Ringraziamo John McLeod per l'assistenza.
La primiera

- Due di denari
La Primiera è uno splendido gioco agonistico di combinazione, del tipo dell'odierno Poker. In Italia è testimoniata molto diffusa e articolata fin dall'inizio del Cinquecento. Sembra certo che le sue origini siano quattrocentesche. La sua diffusione e la sua preminenza sono state rilevantissime per secoli in Italia e in Europa. Nel tempo e nelle diverse località ha conosciuto varianti sia della fase delle puntate, che di quella della distribuzione che della scala gerarchica delle combinazioni. E' oramai poco praticata in Italia, meno raramente nella sua variante semplificata detta Goffo o Goffetto. Gli spagnoli, che potrebbero averla inventata, la chiamavano Primero. Era giocata in Francia col nome di Gilet.
Peculiare e universale della Primiera è la gerarchia e il valore delle carte. I Sette vi valgono 21 punti, i Sei 18 punti, gli Assi 16 punti, i Cinque 15 punti, i Quattro 14 punti, i Tre 13 punti, i Due 12 punti, le Figure 10 punti. I Sette e i Sei sono dunque le carte maggiori e valgono il triplo del loro valore facciale, le altre cartine valgano il loro valore facciale più 10, l'Asso 16 le Figure 10. Nel mazzi a cinquantadue carte, gli Otto, i Nove ed i Dieci valgono il loro valore facciale.
In Italia, resta viva la memoria della Primiera nel gioco della Scopa, dove la gerarchia delle carte e il loro valore sono entrati come punto di combinazione incassata. Sembra probabile che anche la denominazione del gioco del Tressette sia tributario della Primiera : vi sono testimonianze di primi Tressette dell'inizio del Settecento che prevedevano l'accusa di tre o quattro Sette, nonostante fossero in quel gioco cartine di nessun valore. Nel Tressette le combinazioni maggiori sono ancora chiamate secondo il loro valore di primiera : Due e Tre (12+13) = 25, Asso e Tre (16+13)= 29, eccetera).
Durante i secoli e nei diversi luoghi, la Primiera ha conosciuto moltissime varianti. La prima regola comune a tutte le varianti è il gioco su quattro carte, mentre nel Poker odierno è su cinque carte. Sono valutate le seguenti combinazioni: flusso, cioè tutte le carte dello stesso seme; primiera, cioè una carta per ogni seme; punto, cioè due o tre carte d'uno stesso seme. Spesso era valutato il 55, consistente nel Sette-Sei-Asso dello stesso seme.
La dinamica del gioco era simile al Poker. ll mazziere distribuiva le carte una o due alla volta. Vi era una o più fasi, anch'esse ricche di modalità e varianti locali, di scarto e cambio di una o più carte. Nel corso della fase di scarto e cambio si puntava e rilanciava con modalità regolamentate localmente. Infine qualcuno metteva una posta, detta vada, che poneva fine alla fase degli scarti ed apriva la fase finale. Si scommetteva e si rilanciava, chi ci stava e chi se ne andava, finchè i superstiti mostravano le carte e vinceva il punto più alto. Nel caso di più flussi, o di più primiere, vinceva il piatto chi sommava maggior punteggio di carte.
Nel caso di nessun flusso o nessuna primiera, vinceva chi aveva il punto più alto, cioè la somma del valore delle carte d'uno stesso seme.
La forma classica della Primiera italiana, successiva e diversa dalla variante Berni oggetto di questo lavoro, era per quattro fino a otto giocatori. Il punto maggiore o 55, Sette-Sei-Asso dello stesso seme, era considerato maggiore della primiera. La prima testimonianza della forza del 55 la testimonia Girolamo Cardano verso la metà del Cinquecento. A sinistra, il Due di denari del mazzo odierno della Primiera bolognese di Dal Negro, la cui iconografia è sostanzialmente immutata da quello originale cinquecentesco. Da questo mazzo vengono tutte le carte da gioco che illustrano il testo.

