I trionfi - tarocchi
Fin dalla seconda metà del Quattrocento, i tarocchi sono un mazzo di settantotto carte. Gli ordini sono cinque: bastoni, coppe, denari, spade e trionfi. L'iconografia è italiana, con le spade lunghe e curve e le bastoni lunghe e levigate. I semi tradizionali consistono di dieci cartine numerate dall'uno al dieci, e di quattro figure di corte: Fante, Cavallo, Donna e Re, a raffigurare rispettivamente l'undici, il dodici, il tredici ed il quattordici. Il quinto ordine dei trionfi è composto da figure particolari, numerabili dall'uno, detto il Mago o Bagatella o Begattino, al ventuno, il Mondo. Vedremo che la tradizione bolognese pone l'Angelo alla sommità della scala gerarchica, seguito dal Mondo. La ventiduesima (o la prima, se si vuole) carta dei trionfi è il Matto, cui è attribuito il numero zero.
A sinistra, il Giudizio del mazzo detto di Carlo VI (Ferrara, circa 1460).
Salta agli occhi che il quinto seme dei trionfi è la connotazione principale del mazzo dei trionfi-tarocchi. E' confermato che questo splendido seme è stato aggiunto al mazzo italiano tradizionale nella prima metà del Quattrocento. Nei giochi praticati col mazzo di tarocchi, testimoniati nei sei secoli successivi, i trionfi erano, e sono ancora, il seme di briscola. Sappiamo che, nei giochi di presa, il taglio è stato inventato proprio nella prima metà del XV secolo. Gli studiosi considerano il mazzo dei tarocchi responsabile della propagazione della dinamica del taglio in Europa. Dopo sei secoli il loro gioco è sopravvissuto isolato nel Canavese, a Bologna e in Sicilia. Non è stato ancora completamente chiarito in dettaglio come, quando e da chi ciascuno dei ventidue trionfi sia stato inserito nel mazzo dei tarocchi.
I ricercatori

- sir Michael Dummett
La bellezza e la forza evocativa delle icone dei tarocchi hanno da sempre stimolato l’ammirazione e la curiosità. La cartomanzia ne ha fatto lo strumento principale della divinazione e li ha resi familiari in ogni angolo del pianeta.
Nella seconda metà del XX secolo si è sviluppato un movimento, prevalentemente anglosassone, di ricercatori della storia dei tarocchi. La ricerca appassionata della loro origine è stata un motore importante della ricerca sui giochi di carte. Nel 1972 nacque a Londra la International Playing-Card Society (IPCS) che riunì personaggi della levatura di Silvia Mann, Ronald Decker, Deflet Hoffmann, Thierry Depaulis e sir Michael Dummett. Pochi anni dopo l’americano Stuart R. Kaplan, con la sua Encyclopedia of Tarot del 1978, ci ha dato il primo lavoro sistematico sulla storia dei tarocchi.
Il testo fondante della materia è The Game of Tarot di Michael Dummett del 1980.
Sir Michael Dummett, professore emerito di Logica di Oxford, considerato da molti il maggior filosofo occidentale contemporaneo, ci ha dato studi sulla filosofia del linguaggio, della matematica e di filosofia analitica. Ha redatto in italiano Il Mondo e l’Angelo nel 1993, testo di riferimento per chiunque in Italia sia curioso della storia dei tarocchi. (A destra, sir Michael ospite dell’Accademia del Tarocchino Bolognese nel 1998).
La benemerita IPCS ha agglomerato molti altri ricercatori e prodotto molte importantissime ricerche. Una menzione particolare va a Franco Pratesi ed alle sue fondamentali numerosissime scoperte di documenti sparsi nelle biblioteche e nella letteratura italiane. Alberto Milano ci ha dato saggi fondamentali sulla storia della stampa italiana delle carte e dei tarocchi. John McLeod ha affiancato Michael Dummett nella redazione del ponderoso A History of games played with the tarot pack del 2004. Inoltre McLeod ha aperto il sito benemerito delle regole dei giochi di carte www.pagat.com
Tra i ricercatori italiani, oltre a Pratesi e a Milano, una menzione particolare va a Gherardo Ortalli, direttore di Ludica, ed ad Adriano Franceschini, studioso che nel 1993 ha perlustrato la documentazione rinascimentale della corte ferrarese. Molto attivi tra gli altri Andrea Vitali e la sua associazione Le Tarot, che divulga la conoscenza dei tarocchi con mostre qualificate. Giordano Berti è autore di numerosi saggi di indirizzo misterico sui tarocchi.
In rete vi sono molti siti di tarocchi, per lo più di area occultistico-misterica. Il sito della IPCS è all'indirizzo <http://i-p-c-s.org/>. Sul gioco e sulla loro storia segnaliamo il sito di Andy Pollett in italiano ed in inglese <http://a_pollett.tripod.com/indice.htm>. Specifico sui tarocchi e la loro storia sono i siti <http://trionfi.com/0/e/>, e http://autorbis.net/ dove operano Lothar Teikemeier con altri, tra cui Ross G. Caldwell. Quest'ultimo è anche moderatore di un forum propedeutico alla conoscenza della storia dei tarocchi.
L'ordine dei trionfi
Milano (VS) | Ferrara | Bologna | ||||||||
Matto | Matto | Matto | ||||||||
Bagatto | Bagatto | Bagatto | ||||||||
Papessa | Imperatrice | Papessa | ||||||||
Imperatrice | Imperatore | Imperatrice | ||||||||
Imperatore | Papessa | Imperatore | ||||||||
Papa | Papa | Papa | ||||||||
Amanti | Temperanza | Amore | ||||||||
Carro | Amore | Carro | ||||||||
Giustizia | Carro | Temperanza | ||||||||
Eremita | Forza | Giustizia | ||||||||
Ruota della Fortuna | Ruota della Fortuna | Forza | ||||||||
Forza | Vecchio (Eremita) | Ruota | ||||||||
Appeso | Traditore (Appeso) | Vecchio (Eremita) | ||||||||
Morte | Morte | Traditore (Appeso) | ||||||||
Temperanza | Diavolo | Morte | ||||||||
Diavolo | Fuoco (Torre) | Diavolo | ||||||||
Torre | Stella | Torre (Cielo) | ||||||||
Stella | Luna | Stella | ||||||||
Luna | Sole | Luna | ||||||||
Sole | Angelo (Giudizio) | Sole | ||||||||
Giudizio | Giustizia | Mondo | ||||||||
Mondo | Mondo | Angelo (Giudizio) | ||||||||
Marziano da Tortona e il mazzo degli Dèi
Pier Candido Decembrio (1392-1477), uomo di corte e diplomatico, ci ha lasciato una biografia, la Vita di Filippo Maria Visconti, duca di Milano dal 1412 al 1447. L'opera, la cui copertina è riportata a destra, ci informa di come talvolta Filippo Maria e la sua corte inventassero nuovi giochi e mazzi. In un anno tra il 1415 ed il 1420, il duca commissionò a Marziano da Tortona un mazzo di nuova concezione.
Marziano Rampini di S. Aloisio detto da Tortona era un ecclesiastico erudito cultore dei classici e dell’astrologia, in tempi in cui l’astronomia e l’astrologia erano la stessa cosa. Precettore di Filippo Maria, ne divenne il fidato segretario e consigliere. Creò il nuovo mazzo secondo i gusti del principe. Gusti che, vista l’intimità dei due uomini, dovevano essere anche i suoi.
Marziano commissionò il lavoro a Michelino da Besozzo. A sinistra le nozze mistiche di Santa Caterina del pittore lombardo, 1420 circa. L'erudito scrisse un saggio di accompagnamento, la prima opera conosciuta di manuale di mazzo. Vi troviamo spiegazioni dettagliatissime sulle icone, sul loro significato e sulla posizione dei vari simboli. Il mazzo è andato perduto. Il manuale si trova oggi alla Bibliothèque Nationale di Parigi.
In questo mazzo, le carte numerali erano divise in quattro semi: aquile, falconi (o fenici), colombe e tortore. Ogni seme era capeggiato da quattro carte superiori allo stesso Re, rappresentanti divinità classiche. Le aquile erano capeggiate da quattro virtù: Giove, Apollo, Mercurio, Ercole. I falconi (o fenici) da quattro ricchezze: Giunone, Nettuno, Marte, Eolo. Le tortore da quattro castità: Diana, Vesta, Pallade, Dafne. Le colombe da quattro piaceri: Venere, Bacco, Cerere, Cupido. Era un mazzo allegorico. Marziano sentì la necessità di spiegarlo. Il costo esorbitante, e forse esagerato, riportato dal Decembrio di 150.000 fiorini, fa ritenere che non fosse un mazzo da gioco, ma una serie organizzata di miniature dal contenuto filosofico e morale. Nel manualetto esplicativo Marziano non accenna al gioco. Era insomma un mazzo didascalico e metaforico.

