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ACCADEMIA del TRE

La cartomanzia

La Luna - CVI

Da quando è nata nel XVIII secolo, la cartomanzia ha avuto un successo immediato vicino a quello dei giochi di carte. Fenomeno di rilevanza sociologica, si basa sulla attribuzione ad ogni carta di un significato, e poi sulla correlazione dei significati estratti al destino personale di un postulante. Si perfeziona con la presenza di un iniziato che aiuti il postulante nella lettura del suo destino.

I ventidue trionfi sono il seme di briscola del mazzo dei tarocchi. La densità delle loro metafore e la loro bellezza iconografica hanno indotto i primi cartomanti della fine del Settecento a preferire questo mazzo, facendone lo strumento tipico della loro arte. Di conseguenza, oggi la parola ‘tarocchi’ denomina mazzi divinatori più che da gioco.

I trionfi vennero rinominati arcani. La raffigurazione di quelle carte, prodotte dall'età umanistica italiana,  consente molteplici evocazioni e la lettura di molteplici metafore. Il significato di ogni carta d'un mazzo e di ogni combinazione di carte è spesso contrastante da una città ad un’altra, talvolta è originale del cartomante. Anche le tecniche divinatorie sono varie e divergenti. Per esplicarle, sono state ideate e prodotte innumerevoli varianti di tarocchi o di altri mazzi, secondo approcci occultistici differenziati. La torrentizia creatività esoterica dell'ultimo secolo ha prodotto un fiume di mazzi che conservano il magico nome dei tarocchi, anche se talvolta dei tarocchi hanno solo il nome. A sinistra, la Luna del mazzo di Carlo VI (Ferrara, sec. XV).

 

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Gli antichi

Il Tempo - CVi

Le civiltà classiche non avevano nè carta nè tanto meno carte. I nostri antichi divinavano in altro modo, coi mezzi a loro disposizione. Scrutavano congiunzioni stellari o voli d’uccelli o analizzavano interiora di capretti. La lettura del destino personale mediante estrazione casuale di icone da un mazzo non c’era, semplicemente perchè non c’erano carte di carta.

I primi occultisti hanno creduto che le icone dei trionfi venissero da antichissime civiltà, soprattutto dall’Egitto. Il più grande loro esploratore, Stuart Kaplan, ci ha regalato scoperte fondamentali sulla ideazione italiana dei tarocchi. La sua ricerca a ritroso nel tempo si è fermata nella Milano viscontea.
A destra, il Vecchio o Tempo, del mazzo di Carlo VI (Ferrara, sec. XV).

Cadute le congetture di un’origine egiziana o indiana o tzigana dei tarocchi, gli occultisti sono oggi indirizzati ad individuare le simbologie ed i significati delle icone dei trionfi. Sono stati fatti nuovi brillanti studi, collegando aspetti della mistica cristiana medievale con altre tradizioni: la cabala ebraica, l’astrologia, la cosmogonia indiana, eccetera. La loro incessante creatività ha costruito un’infinità di nuove icone, regalandoci mazzi, squisiti e densi, di mano di grandi artisti (Dalì, Guttuso, eccetera). Le arti grafiche e pittoriche ne  hanno trovato nuovi stimoli. Questi nuovi Arcani sono certamente mazzi di carte, ma non sono mazzi di carte da gioco.

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Teofilo Folengo e il Caos del triperuno

La Ruota della Fortuna

Un famoso passo de Il Caos del Triperuno di Teofilo Folengo del 1527 viene citato da Stuart Kaplan come prova dell’utilizzo antico dei tarocchi nella divinazione: ...trovati ch’ebbero le carte lusorie dei trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e volto a me, ciascun di loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi.

Il brano è facilmente comprensibile per ogni giocatore: vengono distribuite casualmente le carte e ciascuno mostra la sorte de li toccati trionfi, cioè la mano di carte (vedi EGC) casualmente ricevuta.