- Sette di bastoni
Sono molteplici le affinità del poker d'origine statunitense con la primiera. la combinazione di carte dello stesso seme è detta in inglese flush, dall'italiano flusso. La struttura del gioco americano su un numero fisso di carte e sulla ricerca di legare combinazioni valide mediante scarti è lo stesso della primiera. Simile è anche il rito di scarto e cambio delle carte. Analoghe le modalità delle puntate, fatte prima, durante e dopo la distribuzione e gli scarti, con possibilità di stare o lasciare o rilanciare. Identica è la dinamica finale dell'esibizione delle carte e verifica del punto vincente.
Come nel poker, anche nella primiera la parte appassionante si trova nella dinamica e nella gestione delle puntate. Era l'agonismo del rituale delle scommesse che appassionava i cortigiani rinascimentali ed i coloni del Far West.
Come vedremo, già nel primo quarto del Cinquecento Berni accenna a vari modi di scommettere ed a riti differenziati di puntate da una città italiana all'altra. Girolamo Cardano ci dà informazioni importanti sul gioco Milanese della metà di quel secolo. Per non disperdermi in mille rivoli, in questo lavoro mi attengo alla variante romana, la preferita dal Berni, che chiamerò variante bernesca. I lettori frettolosi la trovano rapidamente descritta nel capitolo riassuntivo La primiera di Francesco Berni.
Nota biografica del Berni.
Francesco Berni nacque nel 1497 a Lamporecchio val di Nievole (Pistoia). Figlio di un notaio, studiò a Firenze. Nel 1517 andò a Roma, a servizio del cardinal Bibbiena. Alla sua morte passò alle dipendenze del nipote, Angelo Dovizi. Nel 1522, con l'elezione di Adriano VI contro cui aveva lanciato feroci satire, dovette lasciare Roma. Dal 1523 fu al servizio del potente vescovo e datario pontificio Giovan Matteo Gilberti, nel 1532 del cardinale Ippolito Medici a Firenze. Qui, coinvolto in un intrigo di corte, morì, forse avvelenato, nel 1535.
La sua opera non fu molto ampia. Divenne soprattutto famoso con i 32 Capitoli, scritti in diversi tempi. Furono pubblicati separatamente in edizioni poco fedeli, a partire dal 1537. La prima edizione completa è del 1885.
Berni disse d’essere letterato «per poltroneria». La sua fu una poesia salace ed irridente, che si contrapponeva al manierismo petrarchesco del tempo. La sua posa anti-letteraria e dissacratrice investì un po’ tutto, soprattutto l'eleganza classicheggiante. Il suo verso aspro e raffinato è arricchito da un lessico plebeo ed ammiccante. Si dilettò sugli aspetti peggiori della vita umana e della realtà: la peste, i poveracci, l'orinale, i debiti. E' un vero maestro della poesia irridente e satirica. I suoi capitoli divennero un genere letterario imitato fino all'Ottocento, definito appunto capitoli berneschi.
Berni stesso, nel suo rifacimento dell'Orlando Innamorato, scrisse un autoritratto caratteriale. Dopo averci raccontato alcune sue tristezze esistenziali, disse di sé stesso:
Con tutto ciò viveva allegramente,
Né mai troppo pensoso o tristo stava;
Era assai ben voluto dalla gente;
Di quei signor di corte ognun l’amava,
Ch’era faceto, e capitoli a mente
D’orinali e d’anguille recitava,
E certe altre sue magre poesie,
Ch’eran tenute strane bizzarrie.
Nelle Rime di Francesco Berni, troviamo un sonetto sonetto caudato, pubblicato su
http://it.wikisource.org/wiki/Rime_(Berni)/XV._Sonetto_contra_la_primiera
Può far la Nostra Donna ch'ogni sera
i' abbia a star a mio marcio dispetto
in fin all'undeci ore andarne al letto,
a petizion de chi gioca a primiera?
Dirà forse qualch'un: "Ei si dispera,
et a' maggior di sé non ha rispetto".
Potta di Jesu Cristo (io l'ho pur detto!),
hassi a giocar la notte intera intera?
Viemmene questo per la mia fatica
ch'io ho durato a dir de' fatti tuoi,
che tu mi se', Primiera, sì nemica?
Ben che bisognaria voltarsi a voi,
signor; che se volete pur ch'io 'l dica,
volete poco ben a voi et a noi.
Et inanzi cena e poi
giocate e giorno e notte tuttavia,
senza sapere che restar si sia.