- Antonio Marcello
Alla morte di Filippo Maria (1447), seguì un triennio difficile, in cui Milano fu colpita da disordini, saccheggi e distruzioni. Il bel mazzo miniato da Michelino di Besozzo venne comprato da un capitano veneziano, tale Jacopo Antonio Marcello (ritratto a destra), che nel 1449 ne fece dono a Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò. Nella lettera di accompagnamento, Marcello definisce il mazzo novum quoddam et exquisitum triumphorum genus. Era un mazzo trionfale.
Il Mazzo degli Dèi sembra l’antiporta dei tarocchi per vari motivi. Il primo è la presenza di figure allegoriche, come nei successivi trionfi. Il secondo è che tali figure sono preposte alle carte ordinarie, presentendo l’idea del taglio. Il terzo è l'utilizzo a fini celebrativi e didascalici, che sembra ripetersi coi trionfi.
L'origine e lo sviluppo.
L’idea del mazzo trionfale di Marziano, la passione del duca per i giochi di carte, sommati ad altri significativi indizi ambientali, indicano con decisione la corte viscontea come responsabile della nascita del mazzo dei trionfi. A destra, Filippo Maria Visconti.
Le charte da trionfi vennero pensate come variante di mazzo da gioco, variante che esplicava l'allora nuova e rivoluzionaria dinamica del taglio. Una dinamica di gioco materializzata dall'inserimento d'un seme apposito di sole briscole. Un seme inventato, le cui figure evocavano la sua superiorità e la sua appartenenza ad un mondo diverso da quello dei semi ordinari. La forza evocativa delle figure dei trionfi ne garantirà la sopravvivenza e l'utilizzo anche oltre il gioco, e la sua diffusione in tutto il mondo.
Come spesso è avvenuto ed ancora avviene coi mazzi di carte da gioco, anche quello dei trionfi venne spesso miniato a fini celebrativi e didascalici in occasione di ricorrenze, matrimoni, insediamenti del signore, visite importanti, per essere conservati a libro.
Intorno al 1441 i Visconti lo fecero conoscere agli Estensi di Ferrara, che subito lo utilizzarono sia come mazzo celebrativo che come mazzo da gioco. La corte emiliana nel febbraio del 1442 ne fecero miniare alcuni sontuosi, probabilmente per celebrare l'ascesa al trono di Leonello. Riportiamo qui il famoso documento, il più antico conosciuto sui trionfi. Clicca per allargarlo.
Nel luglio di quello stesso anno 1442, i ferraresi ne comperarono nella vicina Bologna un mazzo. Un mazzo a buon mercato, esplicitamente destinato a fare giocare Sigismondo e Ercole d'Este, allora ragazzini.
Francesco Sforza, genero e successore di Filippo Maria Visconti, giocava correntemente a trionfi nel 1450 con mazzi acquistati sul mercato.
Dei trionfi presumibilmente originari milanesi ci sono giunti resti più o meno consistenti di due mazzi celebrativi e non da gioco, di cui parliamo più sotto. I mazzi celebrativi possono essere composti con figure e icone adeguate all'occasione specifica. Difatti vedremo che questi mazzi sono certamente mazzi di trionfi, ma con differenze in numero di pezzi e di struttura dei semi dal mazzo da gioco diventato poi classico. I mazzi da gioco invece devono essere definiti, con un numero convenzionale di pezzi, di cartine, di figure e di briscole. Purtroppo, come sempre, i mazzi da gioco una volta deteriorati venivano buttati.
Nella sezione Documenti e Studi riportiamo ampi brani d'una lunga predica quattrocentesca contro i giochi di taverna, il Sermo perutilis de ludo cum aliis, la cui datazione è discussa tra il 1470 ed il 1500. Vi troviamo, tra l'altro, la più antica lista conosciuta dei ventidue trionfi completi, che diventeranno classici. Primus dicitur El bagatella . 2, Imperatrix. 3, Imperator. 4, La papessa. 5, El papa. 6, La temperantia. 7, L'amore. 8, Lo caro triumphale . 9, La forteza. 10, La rotta. 11, El gobbo. 12, Lo impichato. 13, La morte. 14, El diavolo. 15, La sagitta. 16, La stella. 17, La luna. 18, El sole. 19, Lo angelo. 20, La justicia. 21, El mondo. 0, El matto sie nulla.
Allo stato attuale della documentazione conosciuta, questo è il certificato di nascita della serie dei ventidue trionfi-tarocchi diventata classica. Certificato popolare e non cortese, che ci avverte che al suo tempo il mazzo, stabilizzato con i classici ventidue trionfi, era quello definitivo. Siamo inoltre informati che il mazzo ed il gioco in quegli anni erano già popolari, quindi prodotti in serie a prezzi accessibili alla gente comune.
La definizione del mazzo nella struttura classica dei trionfi-tarocchi avvenne nei decenni decorsi dal 1442, anno presumibile del più antico mazzo di trionfi pervenutici, quello celebrativo detto Visconti di Modrone e di cui si parla nel capitolo seguente, al periodo in cui è stato scritto il Sermo de ludo cum aliis.
Le charte da trionfi improvvisamente, verso l'inizio del Cinquecento, cambiarono nome, diventando tarocchi. Da dove venga questo nome, non è chiaro. E quel nome fantastico e bizzarro / di tarocco, senz'ethimologia rimava Alberto Lollio nel 1550, pochi decenni dopo. Se non era chiaro ad un letterato di allora, difficilmente lo è per noi mezzo millennio dopo.
Gli studiosi cercano di tracciare la storia del mazzo dei trionfi-tarocchi ed il suo viaggio da quello originario a quello di ventuno pezzi più il Matto, come oggi la conosciamo.
I trionfi viscontei
Nel 1447 un incendio ha distrutto i documenti della corte milanese. Il castel di Giovio, residenza di Filippo Maria, venne saccheggiato ed abbattuto durante la guerra civile (1447-1450) che seguì alla morte del duca.
Dei trionfi celebrativi di Filippo Maria restano solo i resti dei sontuosi mazzi Visconti di Modrone e Brambilla, databili tra il 1442 ed il 1447. Sono la prova inconfutabile dell'esistenza del mazzo, ma la loro frammentarietà e talvolta la loro difformità dal modello di mazzo da gioco che si formerà successivamente impediscono l'acquisizione di ulteriori informazioni. Una corte ed i suoi artisti potevano decidere di celebrare un qualsiasi avvenimento inserendo certe metafore piuttosto che altre.
Il mazzo detto Visconti di Modrone, che chiameremo VdM, (per gli anglosassoni Cary Yale) sembra essere il più antico. Le carte che qui mostriamo sono pubblicate nel sito della Beinecke Library di Yale <http://www.library.yale.edu/beinecke/ - external-link-new-window>> e sono cliccabili per ingrandirle.
Restano sessantasette carte, di mm.190x90, di cui undici Trionfi e diciassette figure. I semi erano di dieci cartine e sei figure di corte. Le sei figure, oltre alle quattro tradizionali, comprendevano una Cavallerizza (quella di coppe è riportata più sotto a sinistra) e una Fantina. Gli undici trionfi pervenutici sono: Mondo, Angelo, Morte, Carro, Carità, Speranza, Fede (qui a sinistra), Fortezza, Amore Imperatore, Imperatrice. Le tre virtù teologali (Fede Speranza Carità), non sono presenti nei mazzi successivi. E’ evidente che questo mazzo trionfale non era affatto organizzato nella struttura divenuta poi canonica, nè nelle figure delle carte numerali, nè nei trionfi.
Le denari sono rappresentate da fiorini di Filippo Maria (vedi particolare a destra), coniati fino al 1447, data entro la quale il mazzo è stato quasi sicuramente miniato.
I segni araldici sono Visconti nelle Coppe e nelle Denari, Sforza nelle Bastoni e nelle Spade. L'alliance tra i Visconti e gli Sforza sembra dunque già avvenuta, con il matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza nell’ottobre del 1441.
Il mazzo VdM è quindi databile con buona certezza tra il 1441 ed il 1447, anno della morte di Filippo Maria.
Dummett constata che vi è una sola virtù cardinale, la Fortezza. Ipotizza che nel VdM vi dovessero essere tutte e quattro le virtù, anche la Giustizia e la Temperanza, poi entrate nel mazzo standard, e la Prudenza, misteriosamente assente dal mazzo dei tarocchi. I fautori della teoria dei quattordici trionfi originari, di cui parleremo più avanti, sospettano che il VdM avesse proprio quattordici trionfi: gli undici pervenutici e le tre virtù cardinali mancanti. I trionfi VdM originariamente potevano essere quattordici, o sedici quante le carte dei semi ordinari, o più.
Il VdM è tradizionalmente attribuito a Bonifacio Bembo, pittore nato nel 1420 e deceduto intorno al 1480. La prima opera documentata del Bembo è del 1442. Recenti analisi iconografiche avrebbero posto la candidatura di Francesco Zavattari, attivo tra il 1417 ed il 1453. La tendenza più recente è quindi verso la paternità dello Zavattari.
Tutti i trionfi e le figure hanno uno sfondo in oro, mentre le cartine hanno sfondo argentato. Un accenno al nome di “Marziano” sembra fosse rimasto sulla Fede, ma la carta è oggi illeggibile.