I cinque sonetti che seguono sono delle dissertazioni sui valori morali facciali espressi dai singoli trionfi: Amor di donna ... è fraude e non Giustizia. Ancora: Temperata forte e bella donna (la Temperanza).. che l’instabil Rota (Ruota della Fortuna, a sinistra la più antica, quella del mazzo Brambilla, 1445 ca.) tien umile e bassa. Il terzo sonetto inveisce contro Clemente VII che non combatte i turchi. Il quarto sonetto riporta:  Morte, su’l Carro Imperatrice, affretta mandar in polve nostra umana prole. Non vi è allusione al destino personale di nessuno dei partecipanti, ma sentenze morali generiche. La parola sorte, usata per ‘mano casuale', stimola gli occultisti anglosassoni, che passano attraverso traduzioni non sempre precise. L’esercizio moralistico-letterario del Folengo è molto più vicino al popolarissimo genere letterario dei ‘trionfi appropriati’, che alla cartomanzia.

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Marcolino da Forlì

La Morte - CVI

Un altro documento cui viene attribuita la prima testimonianza della cartomanzia è Le sorti di Francesco Marcolino da Forli intitolate Giardino di pensieri del 1540. All’inizio del libro troviamo una serie di domande tipiche, del tipo lui ama lei o lei ama lui. Si riduce un mazzo a trentasei carte, che saranno utilizzate per il loro valore numerale senza riguardo al seme. Ogni domanda rimanda ad una pagina interna del libro, nella quale sono esposte tutte le possibili quarantacinque combinazioni di coppie di carte. Il lettore estrae due carte dal mazzo e guarda la coppia corrispondente sulla pagina, che rimanda ad un’altra pagina e ad una delle cinque sezioni della stessa.

Ogni sezione riporta ognuna delle nove carte numerali presenti nel mazzo. Il lettore estrae una terza carta, individua il punto corrispondente della terza carta estratta che lo invia ad un’altra pagina, questa volta doppia, dove sono raffigurate numerose coppie di carte diverse. Il lettore estrae una quarta carta, la accoppia alla terza e trova sulla pagina doppia la combinazione corrispondente ad una terzina che risponde alla sua domanda.

Marcolino utilizza le carte solo per il loro valore numerale. Non dà un significato esoterico ad ogni carta, che è un fondamento della cartomanzia. A destra, la Morte del mazzo Carlo VI, Ferrara, fine secolo XV.

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Sigismondo Fanti

Il Matto - CVI

Sigismondo Fanti aveva scritto nel 1524 Il Triompho di Fortuna che proponeva la stessa idea, con la differenza che invece delle carte si usavano dadi. Marcolino più che precorrere la cartomanzia sembra inventare un passatempo di società.
L’idea di Fanti e di Marcolino non viene più seguita nè sviluppata per secoli. A sinistra, il Matto del mazzo Carlo VI.

Franco Pratesi ha scoperto due discorsi italiani databili intorno al 1570. Uno è il Discorso sopra l’ordine delle figure dei Tarocchi pubblcato nel 1565. L'altro è riprodotto in tre copie manoscritte che si trovano a Bologna, Firenze e Parigi, e si intitola Discorso perchè fosse trovato il Giuoco, e particolarmente quello del Tarocco, dove si dichiara a pieno il Significato di tutte le figure di esso Giuoco.  Entrambe le opere danno un’interpretazione simbolica dei trionfi e delle carte di seme. Nessuno dei due discorsi ha alcunchè di esoterico. Gli autori sono attratti dalla bellezza intrigante delle icone, ma non danno mai l’impressione di utilizzarle nè per la divinazione nè per altro se non per il gioco.

Vale la regola che abbiamo dato per definire il momento dell’arrivo dell mazzo di carte in Europa: se una attività di successo immediato e longevo non viene nominato, vuol dire che non esiste. In questo senso una convincente dimostrazione dell’assenza delle carte da gioco nella divinazione del XVI e XVII secolo viene, tra gli altri, da Caspar Peucer, che nel suo Commentarius de praecipuis Divinationum generibus (Commentario dei principali generi divinatori) del 1591,  descrive nel dettaglio tutti i metodi di predizione conosciuti, ma non menziona le carte nè i tarocchi.

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