tarocchino bolognese le pariglie sono dette anche cricche, e sono combinazioni di tre o quattro carte uguali.

Le Carte descrivono così il gioco della Pariglia : debbi sapere che la pariglia è lo intermedio de la primiera come il pan unto de la carbonata… Il gusto che si trae si confà proprio con il tirar de la pariglia in quel tanto che quattro carte diverse, o altrettante di una sorte o tre consimili, la dan vinta o perduta. Interpreto che la Pariglia fosse un gioco simile alla Primiera, ma con meno combinazioni vincenti e meno articolazioni di gioco. Per questo viene definita gioco intermedio della Primiera. Si giocava, come la Primiera, su quattro carte. Forse semplicemente si scartava e cambiava finché qualcuno non chiudeva una combinazione e incassava il piatto. Le combinazioni vincenti ricordate sono : quattro carte diverse, quattro dello stesso seme, tre carte uguali. Forse per quattro carte diverse Aretino intende quattro carte di seme diverso.

La Pariglia sembra essere entrata nella Primiera come combinazione premiata nelle prime due carte. Ne accenna Girolamo Cardano e Francesco Berni.

Trentuno (204). Gioco citato fin dal Quattrocento di cui non ho notizie. E' riportato anche da Francesco Berni. Aretino dice : … tu potresti allegar le tresche che, per rendere gratitudine a Cupido, causiamo al giuoco del trentuno. 

Cedo Bonis. (214) Il Padovano dice alle Carte : Cedo bonis è un vostro giuoco trovato di nuovo.

Il gioco detto Spizzica (214) è ricordato con queste parole dette dalle Carte: (Il cardinal) Viseo, giocando a spizzica d’un quattrino, ce l’ha detto là da la buona sera e dal cantone.  Padovano risponde : Enigmi. Sono d’accordo col Padovano, le parole delle Carte sono quanto mai enigmatiche. :-)

Salticchione. Gioco sconosciuto. Le Carte dicono (pag.186) viene da lo strabalzo che è tra il cinque e il sette, tra l’uno e il tre, tra il sei e l’otto.

Ispariglia:  così detta per la disuguaglianza del quattro e del cinque, del nove e del dieci, del sette e del sei.

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Minonne, Calabrache, Menchiate, Criccone, Tre du asso.

Padovano : Che vuol dire le minonne, il calabrache, le menchiate, il criccone, il tre due asso, e gòi altri che seguono ?

Carte  : Non ci far perdere tempo ne la lor fagiolata (187).

Minonne è un nome, che incontro per la prima volta.

Calabrache è nome anche di un gioco popolare arrivato fono alla prima metà del Novecento. Non è detto che questo sia lo stesso o un suo parente.

Le Minchiate o Menchiate o Menchiatte sono ricordate in Toscana nel Quattrocento. Questa menzione aretiniana alle Menchiate è l'unica di cui ho notizia nel Cinquecento, con la possibile eccezione del gioco delle Sminchiate ricordato da Francesco Berni assieme al gioco dei Trionfi e dei Tarocchi. Dal Seicento in poi, Minchiate denominò un gioco popolarissimo, giocato col mazzo dei Germini. Mentre il nascente gioco dei Germini è ricordato in questo testo del 1543 dall’Aretino più volte assieme ai Tarocchi, le Menchiate hanno solo questo accenno a pagina 187 in una lista di altri giochi popolari apparentemente minori. Questo trattamento dell’Aretino al gioco mi sembra un altro indizio di come le Minchiate del Quattrocento e del Cinquecento non fossero giocate col mazzo dei Germini e probabilmente non erano un gioco di Tarocchi, ma un gioco praticato col mazzo normale di quattro semi. Ne discuto altrove più approfonditamente. Non è chiaro come questo gioco possa essersi trasferito, in tutto o più probabilmente in parte, in un gioco di Tarocchi praticato col mazzo dei Germini.

Criccone. Nel Quattrocento e nella prima metà del Cinquecento sono ricordati i giochi di Cricca o Cricche. Cricca è un gioco menzionato nel Sermo perutilis de ludo come gioco d'azzardo su tre carte. Ne fa cenno anche Francesco Berni. La cricca è sospettata di essere sinonimo di pariglia (cfr. sopra), cioè la combinazione di più carte uguali, presente  nel Tarocchino bolognese, gioco dove il criccone è la combinazione di tre cricche incassate. Le scarse informazioni aprono la porta a molte congetture sulla natura del gioco delle Cricche e del Criccone.

Tre Due Asso. Gioco ricordato altre volte da più fonti (cfr. Lasca). Non ne sappiamo nulla. Questa scala invertita di carte basse ricorda la scala gerarchica del Tressette contemporaneo, discendente diretto del Tressette della seconda metà del Seicento. Una mia congettura gratuita e non dimostrata vede un gioco di presa chiamato Tre due e asso, che potrebbe avere importato l’accusa di tre Sette cambiando nome in Tressette. Il Tressette avrebbe successivamente importato una variante napoletana di accusa dei tre pezzi maggiori detta appunto napoletana, per abbandonare gli inutili Sette e diventare il Tressette attuale.

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La Bassetta

Troviamo un abbozzo di descrizione di una mano di Bassetta a pagina 122.

Carte : Un dottor bergamasco…. se ne va… ne le communi baratterie, e accostatosi a coloro che la scampanano con una bassetta, chiede il punto o la figura pian piano… egli dice con seco istesso :”Due a tre scudi” e, venendogli la chiesta, con una scossa di core se ne risente, come se il tirar fusse da vero.

Padovano : Vincer senza tirargli è un vendemiar nebbia.

Carte : E così, nel non venirgli, se ne contorce non altrimenti che se la cosa gisse in contanti.

Un bergamasco entra in una bisca comune e si avvicina al tavolo della bassetta. Sottovoce chiama una carta, o una scartina o una figura. Tra sé e sé punta “ Il Due a tre scudi”. Se l’azzecca, ne gioisce come se avesse vinto veramente.

Un altro episodio di gioco di Bassetta è ricordato a pag. 226. Un baro che fa le carte giocando con altri a la bassetta, finge con la menchionaria, in cui trasforma la sua tristizia, di scoprire la prima, la terza e la quinta, con un voltarsi, con un soffiarsi, con uno istorcersi, e simili atti, dando via, a colui che chiama di vederla, tagliandola poi; l’asso, il fante, o il re che pensi che ti venga per averlo veduto, tocca a lui.

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Posto online il 26 settembre 2011,

Aggiornato al 26 settembre 2011.

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