Nel seme di bastoni, le carte numerali hanno frecce invece di clave, mentre le figure portano mazze levigate. Le spade sono lunghe e diritte. Nelle cartine, spade e bastoni si intersecano.
Il trionfo d’Amore è riportato qui a sinistra, cliccabile per ingrandimento, dal sito della Beinecke Library dell'Università di Yale. Una coppia si dà convegno sotto il biscione dei Visconti e la croce bianca in campo rosso dei Savoia. Questo ha fatto ritenere che il mazzo fosse stato commissionato in occasione del matrimonio tra Filippo Maria e Maria Allobroga di Savoia nel 1428. Teoria dismessa dalla presenza pervasiva di emblemi di Francesco Sforza, che nulla avevano a che vedere con quel matrimonio del 1428, anno in cui il condottiero era in disgrazia.
Dummett e altri ipotizzano che il mazzo sia stato miniato in occasione del matrimonio del 1441 di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. Ma se è così, che cosa significa lo stemma dei Savoia riportato soltanto nel Trionfo d’Amore? Dummett, Ugo Rozzo ed altri cercano di superare l’ostacolo osservando che i gonfaloni di Pavia e di altre città del ducato di Milano avevano la croce bianca in campo rosso.
Il gonfalone d’una città del ducato non ha senso nella carta d’Amore accanto allo stemma del duca. Abbiamo la sensazione che la carta d’Amore non rappresenti niente altro di quello che rappresenta, cioè la coppia regnante, Filippo Maria e Maria Allobroga. Il mazzo, diviso a metà tra Visconti e Sforza, poteva essere un regalo di Francesco ai suoceri o di Filippo Maria al genero Francesco per una qualsiasi ricorrenza.
La carta dell’Imperatore, riportata allargabile a sinistra, ritrae Sigismondo del Lussemburgo (1433-37). Ai suoi piedi un uomo col motto visconteo a bon droyt gli offre una corona ducale, in allusione alla nomina imperiale di Filippo Maria a duca di Milano. E' questa un'altra prova che il mazzo era stato concepito per Filippo Maria.
Il miniatore indiziato da Ugo Rozzo e da Giuliana Algeri è Francesco Zavattari, che portò a termine affreschi di stile simile a Monza dal 1440 al 1444, anni coincidenti con quelli della probabile creazione del mazzo. La tradizionale attribuzione dell'opera a Bonifacio Bembo, che iniziò a lavorare nel 1442, è meno probabile: sembra difficile che gli fosse affidato un lavoro di questa importanza quando era un giovane alle prime armi.
Nel 1947 il mazzo è stato ceduto dai Visconti di Modrone alla famiglia Cary, che l’ha ceduta alla Beinecke Library della Yale University di New Haven (USA), dove si trova.
Il mazzo Brambilla, che abbrevieremo in BR, è conservato nella Galleria di Brera a Milano. A destra, il Fante di bastoni.
Ne rimangono quarantotto carte, di mm. 180x90, di cui due trionfi, l’Imperatore e la Ruota della Fortuna. La Ruota è assente dal mazzo VdM pervenutoci. Come nel mazzo VdM, i trionfi e le figure hanno lo sfondo d'oro mentre le carte non figurate del mazzo hanno lo sfondo argentato.
Le Bastoni delle figure sono frecce. Le Spade sono ricurve all’italiana (vedi il Due di Spade a destra). Le cartine di questi due semi si intersecano. Le Denari sono fiorini di Filippo Maria e compaiono allusioni araldiche riconducibili ai Visconti e non agli Sforza. Quindi anche questo mazzo pare essere stato miniato entro il 1447.
Gli studiosi d’arte tendono a datarne la fattura a qualche anno dopo il mazzo VdM. Non è escluso che sia precedente al VdM.
La mano dell’artista potrebbe essere stato quella di Francesco Zavattari o del più giovane Bonifacio Bembo.
I documenti ferraresi del 1441-42
Ferrara non ha subito incendi e devastazioni. La documentazione estense ci è pervenuta pressochè integralmente. Il corpus documentale estense, pubblicato da Adriano Franceschini nel 1993, offre molti spunti.
1442, 10 febbraio, Ferrara. Nel Libro da Guardaroba della corte estense compare il famoso primo documento sui trionfi, riportato a sinistra: Maistro Iacomo depentore dito Sagramoro de avere adi 10 fiebraro per sue merzede de avere cho(lo)rido e depento.... 4 para de chartexele da trionffi, ... le quale ave lo nostro Signore per suo uxo...
ll signore, Leonello d’Este, si era insediato meno di due mesi prima. Il prezzo di cinque lire a mazzo era elevatissimo, ad indicare che i quattro sontuosi mazzi celebravano l’ascesa al trono del nuovo marchese di Ferrara.
Gli estensi da tempo giocavano a carte. Ortalli scrive che la corte estense si era attrezzata con un torchiolo nel 1438 per stamparsele in casa. Gli archivi estensi riportano vari acquisti e produzioni di mazzi di carte, ma i trionfi vi compaiono per la prima volta dal nulla nel 1442.
L’unico indizio ferrarese precedente al febbraio del 1442 è il documento pubblicato da Adriano Franceschini in Artisti a Ferrara in eta humanistica e rinascimentale, Testimonianze archivistiche, vol. I, Dal 1341 al 1471, 1993, Corbo, Ferrara-Roma 1993 ed individuato nel 2003 da Ross S. Caldwell. Nel libro estense delle Provvigioni, alla data del Primo gennaio del 1441: ...a Magistro Iacopo de Sagramoro depintore per XIIII figure depinte in carta de bambaxo et mandate a Madama Bianca da Milano per fare festa la scira de la Circumcisione de l'anno presente...
La quindicenne Bianca Maria Visconti, figlia di Filippo Maria, ritratta a sinistra, era ospite a Ferrara da alcuni mesi, esattamente dal settembre del 1440. Bianca trascorse Capodanno a Ferrara giocando con le signorinelle estensi. Ercole d’Este aveva undici anni e Sigismondo dieci, facilmente i due ragazzini avevano giocato con le loro sorelle e con Bianca durante l’inverno 1440-1441. Sigismondo diventerà un giocatore di carte accanito e perdente. Ercole sarà un giocatore abituale.
Ma perchè i d'Este donarono a Bianca quattordici figure e non un intero mazzo? Le possibili risposte sono molteplici. Lothar Teikemeier sostiene che fossero carte da aggiungere al mazzo tradizionale, un nuovo seme di quattordici pezzi come gli altri quattro semi ordinari, un seme speciale, un seme da trionfi. Vi trova quindi una conferma all’ipotesi di un mazzo originario milanese a quattordici trionfi. Ipotesi intrigante, ma che presta il fianco a qualche perplessità.
Il 28 luglio 1442, la corte di Ferrara paga Marchionne Burdochi, merciaio bolognese, per la fornitura di uno paro de carte da trionfi; ave Iacomo guerzo famelio per uxo de Messer Erchules e Sigismondo frateli de lo Signore. Il documento, pubblicato nella sua esattezza da Adriano Franceschini, si riferisce ad un mazzo relativamente a buon mercato da cinque soldi soltanto, conservato dal servitore guercio di nome Giacomo, a disposizione dei due ragazzi. Era sicuramente un mazzo da gioco. A sinistra, Leonello d'Este, marchese di Ferrara dal 1441 al 1450, ritratto da Pisanello.
Burdochi in quell’anno compare più volte nel libro delle provvigioni in relazione a Giacomo Sagramoro, che sarà il miniatore favorito di carte di corte fino al 1456.
Il documento Burdochi ci dà importanti informazioni e spunti. Il primo è che nel 1442 si giocava a trionfi. Il secondo è che il mazzo era prodotto fuori dalle corti. A quella data, secondo Gherardo Ortalli,(Giovanni Cagnolo e don Messore: un laboratorio per fabbricare dei tarocchi alla corte di Borso d’Este, Ludica II, p. 163;) il gioco era consolidato e largamente diffuso. Dummett ipotizza, seguendo un percorso diverso da quello del documento Burdochi, l'arrivo dei trionfi nella ricca e popolosa Bologna nel 1435.
L'ipotesi riduttiva vede Burdochi far produrre dei trionfi per la prima volta nel 1442 su commissione estense. Anche se questo fosse il caso, non c’è mercante al mondo che non riproduca ed offra un articolo di moda negli ambienti più prestigiosi.
Il terzo spunto è che Burdochi era della vicinissima Bologna, una popolosa ed intraprendente città-stato, la cui frequentatissima università aveva sviluppato un fiorente reticolo di locande e taverne. Vi era una ricca nobiltà, anch'essa clientela ideale per Burdochi ed i fabbricanti di carte, una nobiltà che successivamente sosterrà di avere addirittura inventato i tarocchi. L'intenso ambiente ludico bolognese è descritto più sotto.