Questa è la pena mia:
ch'io veggio e sento, e non posso far io;
e non volete ch'i' rineghi Dio?
Il testo è al limite della blasfemia. Berni è obbligato dal suo datore di lavoro a giocare a primiera fino a tarda ora. Si chiede se quest'obbligo gli venga dall'avere scritto sulla primiera un bel Capitulo e un corposo Comento. Rimprovera al suo padrone la cattiva abitudine di giocare continuamente a questo gioco.
Il tono di questi versi è lontanissimo da quello della fine del suo Capitulo, che come vedremo, recita :E io per me non trovo altro piacere,/ Che, quando non ho il modo di giocare, / Star dietro ad un altro per vedere. / E stare’vi tre dì senza mangiare; / Dico ben a disaggio, ritto ritto, / Come s’io non avessi altro che fare.
Ne ricavo la sensazione che Berni avesse scritto Il Capitolo e il Commento sulla Primiera per ingraziarsi il suo signore, che ne era un giocatore accannito, ma poi il Nostro ne pagò lo scotto di doverlo accompagnare al tavolino notte e giorno.
Metodologia e testi.
Seguo due testi principali: il Capitolo in lode del gioco della primiera, come redatto in : Francesco Berni, I Capitoli, UTET Torino 1926, ed il lungo Comento al capitolo in lode del gioco della primiera dello stesso Francesco Berni, in : Banca Dati Nuovo Rinascimento, presso <www.nuovorinascimento.org>, Edizione di Ezio Chiorboli, per la trascrizione di Danilo Romei, immesso in rete nel maggio del 2001.
Il primo testo è in terzine di endecasillabi, il secondo in prosa. Sono entrambi datati al 1526. Il testo poetico non dà una descrizione organica, ma fa solo accenni a fasi di gioco. Il testo prosaico è una lunga dissertazione sul testo poetico, quindi anche il Comento non dà descrizioni organiche del gioco, ma dà qualche spiegazione ed ampliamento alle allusioni del Capitolo.
Dai due testi otteniamo solo menzioni sparse a certe fasi di gioco care al Berni. Vi sono frequenti riferimento ad altri giochi, per lo più per denigrarli e magnificare la primiera. Oltre ai cenni lacunosi su una delle primiere di allora, trovo spunti di riflessione sull'ambiente ludico del tempo e sulla storia dei giochi di carte in generale.
Il Capitolo è riportato integralmente in corsivo al centro della pagina. I versi sono numerati. Ne seguo il tracciato, interrompendolo con brani e citazioni del Comento, anch'essi in corsivo. Le occasionali citazioni di altri autori del periodo sono virgolettate. Infine, nel capitolo 'La primiera di Francesco Berni', cerco di ricostruirne gioco e regole, mettendo in fila le informazioni sparse e talvolta lacunose. A destra, Pietro Aretino, nemico del Berni, ritratto da Tiziano.
Il travaglio delle varianti della primiera

- Tre di coppe

- Asso di bastoni
In Lode della Primiera.
Tutta l’età d’un uomo intera intera,
Se la fusse ben quella di Titone,
Non basterebbe a dir della primiera.
Non ne direbbe a fatto Cicerone,
Né colui ch’ebbe, come dice Omero, 5
Voce per ben novemilia persone.
Un che volesse dirne daddavero,
Bisognere’ ch’avesse più cervello
Che chi trovò gli scacchi o il tavoliero.
La primiera è un gioco tanto bello, 10
e tanto travagliato, tanto vario,
che l’età nostra non basterebbe a sapello.
Berni ci informa che la primiera era un gioco bello, travagliato e vario, la cui bellezza dovrebbe essere celebrata da qualcuno più intelligente di chi ha inventato gli scacchi o il backgammon.