Tutte queste considerazioni fanno sospettare che i trionfi fossero già in uso a Bologna almeno dal 1442. A destra, il Traditore (Appeso) bolognese del XV secolo,
Nell'ipotesi più probabile che Burdochi,come sospetta anche Ortalli, avesse fornito un articolo già prodotto e commercializzato, la popolarizzazione del gioco dei tarocchi sarebbe retrodatata di qualche anno, diciamo al 1435 circa come ipotizza per altre vie anche Dummett, e Bologna si candiderebbe a città dove il mazzo di trionfi si è sviluppato e stabilizzato in quello che oggi chiamiamo mazzo di tarocchi.
Bologna e i trionfi
La più antica università europea venne fondata a Bologna nel 1088. Nei secoli seguenti la città-stato felsinea era abitata da centinaia di eruditi e di rampolli del notabilato italiano, germanico, ispanico ed inglese. La necessità di fornire agli studenti codices e testi aveva stimolato fin dal XIII secolo una fiorente industria grafica, che aveva iniziato presto a sperimentare tecniche meccaniche. La prima cartiera è documentata nel 1289.
Bologna fu dal XII al XV secolo una delle città più popolose ed a ricchezza più diffusa d'Europa. Nel 1256 la città, col celeberrimo Liber Paradisus, affrancò tutti i servi del suo territorio, promuovendoli da schiavi agricoli a proletari urbani, a riprova di una forte espansione economica e demografica. L'ambiente universitario, la ricca nobiltà e la borghesia mercantile dovevano certamente essere portati ai giochi.
Nel 1405 il cardinal Cossa sottopose a dazio le carte da zugare e i naibi, segno che le carte erano già un prodotto significativo del commercio a soli trent'anni dal loro arrivo. A sinistra, il Sole bolognese del XV secolo.
Il formidabile predicatore itinerante francescano San Bernardino da Siena (1380-1444) percorreva l'Italia, fustigando i costumi locali. A Bologna, con una predica famosa del 1423, attaccò i giochi, evidentemente peccato tipico di quella città. I bolognesi portarono in piazza e bruciarono dadi, backgammon e carte da da gioco.

- San Bernardino
Le biografie di san Bernardino, a cominciare dalla prima del 1445, riportano che un produttore di carte si lamentò col santo di avere perduto il pane. La presenza dell'artigiano conferma che a Bologna le carte erano prodotte e praticate. A riprova, un documento del 1427 riporta che Giovanni da Colonia, che in città produceva cartesellas depictas ad ludendum, ruppe una brocca d’acqua in testa al fornitore Zohane da Bologna, fabbricante di carta. La presenza di un produttore di carte tedesco nella città felsinea apre suggestioni di tecnologie bolognesi aggiornate sugli standard della innovativa e fiorente industria della stampa tedesca. A destra, San Bernardino.
Il primo documento di trionfi a Bologna è del 22 luglio 1442, quando il mercante bolognese Marchionne Burdochi fornì un mazzo di trionfi da gioco alla corte della vicina Ferrara.
Nel 1459 tal Bindo da Prato denunciò a Bologna un furto. La perquisizione in casa del ladro, un barbiere di nome Floriano, recuperò furtiva tra cui unum per cartarum a Triumphis, un mazzo di trionfi. Il furto conferma che i trionfi a quella data erano nelle taverne.
Il mazzo venne restituito al proprietario, il maestro Giovanni d’Alemagna, un altro tedesco, curiosamente omonimo di quello ricordato per la rissa del 1427. Il titolo di maestro era proprio degli artigiani. Ortalli sospetta che Giovanni fosse, come il suo omonimo connazionale, un produttore di carte da gioco. La congettura va verso l'indizio di un collegamento stabile tra Bologna e l'industria grafica germanica.
Nel 1477 a Bologna il riminese Roberto Blanchelli stipulò un contratto con il maestro Pietro Bonozzi, mazziere degli Anziani del Consiglio di quella città. L’oggetto del contratto era la produzione in diciotto mesi di duecentocinquanta mazzi di carte e trionfi, più un'opzione per altri centoventicinque, con patto di esclusiva e clausola, diremmo oggi, di copyright. E' questo il primo documento noto di produzione seriale di carte da gioco al mondo. Tra l'altro documenta che, a quella data, a Bologna i tarocchi erano un business massiccio.
Della produzione bolognese quattrocentesca di trionfi, restano due fogli silografati, non tagliati e non colorati, con sei trionfi ciascuno. Uno si trova all’Ecole des Beaux Arts di Parigi. Qui accanto riportiamo la Ruota, l’Angelo ed il Vecchio. Nel foglio vi sono anche il Sole, il Mondo, il Traditore. Il secondo foglio si trova nella collezione Rothschild del Louvre e contiene la Torre, la Stella, la Luna, il Diavolo, il Carro e la Morte.
Le icone quattrocentesche sono molto simili a quelle tuttora in uso a Bologna. L’Angelo, il Traditore ed il Vecchio, per Giudizio, Appeso e Eremita, sono denominazioni che troviamo anche a Ferrara. Gli stilemi sono simili ai ferraresi in quattro icone (Vecchio, Fuoco o Torre, Traditore). La maggior parte dei trionfi bolognesi sono di disegno originale, a conferma che Bologna sviluppò una tradizione locale.
Il gioco dei tarocchi a Bologna è ancora vivo. Appassionati bolognesi del gioco, capeggiati da Giulio Predieri, hanno fondato nel 1998 l'Accademia del Tarocchino Bolognese, visitabile al sito www.tarocchinobolognese.it. Le icone del mazzo odierno sono sostanzialmente le stesse di quelle quattrocentesche. Le classi dirigenti sono portate alle novità ed alle mode. Le tradizioni popolari sono molto più fedeli e conservatrici. La longevità del mazzo e del gioco felsinei sono un indicatore certo della loro diffusione e popolarità.
I bolognesi conti Fibbia fecero dipingere il ritratto, riportato a sinistra, d’un gentiluomo con carte di tarocchi. La sottostante legenda ci informa che si tratta del principe Francesco Antelminelli Castracani, figlio di Giovanni e nipote del grande Castruccio Castracani. Profugo a Bologna, fu il capostipite della famiglia chiamata delle Fibbie. Sposò Francesca, figlia del signore di Bologna Giovanni Bentivoglio. La seconda parte della legenda recita: Inventore del gioco del tarocchino di Bologna. Dalli XVI Riformatori della città ebbe per privilegio di porre l’arma Fibbia nella regina di bastoni e quella della d lui moglie nella regina di denari. Nato l’anno 1360 e morto l’anno 1419.
Questo ritratto di gentiluomo, detto principe Fibbia, da decenni fa discutere. Nella mano destra il principe serra un Moretto, carta entrata nel mazzo nel 1725. Il che fa datare il dipinto al Settecento inoltrato.
Ad oggi non sembra siano state trovate tracce documentali del principe e della sua esistenza, nè tra i Castracane nè tra i Bentivoglio. Le notizie che abbiamo del principe sono successive, dal secolo XVI in poi, e sono di fonte familiare dei Fibbia. Del matrimonio con la figlia del signore di Bologna le cronache d'epoca non fanno curiosamente cenno. Alla mancanza di riscontri sul gentiluomo si aggiungono perplessità sul contenuto della seconda legenda: come si poteva inventare prima del ’19 una variante d’un gioco le cui prime notizie sono degli anni ’40? ll ritratto è di tre secoli dopo, quando i Fibbia, famiglia borghese documentata in città fin dal XIII secolo, era diventata potente ed assurta a nobiltà ed a un seggio senatorio. Sembra verosimile che i conti Fibbia si fossero dati un antenato prestigioso per legittimarsi con la più antica nobiltà bolognese, anche se ammettevano di averne perduto la relativa documentazione in un incendio.
Andrea Vitali, presidente dell'associazione Le Tarot, è sulle tracce del principe Fibbia. Nel 2006 ha pubblicato Il Tarocco bolognese, del quale riportiamo nella sezione Documenti e Testi un ampio stralcio delle sue scoperte recenti alla voce Il principe Fibbia.
Qui a destra, il particolare della carta del Moretto serrato dalla destra del gentiluomo del ritratto
Dal 1442 al 1451
1443-1448: i registri ferraresi riportano sei ordinativi e pagamenti di carte a buon mercato, quindi da gioco, da Imperatori, ma non da trionfi. Se ne deduce che i trionfi ed il loro gioco in quegli anni non vennero frequentati.
Nel 1445, Filippo Maria Visconti divenne quasi cieco. Ercole e Sigismondo vennero allontanati da Ferrara per motivi dinastici, e mandati alla corte di Napoli, dove restarono fino al 1458. A sinistra, il Giudizio (VdM)
1450, 16 marzo. Dopo otto anni di silenzio sui trionfi, Ferrara ci dà finalmente un documento: Sagramoro... de depinzere a tute sue spexe para trea de charte da trionfi. Il prezzo elevato indica che si trattava di tre mazzi finemente miniati. Nove giorni dopo, il 25 marzo, Leonello visita Milano, in occasione della proclamazione a duca di Francesco Sforza. Questi tre mazzi ferraresi di trionfi del 1450 erano probabilmente celebrativi della ascesa al trono ducale di Francesco Sforza.
1450. Una provvigione fiorentina ammette i giochi di carte della Diritta, del Vinciperdi, del Trenta e del Trionfo. Il documento, trovato da Franco Pratesi, conferma che a quella data il gioco era diffuso anche a sud della valle del Po.

- Francesco Sforza
1450. 11 dicembre. Kaplan riporta una lettera di Francesco Sforza, ritratto dal Bembo a destra, a Antonio Trecho texaurario, Voliamo, subito recevuta questa, per uno cavallaro ad posta, ne debbi mandare doe para de carte de triumphi, della piu belle poray trovare; et non trovando dicti triomphi, voglie mandare doe altra para de carte da giocare, pur delle piu belle poray havere. Il condottiero giocava a trionfi nel 1450.
Con che mazzo giocava Francesco? probabilmente con quello della corte del suocero Filippo Maria. I mazzi da gioco milanesi erano diversi da quelli celebrativi? pare improbabile, in quanto molti trionfi viscontei del mazzo VdM sono entrati nella mazzo successivo, ma, mancando i documenti, è difficile congetturare oltre.
I fiorentini con che mazzo giocavano? Michael Dummet nota che l’ordine dei trionfi fiorentini e del resto dell’Italia centrale e meridionale sono di derivazione bolognese. Anche l’iconografia fiorentina richiama spesso particolari dell’iconografia felsinea. Ne deriverebbe che i fiorentini giocavano con un mazzo bolognese od un suo derivato locale.
1451, 23 agosto. Ferrara. Maistro Iachomo de Sagramoro depintore de avere ...depinto a tute sue spexe uno paro de charte da trionfi ... per uxo delo Illustro nostro Signore. L’alto prezzo fa sospettare che si trattasse d’un mazzo celebrativo del nuovo signore, Borso d’Este, ritratto sotto a sinistra.
Milano e Firenze confermano che nel 1450 i trionfi erano commercializzati ed ampiamente diffusi.
La corte di Borso d'Este
Dal 1453 alla corte di Borso d’Este, ritratto a sinistra, marchese e duca di Ferrara dal 1450 al 1471, avvenne un cambiamento improvviso e rilevante delle abitudini ludiche. Ortalli riporta che, l’1 febbraio 1454 , presso la corte estense venne istituito un centro di produzione di carte da gioco e di trionfi con due miniatori a tempo pieno, guidato da don Domenico detto Messore, un ecclesiastico. In dieci anni (1453-1463), Ferrara ci dà diciotto documenti, che certificano che il gioco dei trionfi era diventato frequentatissimo a corte.
Abbiamo visto che nel 1450 i trionfi bolognesi erano arrivati a Firenze. Con che mazzo nel 1453 gli estensi ripresero a giocare a trionfi? con quello milanese o con quello bolognese ?
La presenza di don Messore e dei suoi due miniatori indica che la creatività degli eruditi cortigiani ferraresi, tra cui il Boiardo, aveva lo strumento ideale per esprimersi in eventuali nuove varianti di mazzo. E’ stato dunque don Messore lo stabilizzatore del mazzo trionfi-tarocchi di settantotto carte?
L’improvviso interesse estense per i trionfi ci fa sospettare che, più che recuperare un gioco obsoleto, la brillante corte ferrarese si fosse entusiasmata per una novità, al punto da creare un centro di produzione proprio. Una novità che poteva essere stata ideata da qualche loro intellettuale creativo, o che poteva essere arrivata da qualche altra parte.
Il 21 luglio del 1457 a Ferrara, Maestro Girardo de Andrea da Vizenza dipintore de avere adi 21 de luglio ... de avere depinto para due de carte grande da trionfi, che sono carte 70 per zogo. Il prezzo era elevato. Il documento è stato pubblicato da Adriano Franceschini, assieme a molti altri sulla produzione ferrarese di trionfi e carte da gioco.
Il 25 luglio Galeazzo Maria Sforza arrivò in visita a Ferrara. I due sontuosi mazzi di settanta carte erano quindi mazzi trionfali, che celebravano il figlio del duca di Milano e della vecchia amica Bianca Maria Visconti.
I due mazzi celebrativi di settanta pezzi del 1457 fanno pensare che a Ferrara non conoscessero ancora il mazzo di settantotto carte, cioè coi ventidue trionfi classici. Settanta sono quattordici carte per cinque semi: il dato rafforza notevolmente l’ipotesi dei quattordici trionfi originari. L'indicazione di un mazzo ferrarese, seppur celebrativo e non da gioco, di settanta carte complica l’ipotesi d’un mazzo ed un gioco innovativo arrivato a Ferrara nel 1453 da qualche altra parte. La nostra impressione è che gli estensi avessero prodotto un mazzo di struttura milanese in onore dell’ospite, con trionfi scelti per l’occasione. La produzione specifica sembra confermata dal fatto che il loro contabile ha sentito curiosamente il bisogno di specificare, per la prima ed unica volta, il numero delle carte del mazzo, quasi fosse un’eccezione.
La puntuale ricerca di Franceschini documenta una notevole crescita dell’interesse estense ai tarocchi fino al 1460.
A destra, il Vecchio (o Eremita, o Tempo) ed il Carro del mazzo attribuito da Dummett a Borso d'Este.
Dal 1460 i documenti di trionfi miniati diminuiscono sensibilmente, per scomparire del tutto dai registri contabili ferraresi dopo il 1463. Ortalli si spiega l'improvviso crollo di produzione cortese rilevando che la corte era passata dalla qualità alla funzionalità. I costosi e deperibili mazzi dipinti a mano dovevano prima o poi venire rimpiazzati dai mazzi stampati e commercializzati.
La spiegazione di Ortalli è confermata dal quadro storico generale. La calcografia era stata inventata in Germania, pare intorno al 1430. Vasari la credette inventata a Firenze nel 1450, a riprova che in quell'anno era arrivata in Italia. La calcografia permetteva meccanizzazioni più estese della silografia, tecnica di stampa diffusa in quegli anni. Sembra probabile che dal 1463 alla corte di Ferrara, per i giochi quotidiani, ogni membro della famiglia e della corte si comperasse il mazzo di trionfi coi suoi soldi, senza scomodare il tesoriere ducale ed il pittore di corte.
La vittoria dei trionfi stampati alla corte di Ferrara dal 1463 è una ennesima indicazione della diffusione e della popolarità dei trionfi-tarocchi a quella data.
Mazzi ferraresi
Frammenti di molti magnifici mazzi databili al periodo di Borso e di Ercole sono sparsi per l’Europa. La corte estense era uno degli ambienti più brillanti del Rinascimento europeo. Era frequentata da intellettuali del calibro di Matteo Maria Boiardo (1441-1494), autore tra l’altro di versi sui trionfi, e Ludovico Ariosto (1474-1533). L’ambiente era colto, di gioco e di invenzione. Una situazione ideale dove inventare giochi, commissionarli a don Messore e subito sperimentarli. Il contributo di Ferrara alla creazione dei tarocchi sembra importante.
Di tanto splendore ludico non restano mazzi abbastanza completi, ma piccoli gruppi di carte, sparse per l’Europa ed il mondo.
A destra, il Carro cosidetto d'Issy, carta singola.
Il mazzo di trionfi ferraresi si è diffuso probabilmente nei tarocchi veneziani. Tramite Venezia, il mazzo si propagò per qualche tempo per il Mediterraneo e l’Europa. Si spense presto la luce di Ferrara, abbandonata dalla casa d’Este nel 1599 per diventare una città tra le altre del regno della Chiesa. Poco dopo si spense anche la tradizione veneta del gioco dei Tarocchi.
Mazzo di Borso d’Este o di Castello Ursino (per noi, BdE).
Restano quindici carte di mm. 180x90. Restano l’Eremita e il Carro, il Mondo, ed un quarto trionfo di identificazione incerta, riportata qui a destra. Si tratta di una giovane nuda sopra un cervo con una collana di corallo, che forse raffigura la Temperanza, riprodotta qui a destra e tratta dal sito dell'Associazione Le tarot. Questa figura iconograficamente inconsueta potrebbe suggerire che il mazzo non fosse ancora stabilizzato. Il Mondo è affine a quello dei trionfi bolognesi. Abbiamo anche il Due, il Sette e l’Otto di denari, Fante Asso e Dieci di coppe, il Sei ed il Nove di bastoni, Re, Sette e Otto di spade. Le spade sono curve ed intersecante.
L’impresa araldica estense sullo scudo del Re di Spade ci indica che il mazzo era stato fatto per un loro principe. L'impresa estense venne utilizzata in più occasioni dai signori di Ferrara, ma era stata concessa da Niccolò III d'Este anche ad Alessandro Sforza, amico degli Este e signore di Pesaro dal 1445. Il mazzo sembra tra i più antichi e collocabile nel periodo di grande produzione della corte di Borso, tra il 1454 ed il 1463.
Dummett preferisce attribuirlo a Borso d'Este.