In diversi luoghi diversamente è adoperato questo gioco....A Firenze si costuma di levare i sette delle carte e gli otto e i nove. Queste parole le trovo a pagina 10 del Comento e mi sorprendono: come si potevano togliere le carte più importanti, i Sette, dal mazzo? Berni le scrive a dimostrazione del travaglio e della varietà della primiera, travaglio che inizia prima del gioco, con una serie di accordi da prendere tra i giocatori, soprattutto se provenienti da località diverse. Ribadisce infatti poco dopo che a Firenze quando si dice "passo" bisogna per forza scartarle tutte, se bene uno avesse un asso e un sei in mano. Il che significa che a Firenze, come d'altronde anche nella
Milano di Girolamo Cardano, se si volevano tenere delle carte ricevute bisognava puntare. Invitansi e tiensi sopra ogni piccolo punto, fassi del resto alla seconda carta. L'invito, come vedremo, era una puntata della fase degli scarti. I fiorentini dunque costringevano fìn da subito ad impegnarsi. Dopo aver enumerato varie località, Berni constata tanti paesi, tanti costumi (pag.10) del gioco della Primiera. Ne deduce che non si debbono punto chiamar minor travagli della primiera le leggi, i patti, le condizioni, i modi del giocare, i dubbî, i casi, le controversie che in essa cotidianamente intervengono (pag.12)
Loda la modalità romana della primiera, dove non si tolgono nè Sette, nè Otto, nè Nove; qui si può scartare e non escartare amendue le carte, poi che è detto una volta "Passo". Non si fa così alle due carte del resto... insomma, a Roma era tutto più libero, ci si poteva muovere con maggior agilità e minor impegno economico che nella rigida ed austera Firenze. Elogia anche la modalità dichiarativa del Senza mal gioco, non sempre accettata, con la quale il tavolo permetteva al giocatore che aveva finito i soldi di continuare la mano senza essere sbattuto fuori. Insomma, Berni stava con la libertà, intesa come gioco il cui azzardo veniva ammortizzato da regole benevolenti e meno precipitose.

- Sette di denari
Non lo ritroverebbe il calendario,
nè il messal ch'è si lungo, nè la messa,
Nè tutto quanto insieme il breviario. 15
Dica le lode sue dunque ella stessa;
però che un ignorante nostro pari
Oggi fa ben assai se vi s’appressa.
E chi non ne sa altro, almanco impari
Che colui ha la via vera e perfetta, 20
che gioca a questo gioco i suoi denari.
Berni evoca le peculiarità educative della primiera, il suo di stimolo alle capacità speculative di chi vi s'appressa, migliori a suo parere di quelle del tanto celebrato gioco degli scacchi.
Il travaglio dei punti

- Sette di spade
Discutevano praticamente su tutto, anche sulla definizione e la gerarchia delle combinazioni vincenti!
Il Comento (pag. 11 e seguenti) ci spiega: la primiera è travagliata, per le molte varietà che in essa sono.... il principal travaglio.... si possono chiamare i suoi due principali capi, il flusso e la primiera, e un terzo derivato dal primo, che si chiama punto. Siamo sicuri che le due maggiori combinazioni premiate erano il flusso di quattro carte dello stesso seme, la primiera di quattro carte di seme diverso. Il punto, derivato dal primo travaglio, era un flusso incompiuto, e consisteva nella somma del valore delle due o tre carte dello stesso seme possedute. Nel caso quindi di mancati flusso o primiera, la mano veniva valutata computando le carte possedute dello stesso seme.
Da queste tre combinazioni premiate derivano tutte l'altre diversità... cioè maggior flusso e minor flusso, maggior e minor primiera, più e men punto; dalle quali diversità nascono infinite controversie.... Su una cosa sola erano tutti d'accordo, essere nella primiera per legge comune che il flusso la vinca (pag.12). Il flusso era il punto più alto, maggiore della primiera.
Molti, tra cui Berni, volevano che le quattro cose vinchino e il flusso e la primiera, come dir quattro figure, quattro assi e simili, cioè quartetti, i poker di quattro carte uguali. A Roma erano chiamati anche primiera delle quattro cose, che aveva i gradi suoi... ed è vinta la minore dalla maggiore, come nella pariglia interviene (pag.12). Anche nella Lombardia contemporanea i quartetti erano il punto più alto. Non sappiamo come fossero valutate le quaterne nel gioco della Pariglia. Nel Liber de Ludo aleae di Cardano (Milano, 1550 c.) c'è un accenno a qualcosa che potrebbe sembrare una pariglia Sunt qui certant de paribus in duabus chartis. La scala gerarchica dei quartetti era molto probabilmente quella della Primiera, col Sette in testa. Cardano in latino li chiamava "chori", cori di quattro carte uguali, e considerava paritetici due quartetti di Figure (quattro Re contro quattro Fanti) perchè entrambi dello stesso valore di Primiera, cioè di 40.