Mazzo d’Ercole d’Este (per gli anglosassoni, Yale, per noi EdE).
Sedici carte di mm. 140x78, notevolmente più piccole dei mazzi milanesi. Si trovano nella Cary Collection a Yale, e sono visibili al link http://beinecke.library.yale.edu.
Vi troviamo Matto, Begatto, Papa, Temperanza, Stella, Luna, Sole, Mondo, Re Regina Cavallo di Spade (a sinistra), Regina Cavallo e Fante di Bastoni, Regina di Coppe e Re di Denari.
Le figure Bastoni e la Regina di Spade riportano lo stemma estense. Lo stemma sugli scudi del Re e del Cavallo di Spade è aragonese. Sembra ovvio riferire queste carte ad Ercole d’Este, che sposò Eleonora d’Aragona nel 1473.
Mazzo di Carlo VI (per noi CVI).
E' il più famoso e da molti considerato il più bello. Consiste di diciassette carte: Matto, Imperatore, Papa, Amore, Temperanza, Fortezza, Giustizia, Carro, Eremita, Impiccato, Morte, Torre, Luna, Sole, Mondo, Angelo. Le carte vennero limate, sembra che le dimensioni originali fossero di mm. 185x95. Si trova alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
Ereditato da Luigi XIV di Francia, il mazzo venne nel XIX secolo attribuito al pittore francese Gringonneur che le avrebbe dipinte nel 1392 per Carlo VI. Oggi sono tutti d’accordo nel ritenerlo ferrarese e di datazione incerta, per cui si continua a chiamarlo di Carlo VI. Il trionfo d'Amore (a sinistra) con un giovane che bacia una ragazza tra la folla, ricorda l’affresco del mese d’aprile del palazzo Schifanoia, eseguito intorno al 1470.
La tendenza dominante degli studiosi è di collocarlo dopo quella data. L'unico trionfo della Torre miniato a mano e giunto a noi è di questo mazzo. Può essere visto nel paragrafo sottostante "I trionfi tagliano". Assieme al Mondo, la Torre presenta affinità con il disegno dei trionfi bolognesi. Una grafia quattrocentesca ha successivamente apposto numeri progressivi sui trionfi, in un ordine che assomiglia a quello bolognese.
Collezione Rothschid al Louvre. Consiste di due gruppi di carte. Sette figure, della misura di mm. 187-189x 88-89 circa, conservate al Louvre. Sono le quattro figure di Bastoni, il Re e Fante di Denari e la Regina di Spade. A queste sette carte viene aggiunto il Cavallo di Spade che si trova al museo Civico di Bassano del Grappa.
A destra, il Fante di Bastoni.
Nel secondo gruppo abbiamo le seguenti ventitre carte numerali: dal Due al Sette ed il Dieci di Coppe, dal Tre al Dieci di Bastoni, il Due e dal Cinque al Nove di Coppe, il Sei di Denari. Misurano mm.170-175x91-93. Le diverse dimensioni e bordature escludono che i due gruppi appartengano allo stesso mazzo. Dummett aggiunge a questo secondo gruppo quattro carte (Asso di Spade, Due di Bastoni, Quattro di Coppe e Quattro di Denari conservate al Museo Correr di Venezia. Mancando i trionfi, è possibile che queste care provengano da un mazzo normale.
Il mazzo Visconti Sforza
Il mazzo VS, per gli anglosassoni, Pierpont Morgan Carrara Colleoni. E’ il più completo dei quattrocenteschi dipinti miniati a mano. Consiste di settantaquattro carte, di mm. 175x87, divise tra La Pierpont Morgan Library di New York, L’Accademia di Carrara di Bergamo e la famiglia Colleoni di Bergamo.
Restano venti Trionfi, mancando solo il Diavolo e la Torre, e cinquantaquattro carte di seme, da cui mancano solo il Tre di Spade ed il Cavallo di Denari. Quindi il mazzo era certamente di almeno settantasei carte (14x4+20 trionfi). Si sospetta che probabilmente fosse completo con settantotto carte (14x4+22 trionfi).
Trionfi e figure hanno lo sfondo in oro, le cartine hanno lo sfondo crema. Le Spade sono diritte ed intersecate come le Bastoni. A sinistra, l'Eremita.
Sei Trionfi (il Mondo, il Sole, la Luna, la Stella, la Fortezza, la Temperanza) sono di mano ferrarese. Si ipotizza che il secondo artista sia intervenuto una ventina d’anni dopo ad integrare il mazzo da carte mancanti. Si discute se le carte fossero venute meno accidentalmente o se il mazzo fosse stato integrato secondo una nuova struttura.
Le Denari non sono più fiorini di Filippo Maria. I segni araldici sono solo sforzeschi. Il mazzo è stato miniato per Francesco Sforza, duca di Milano dal 1450 al 1466. L’ipotesi minoritaria, che lo attribuiva al figlio Galeazzo Maria (1466-76), sembra compromessa dal quadro generale dell’evoluzione dei trionfi-tarocchi della metà del XV secolo. Kaplan individua nelle carte, insieme agli emblemi di Francesco Sforza, anche la corona ducale, quindi ipotizza che sia stato miniato dopo il 1450, anno in cui il condottiero si era proclamato duca. (A destra, il Sole VS).
Giuliana Algeri attribuisce anche questo mazzo alla mano di Francesco Zavattari, che muore nel 1453. Altri preferiscono attribuirlo a Bonifacio Bembo, che era un pittore favorito della corte di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti.
Le icone e la struttura del mazzo VS diventeranno lo standard di riferimento dei successivi mazzi milanesi, miniati o stampati. Sono le matrici dirette del mazzo di Marsiglia, che diventerà il mazzo classico dei tarocchi nel mondo.
La struttura è quella definitiva del mazzo di tarocchi classico. Abbiamo visto come nel 1457 i ferraresi celebrassero Galeazzo Maria Sforza con due splendidi mazzi trionfali di sole settanta carte. Se a Milano nel 1457 giocavano con un mazzo di sole settanta carte, il mazzo VS sarebbe stato miniato tra il 1457 ed il 1466. In questo mazzo vi sono sei trionfi miniati successivamente da mano ferrarese, la cui tradizionale datazione al 1470-1475 è approssimata. A destra, la Luna ferrarese del VS. Dummett ritiene che l’artista emiliano era stato chiamato a sostituire carte mancanti. Altri sospettano che fosse intervenuta un'integrazione di nuovi trionfi da Ferrara. Il sospetto si fonda sul fatto che Sole, Luna e Stella non sono presenti nei mazzi viscontei. L’accorpamento delle icone ferraresi alla successiva tradizione iconografica milanese sembra indicare che gli Sforza si fossero adeguati in un qualche modo al modello di mazzo arrivato da Ferrara.
Le Minchiate
1459, a Bologna viene registrato il furto di unum per cartarum a triumphi, un mazzo di trionfi. E’ questa un’altra conferma della diffusione popolare del mazzo.
1466, 23 agosto, Firenze. Luigi Pulci scrive al diciassettenne Lorenzo il Magnifico: Pure, se havessi cavallo, ho sì gran voglia di rivederti ch'io verrei costì per isvisarti alle minchiate, a passadieci, a sbaraglino, come tu sai ch'io ti concio.: verrei lì a disfarti alle minchiate, a dadi, a backgammon. Le Minchiate, almeno per come le abbiamo conosciute successivamente, sono un mazzo con quaranta trionfi più il Matto, di cui venti sono quelli del mazzo classico. La lettera, riportata da Franco Pratesi che l’ha trovata in un testo del 1868, è oggi introvabile.
1471, Cortono. Il 20 maggio una sentenza riportava un grave crimine del 1470: Bartolomeo di Giovanni di Vaglia de Mugello ... maximamente giuchava alle minchiate del mese giugno luglio et agoste e molte volte. Nel 1471 una variante di mazzo dei trionfi era già entrato nelle taverne e si era diffuso anche fuori del suo luogo d’origine. Si conferma che la normalizzazione del mazzo da gioco dei trionfi fosse molto precedente al 1470, data del Sermo de ludo.
Popolarità e normalizzazione
Gli indizi in nostro possesso fanno ritenere che il mazzo sia uscito molto presto dalle corti, forse prima del 1440. Siamo all’oscuro di come fosse il primo mazzo di trionfi e soprattutto dove e come si sia evoluto da quello visconteo a quello dei ventidue trionfi canonici, descritto nel Sermo de Ludo e riprodotto nel mazzo VS. Possiamo provare a congetturare il viaggio dei tarocchi dalla corte di Milano al De ludo delle taverne, rifacendoci all’esperienza dello sviluppo dei giochi di carte. A sinistra, foglio non tagliato cosiddetto Dick, di iconografia ferrarese, della fine del XV secolo.
Nel Cinquecento il gioco dei tarocchi divenne popolarissimo e si sparse per tutta l’Europa continentale. Le rime ed i sonetti lo accompagnarono per secoli, le sue metafore entrarono nel lessico popolare. Localmente si svilupparono varianti di mazzo, che mantennero tutte l'ordine di ventidue trionfi riconoscibile.