Berni non considera il 55 (Sette-Sei-Asso dello stesso seme) nella scala delle maggiori combinazioni premiate. Cardano testimonia che in Lombardia il 55 era superiore alla stessa primiera, e così è stato un po' in tutta Italia nei secoli successivi. Le parole di Berni (Comento, pag. 25) non lasciano dubbi : il timore che uno ha quando si truova un cinquantacinque et ha la mano et ogni cosa, che un altro non gli faccia una primieraccia addosso... Nella variante romana, il 55 era dunque solo un punto altissimo battibile da qualsiasi primiera. Nella citazione appena fatta, c'è un accenno interessante a chi ha la mano, di cui parleremo più avanti.
Berni accenna anche alla variante fare a meno, che era il rovescino della Primiera, ricordato anche da Cardano, dove vinceva chi aveva minor punteggio.
La bassetta spacciativa
Nel Comento (pag.7) troviamo queste parole : Nè la ronfa nè la cricca nè i trionfi nè la bassetta ha da far cosa del mondo con esso. Questo è fastidioso, questo ignobile e da brigatelle, quest'altro troppo simplice, quell'altro troppo bestiale. Sembra una lista dei giochi di carte più popolari di quel tempo, ricordati altre volte in altri documenti, tutti probabilmente originari del Quattrocento.
Proseguendo la lettura del Capitolo, Berni ci dà il suo parere sulla Bassetta.
Chi dice ch’egli è più bella la Bassetta,
per essere presto e spacciativo gioco,
Fa un gran male a giocare s’egli ha fretta. 25
Questa fa le sue cose a poco a poco:
Quell’altra, perch’ell’è troppo bestiale,
Pone ad un tratto troppo carne a foco;
Come fanno color ch’han poco sale,
e que’ che son disperati e falliti, 30
e fanno conto di capitar male.
La Bassetta e’ stata un gioco d’azzardo popolarissimo in tutta Europa dal Quattrocento al Settecento e madre dell’odierno gioco del Faraone. Era un gioco semplice, di pura casualità, che non richiedeva capacità speculative e che si risolveva rapidamente, con l'estrazione di una carta. Berni giustamente la definisce un presto e spacciativo gioco. Cardano intorno al 1550 la chiama ludus desperatorum, il gioco dei disperati.
Quarant'anni prima di Berni, nella raccolta dei Canti Ciarnascialeschi, Lorenzo de' Medici aveva scritto un componimento giocoso in versi, La canzona dei confortini. Lorenzo vi irride i poveracci che giocano alla Bassetta, gioco che definisce spacciativo che ritto ritto fassi in ogni loco. Il Medici sbeffeggia i giocatori, i loro crucci con viso da bertuccia. Osserva che la Bassetta fa contenti quelli che hanno i bicchier piccini, insomma gli sciocchi.
Sorprendentemente, il Nostro (pag. 19-20) accusa il Magnifico di avere fatto una apologia di quel gioco di puro azzardo, ne riporta a memoria tre versi, con qualche inesattezza, ma ne copia il bell'aggettivo spacciativo.
Il gioco.

- Sei di coppe

- Sei di bastoni
Riprendiamo Berni dove lo avevamo lasciato.
Nella primiera è mille buon partiti,
Come dir Carte a Monte e Carte e’nviti. 29
Mille speranze da tenere a bada;
Chi l’ha e chi non l’ha, vada e non vada;
Stare a flusso, a primiera e dire: A voi,
e non venir al primo a mezza spada:
chè se tu vuoi tener l’invito, puoi;
Se tu nol vuoi tener, lascialo andare, 35
metter forte e pian pian, come tu vuoi.
Una buona volta che i giocatori si fossero accordati su quali punti ammettere, quali vincevano sugli altri e come valutare due punti simili (esempio, due primiere), dopo essersi chiariti su come e quanto scommettere, su quali privilegi o quali obblighi di scommesse avessero i vari punti, si poteva giocare. Ribadisco che qui mi soffermo sulla variante preferita dal Berni, quella che lui definisce 'romana'.
Non è esplicito quanti giocatori si potessero trovare intorno al tavolo. A pagina 18 del Comento, trovo una menzione a quattro o cinque buon compagni.