L’estro e l’invenzione di giochi e mazzi delle corti acculturate erano accettati nei circoli ristretti interni, non nelle taverne. Per i giocatori, il mazzo è lo strumento del gioco, deve essere familiare e non deve dare incertezze di lettura delle carte. Le stamperie tendono a riprodurre quante più volte possibile lo stesso mazzo, utilizzando le stesse incisioni. Il successo commerciale porta inevitabilmente alla ripetizione del mazzo e delle icone. La ripetizione crea una tradizione iconografica locale, cui le produzioni successive si adeguano con approvazione dei giocatori.
Delle tre tradizioni iconografiche, la milanese del mazzo VS, viva per tutto il XVI secolo, si è estinta con il declino della città. Il mazzo VS è il padre del mazzo di Marsiglia, che diventerà dalla fine del Settecento il mazzo classico e universale dei tarocchi. La tradizione ferrarese, forse trasmessa a Venezia e all'Europa centro-orientale, scompare dalsuo luogo di origine con la caduta di Ferrara nelle mani del papa nel 1598.
La tradizione bolognese del gioco dei tarocchi è ancora viva ed è ritenuta da Dummett la madre dei trionfi e delle minchiate fiorentine, oltre che dei mazzi locali di tarocchi sparsi nel Cinquecento per tutta la dorsale appenninica, fino in Sicilia. La forza della tradizione felsinea era certamente dovuta alla capacità produttiva e distributiva di quella città, documentata fin dalla seconda metà del Quattrocento. La sua iconografia primigenia ed il suo ordine tipico dei trionfi provano che il mazzo ed il gioco avevano ottenuto a Bologna un successo tanto anticipato da stabilizzarsi rapidamente e venire trasmessi altrove come consolidati.
I trionfi tagliano.
Il gioco dei tarocchi è stato il primo ad offrire la dinamica organizzata del taglio, procurata dal quinto seme dei trionfi. E' il taglio la chiave rivoluzionaria del suo successo e della sua longevità. La carta del Matto, numero zero che non prende e non è preso, è stata forse la madre delle matte e dei jollies e crea ancora oggi brillanti situazioni di gioco.
Tra il 1442 ed il 1463, da qualche parte qualcuno ha cercato il modo di render più incalzante l’eccitazione del taglio, motore del gioco. La via più ovvia sembra essere stata, in un primo momento, l’aumento del numero dei trionfi. A Firenze inventarono le minchiate, testimoniate nel 1466. Le notizie successive delle minchiate certificano un mazzo con quaranta trionfi.
La tendenza ad aumentare i trionfi potrebbe avere causato l’evoluzione del mazzo. Questa tendenza si fermerà ad una volta e mezzo il numero delle quattordici carte di seme: ventun briscole o trionfi, più il Matto. Nel XVI secolo l’accelerazione del taglio è stata meglio ottenuta, un po’ dappertutto in Italia, riducendo il mazzo di un numero variabile di cartine. In questo modo si otteneva comunque un aumento percentuale delle carte di briscola sulle carte ordinarie, senza dovere aumentare il numero dei trionfi, che avrebbe richiesto la creazione di nuovi mazzi.
Le minchiate che conosciamo hanno ben venti dei ventidue trionfi classici, restandone esclusi solo Papa e Papessa. Se le minchiate del Pulci erano già quelle che abbiamo conosciuto, avremmo un ulteriore indizio che il mazzo canonico era nato prima del 1466.
Francesco Sforza muore nel 1466. Il suo mazzo VS di settantaquattro carte superstiti, di cui venti trionfi, ci è giunto nella struttura definitiva del mazzo di tarocchi classico. Abbiamo visto come nel 1457 i ferraresi offrissero a Galeazzo Maria Sforza due splendidi mazzi celebrativi di sole settanta carte. Se quei mazzi erano anche da gioco, ne discenderebbe che il mazzo VS è stato miniato tra il 1457 ed il 1466. L'aggiunta successiva di icone di mano ferrarese è di datazione incerta, forse tra il 1470 ed il 1475. Potevano essere solo sostituzioni di carte mancanti, ma quelle icone ferraresi verranno ripetute nei mazzi milanesi successivi. Questo indica che gli Sforza si erano adeguati in un qualche modo al modello di mazzo arrivato da Ferrara.
Oltre all'accelerazione del taglio ottenuta con la riduzione del mazzo, nel gioco quattrocentesco emiliano arrivarono varianti di gioco successivamente documentate tra Bologna e Ferrara. Le accuse premiate in denaro, dette honori. La dinamica iniziale dell'invito, che consisteva in puntate fatte nel corso della distribuzione per costituire il piatto o montepremi della smazzata. Altri giochi, ricordati nel XV secolo, portarono nei giochi di tarocchi ferrarese e bolognese l'idea di premiare combinazioni di carte: la Ronfa o Sequenza, le Pariglie o Cricche. Forse una o più di queste varianti di gioco vennero inserite nella seconda metà del Quattrocento assieme alla riduzione del mazzo. Ne uscì un gioco vivacissimo, con scommesse e scale di punteggio articolate. I bolognesi da sempre rivendicano l'invenzione della loro variante detta tarocchino. I ferraresi avevano la creatività d'una corte sofisticata. Possiamo solo presumere che le varianti di gioco man mano ideate in una città, arrivassero all'altra in poche ore di viaggio a cavallo.
Raccogliendo le fila degli indizi sparsi, concordo con gli studiosi più insigni nel valutare l'arrivo dei trionfi da Milano a Bologna intorno al 1430. Nel 1440 Bologna produceva, con le sue cartiere e con le sue aggiornate stamperie, quel magico mazzo per la sua opulenta nobiltà industriale e terriera e per i suoi studenti nelle sue taverne. La forza riproduttiva e distributiva bolognese portò i trionfi a Firenze intorno al 1440. La corte di Milano trasmise nel 1442 i trionfi anche agli estensi, che non lo praticarono. Intorno al 1450 i fiorentini svilupparono le minchiate.
Nel 1453 gli estensi ricevettero un gioco e probabilmente un mazzo rinnovati da Bologna. Mi sembra verosimile che i bolognesi avessero aumentato il numero dei trionfi, raccogliendoli da vari mazzi milanesi ed unificandoli in un mazzo ed una iconografia propria. La corte estense diede un nuovo impulso al mazzo bolognese, creando a sua volta una propria iconografia. Probabilmente i ferraresi individuarono nuove dinamiche e varianti di gioco. L'evidente interazione tra la creatività cortese estense e la forza ludica e produttiva di Bologna mi sembra comunque avere perfezionato il mazzo e sicuramente arricchì il gioco.
Nel 1463 il mazzo definitivo dei trionfi-tarocchi era già costituito da tempo, le stamperie erano all'opera e lo producevano in serie per il consumo prevalentemente emiliano e toscano. L'Italia, Milano compresa, si adeguò al modello emiliano. Nel 1477 Bologna produceva massicciamente ed esportava il mazzo di tarocchi standard per tutta la Penisola, mentre i suoi studenti portavano Oltr'Alpe il suo brillante gioco di presa e taglio.
L'origine dei trionfi

- Bagatella

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Contributo di Girolamo Zorli.
Il gioco del taglio con le briscole è un'invenzione europea che si è sviluppata nei primissimi anni del Quattrocento. In Italia settentrionale, le briscole si materializzarono in carte superiori aggiunte ad un mazzo ordinario. Il Mazzo degli Dèi di Marziano da Tortona, del 1420 circa, aveva sedici carte superiori aggiuntive, che sembrano briscole. Il gioco degli Imperatori, caro a Niccolò III e Parisina d'Este, nel 1430 potrebbe avere avuto otto briscole aggiunte.
I tarocchi sono il perfezionamento dell’idea del taglio mediante carte aggiuntive. Era ottenuto con ventidue briscole, i trionfi. Probabilmente queste briscole non sono nate in ventidue e quelle ventidue. Ci si chiede perché ventidue, o meglio, ventuno più il Matto. Visto che i quattro semi ordinari sono composti di quattordici carte ciascuno, ci si chiede perché il quinto seme di briscola non dovesse essere anch'esso di quattordici trionfi. Forse è esistito anche un mazzo con quattordici trionfi. Potrebbe essere stato quello prodotto a Ferrara nel 1457 di settanta pezzi : settanta evoca un 14x5, quattordici carte per cinque semi. Tra mazzi celebrativi e da gioco, tra mazzi di questa e di quella corte, tra mazzi di salotto e di taverna di questa e quella città, tra mazzi di una variante di gioco e di un'altra, probabilmente esistettero o si sono sviluppate varie versioni dei trionfi. Tra i vari mazzi vinse quello con un numero di briscole pari a una volta e mezzo quattordici più il Matto, cioè un 14x4+21+1. Sembra che lo sviluppo dei trionfi abbia preso le mosse da mazzi con poche briscole, ma poi la bellezza della novità potrebbe avere stimolato la creazione di mazzi con sempre più briscole. Un numero alto di briscole permette più tagli. Difatti a Firenze si stabilì presto una versione dei tarocchi, le minchiate o germini, di cinquantasei pezzi ordinari, un 14x4, con ben quaranta briscole aggiuntive ! Praticamente, i fiorentini avevano unito due mazzi di due livelli differenti, un mazzo ordinario e uno straordinario. In Padania, la ricerca del magico taglio si è fermata a ventuno più uno. Ma come e quando il mazzo di tarocchi si è normalizzato nel 14x4+21+1 ?