Nel gioco vi erano molte possibilità di scelta, mille buon partiti.
Prima della distribuzione delle carte, il mazziere metteva in piatto due poste, dette primo invito. Il Comento (pag.24) ci informa che il mazziere ha a metter la posta doppia. La posta sembra essere un importo minimo di danaro, il cheap del poker. Il mazziere era in posizione di gioco debole, era l'ultimo alla mano (24). Il giocatore che ha la mano,(pag.25), il primo a ricevere le carte e a parlare, è altrove ricordato come quello che aveva i maggiori vantaggi. Vantaggi di cui non sappiamo niente. Cardano spiega che in Lombardia se si incontravano due punti uguali, vinceva il giocatore di mano, e che lo stesso giocatore quando era in possesso di un punto medio batteva tutti gli altri punti della stessa combinazione.
I giocatori iniziavano la fase dichiarativa. 'Passo' era detto in tre modi diversi: a monte, passo e a voi. Erano sostanzialmente la stessa cosa, ma si debbe usare in diversi tempi, volendo importare diverse azioni (pag. 24) : le tre dichiarazioni venivano usate in tre momenti distinti: a monte veniva detto alla prima carta ricevuta, passo con alla seconda carta ricevuta, il più cerimonioso a voi quando le cose si facevano serie, dalla terza carta in poi.

- Sedi di spade
Con la prima carta in mano, si poteva dichiarare a monte o tenere l'invito, cioè accettarlo e pagare l'importo di due poste messe dal mazziere. Se tutti i giocatori andavano a monte, la mano veniva rifatta con una nuova distribuzione di carte. Se qualcuno teneva l'invito, la mano proseguiva con la distribuzione della seconda carta a tutti, anche a chi non aveva tenuto l'invito. Non tenendo niuno l'invito, nel caso cioè che tutti fossero andati a monte, il mazziere aveva (pag.24) facoltà di seguitare tuttavia di dar le carte, et usando il privilegio suo tante volte quanto bisogna. Difatti il mazziere aveva già messo l'invito prima di dar carte, quindi l'aveva già tenuto, di conseguenza piuttosto che perderlo andando a monte poteva proseguire la mano senza mettere un altro invito.
Rifar l'invito, cioè rilanciare qualcosa, forte o pian pian, era nella possibilità d'ogni giocatore successivo a chi l'aveva tenuto. Gli altri potevano tenerlo, o passare.
Il mazziere procedeva a dare una carta a tutti, anche a quelli che erano passati. Con la seconda carta in mano, il rito si ripeteva uguale: si poteva passare, invitare e reinvitare, si potevano cambiare una o tutte e due le carte, e si procedeva alla terza carta distribuita a tutti.
Con la terza carta in mano, si poteva ripetere il rito o dire Vada.
Il Comento (pag. 28) dice che il Vada era quanto si stabilisce per primo invito, che era quello del mazziere, che ha da metter la posta doppia (pag.24). Il vada era un momento decisivo: o ci stavi, pagando anche gli eventuali inviti non tenuti, o uscivi. Chi accettava, ripeteva Vada, pagava e seguiva il gioco, chi non accettava usciva dalla mano. Qualche tavolo riammetteva successivamente gli esclusi, che per rientrare dovevano comunque coprire gli importi scommessi dagli altri, e spesso cambiare tutte le carte.

- Tre di denari
Il Vada chiudeva la fase di cambio e scarto ed apriva quella del gioco vero e proprio. Il dichiarante metteva due gettoni in piatto e chi voleva continuare a giocare doveva pagare il vada ed ogni altra somma puntata precedentemente dagli altri giocatori, a pena di uscire dalla mano. Berni esemplifica (pag28) uno della compagnia, al quale si abbatte a venir una qualche carta buona, sopra la quale gli par poter fondar l'invito, stando o a primiera o a punto... ne deriva che per puntare il vada non era necessario avere qualche punto, ma bastava la speranza, l'attesa d'un punto.
Col vada in tavola, i giocatori superstiti potevano rilanciare. Era possibile rilanciare fino al resto, massimo importo scommettibile, che chiudeva tutte le scommesse e faceva procedere all'esposizione delle quattro carte ricevute ed alla vittoria della migliore combinazione.