- Trucio
Un'altra domanda intrigante è provocata dalla bizzarria delle icone dei trionfi. Gli studiosi si affaticano a cercare di individuare l'origine di quei Matti, Bagatti, Torri, Carri, Ruote della Fortuna, Papesse, Eremiti, eccetera. Ci si chiede perché quelle curiose ventidue icone senza riscontro. Nella prima metà del Quattrocento, si era nel periodo cosiddetto dell’Umanesimo, e gli intellettuali coltivavano e sfoggiavano cultura classica. Difatti sappiamo che Marziano da Tortona rappresentò le magiche briscole con divinità grecoromane, divinità presenti anche nei tarocchi di Mantenga e di Sola-Busca, o da eroi classici come nel mazzo Sola-Busca. Invece, scorrendo le ventidue icone del mazzo dei tarocchi, non si può non percepire che sono prodotti di una cultura e di una visione del mondo popolari. L’origine popolare della scala dei trionfi è spiegata bene dall’intellettuale Alberto Lollio, nella sua Invettiva contra il giuoco del Tarocco del 1550, dove ci parla scherzosamente (vv. 205-220) dell’ipotetico inventore dei tarocchi :
E i mostrò ben d'haver poca facenda,
Et esser certo un bel Cacapensieri
Colui, che fù inventor di simil baia:
Creder si dè,ch'ei fosse un dipintore
Ignobil, scioperato, et senza soldi,
Che per buscarsi il pan, si mise à fare
Cotali filostroccole da putti.
Che vuol dir altro il Bagatella, e'l Matto,
Se non ch'ei fusse un ciurmatore,e un barro?
Che significan altro la Papessa,
Il Carro, il Traditor, la Ruota, il Gobbo:
Là Fortezza, la Stella,il Sol,la Luna,
E la Morte, e l'Inferno: e tutto’l resto
Di questa bizarria girandolesca,
Senon che questi havea il capo sventato,
Pien di fumo, pancucchi, et fanfaluche?

- Camambert
La scala dei trionfi è descritta coma una filastrocca per bambini, una bizzarria girandolesca, e il suo inventore è immaginato come uno sventato pintore di muri morto di fame, un cialtrone con la testa piena di fumo, di pancucchi e fanfalucche. Dietro lo scherzo c'è un'osservazione che non deve sfuggire : i trionfi non hanno niente a che vedere con la moda intellettuale del tempo, con la gravità dei letterati e della cultura classica.
Nella nostra ricerca dello sventato ideatore e dei suoi pancucchi, non ci aiutano i resti dei mazzi viscontei (1441-1447 ca.) : sono infatti di grandi dimensioni, pesanti, finemente miniati, costosissimi. Non erano destinati al tavolo da gioco, ma alla celebrazione e alla conservazione. I mazzi celebrativi ideati da intellettuali e artisti potevano contenere qualsiasi motivo specifico d'occasione o di capriccio dell'autore. Però in quei due resti di mazzi troviamo nove trionfi divenuti poi classici, otto nel mazzo Visconti di Modrone e uno nel mazzo Brambilla : il Mondo, l'Angelo, la Morte, il Carro, la Fortezza, l'Amore, l'Imperatore, l'Imperatrice e la Ruota.

- Lostregonedeltre

- Sanmartino
La brillante corte estense di gran giocatori era attrezzata fin dal 1438 con un torchiolo per prodursi in casa mazzi di carte da gioco. Nel 1442 Leonello d’Este, appena asceso al trono di Ferrara, commissionò ai suoi miniatori quattro mazzi celebrativi dell'insediamento e comperò nella confinante Bologna un altro mazzo per far giocare i giovanissimi Ercole e Sigismondo d'Este. Leonello però non giocava a trionfi, giocava a Imperatori. Ercole e Sigismondo furono mandati alla corte di Napoli e lì rimasero per decenni. Leonello commissionò altri mazzi sontuosi di trionfi un’altra sola volta, nel 1450, pochi mesi prima di morire, mazzi celebrativi dell’ascesa al trono milanese dell’amico Francesco Sforza.
Per vedere i ferraresi giocare a trionfi, bisogna attendere il successore di Leonello, il marchese poi duca di Ferrara Borso d’Este. Nel 1453 il nuovo signore destinò due miniatori e un product manager, il colto don Messore, alla produzione a tempo pieno di mazzi da gioco. Tra il 1453 e il 1463, il centro produttivo della corte ferrarese produsse spessissimo mazzi di trionfi. Mi chiedo come mai la corte si fosse appassionata ai trionfi, gioco peraltro già conosciuto. Forse gli estensi si infiammarono per un nuovo gioco con varianti nuove, o forse più semplicemente Borso aveva gusti di gioco diversi da Leonello.
Sorprende che tutte le centinaia di pezzi ferraresi pervenuteci da quel periodo siano tutti di trionfi poi divenuti classici. L’unica eccezione è una carta conservata a Castel Ursino, che sembra essere una interpretazione della classica Temperanza. La costante omogeneità dei resti di mazzo ferraresi documentano che gli estensi non conoscevano altri trionfi, ma solo quelli che diventeranno classici. Quindi è probabile che il mazzo fosse fin dal 1453 già definito e standardizzato in 14x4+22.

- Ninuzzo1000

- Ieaaaa

- NoFear
Il mazzo da gioco milanese, ripetuto nel successivo mazzo dei tarocchi di Marsiglia, è il cosiddetto Visconti Sforza, o VS. Il mazzo VS è generalmente datato al 1460, qualcuno propende per il 1470. Questo mazzo è un mazzo definitivo di tarocchi. Riporta icone ferraresi, a conferma delle interazioni ludiche tra le due corti. Il VS documenta l’avvenuta stabilizzazione del mazzo dei tarocchi, e costituisce un ulteriore indizio che la stabilizzazione fosse presente anche a Ferrara nel periodo di Borso d’Este.
L'acquisto estense d'un mazzo da gioco bolognese del 1442 fa ritenere a Gherardo Ortalli che i bolognesi conoscessero i trionfi e li producessero da prima di quella data. Michael Dummett per altre vie concorda, congetturando la data d'arrivo dei trionfi a Bologna nel 1435. Non sorprende che i trionfi bolognesi e ferraresi, prodotti e giocati a poche ore di cavallo gli uni dagli altri, siano apparentati. Quattro trionfi sono chiaramente gli stessi, alcune denominazioni sono uguali. Può sorprendere invece che alla distanza di quaranta chilometri abbiano prodotto diciotto icone diverse dello stesso gioco e dello stesso mazzo.
Il motivo della differenza tra i due mazzi sembra ambientale e sociale. I volgari trionfi bolognesi da taverna avevano il disegno semplificato per esigenze silografiche, erano mal stampati e frettolosamente colorati con l’aiuto di mascherine. Il product manager ferrarese, don Messore, ebbe il compito di produrre dei mazzi degni della brillante corte estense. Sembra più probabile che l'inventiva della corte di Ferrara abbia eventualmente modificato il mazzo popolare bolognese che non la scarsa fantasia degli stampatori bolognesi quello magnifico degli estensi.
Tutte queste considerazioni si uniscono alla documentata tradizione ludica ed alla forza manifatturiera e distributiva della Bologna quattrocentesca. Una terza considerazione va fatta : gli artisti inventano, ma i giocatori non amano strologare su nuove icone per giocare quella giusta. La normalizzazione richiede la popolarizzazione del mazzo e del gioco, con conseguente richiesta di ripetizione seriale delle stesse icone. La definizione quattrocentesca del mazzo dei tarocchi mi sembra essere avvenuta nella allora grande città felsinea prima del 1453, e che il mazzo e il gioco bolognese, normalizzato dalla sue stamperie e praticato nelle sue taverne universitarie, siano stati responsabili del tardivo entusiasmo estense.
L’ipotesi di normalizzazione bolognese del mazzo dei tarocchi non esclude che i trionfi o alcuni di essi fossero stati precedentemente ideati altrove. Non esclude che siano stati posizionati in vari mazzi cortesi celebrativi e da gioco. Resta la considerazione generale che la serie dei trionfi sembra essere decisamente popolare e non di scuola o di corte. Incombe la considerazione che la normalizzazione richiede la diffusione popolare e la conseguente produzione seriale e diffusione. Un centro ludico e attrezzato di mezzi di produzione e di stampa popolare come Bologna si presta più delle corti ad essere stato il luogo dove il mazzo dei tarocchi si è normalizzato prima del 1553.
















