Dopo il vada, veniva distribuita ai giocatori superstiti la quarta carta, che nella variante Berni restava coperta davanti a ciascuno. I giocatori, al loro turno, potevano puntare, passare o dichiarare chi non l'ha, che doveva essere accettato da tutto il tavolo. Il chi non l'ha accettato apriva a tutti la possibilità di scartare e cambiare anche tutte le carte.
Al “chi non l'ha” si poteva rispondere chi l'ha, che escludeva il chi non l'ha e costringeva tutti, anche chi avesse chiuso primiera con la quarta carta coperta, a scartare almeno una carta. Se il tavolo era d'accordo sul chi l'ha, con la quarta carta ancora coperta davanti, chi aveva detto chi non l'ha poteva rilanciare annullando il chi l'ha e portando la mano alla fase successiva. In questo caso, per seguire a giocare bisognava pagare il rilancio. Insomma, la puntata fatta con la quarta carta coperta era una specie di vada, che costringeva il tavolo a pagare per guardare la quarta carta o a uscire.

- Due di coppe
Chi non l'ha (Comento, pagina 27) era una dichiarazione che poteva essere fatta con tre carte in mano: ...nè si usa far questo, se non dandosi la quarta carta, la quale non è onesto nè giusto che si guardi, se prima non si è risposto del sì o del no a chi domanda. La quarta coperta e non vista restava sul tavolo davanti a ogni giocatore. Questa dichiarazione invitava il tavolo a cambiare quante carte si volesse, cioè, vedute che siano le carte, a scartar di nuovo quelle poche o assai che più a ciascheduno parerà. La dichiarazione doveva essere accetta dal tavolo, allora il più vicino a colui che lo propone risponde di sì per le medesime parole, poi l'altro, poi l'altro ancora... dopo che tutti avevano accettato, si guardava la quarta carta.
Un giocatore poteva rispondere al 'chi non l'ha' con chi l'ha. 'Chi l'ha' non poteva (pag28) essere dichiarato se non vi era stato un precedente 'Chi non l'ha'. 'Chi l'ha' significava che io voglio fare che, se anche la ci si scuopre (la primiera), chi l'ha sia tenuto a scartarla. Il 'chi l'ha' accettava dunque il cambio delle carte, ma lo faceva diventare obbligatorio per tutti, anche a chi avesse chiuso primiera.
A questo punto Berni non è chiaro (pag.27) : se il partito di costui (di chi ha detto chi l'ha) piace a quello che ha proposto l'altro, et alli compagni di mano in mano, si stabilisce fra loro per legge, e dannovi drento rinforzando le poste. Interpreto così: se il 'Chi l'ha' piace a chi ha detto 'Chi non l'ha' e tutti sono d'accordo, si può procedere a nuove puntate. Dopo poche righe, nella stessa pagina, aggiunge che il 'Chi l'ha' aveva la forza della negazione, come il veto dei tribuni romani della plebe, che impediva l'esecuzione del 'Chi non l'ha' anche se tutti gli altri ne erano d'accordo.
Dunque il 'chi l'ha' sembra fosse una dichiarazione maggiore, che costringeva tutti a seguirla, ma permetteva a chi aveva chiamato il 'Chi non l'ha' di rilanciare.
Nel caso di rilancio, i superstiti raccoglievano la quarta carta. Con quattro carte in mano poteva essere chiamato Carte e 'nviti. Carte e 'nviti era dichiarabile dopo avere visto la quarta carta, cioè scartisi, e diansi carte di nuovo, et inviti chi vuole (pag.24). Aggiunge Berni: il che, se piace ai compagni et accordonsi fra sè a ricevere, si torna nè più nè manco ne' termini delle prime tre carte. In sostanza, Carte e ‘nviti, se accettato dal tavolo, faceva scartare una o forse anche più carte, e con la nuova carta (o forse tutte le nuove carte) coperta si tornava alla situazione precedente, con possibilità anche di innescare una nuova fase di chi non l’ha e chi l'ha.
Altrimenti, con quattro carte in mano si poteva puntare. La puntata doveva essere accompagnata dalla dichiarazione del posseduto. Cardano testimonia che a Milano la puntata doveva essere accompagnata dalla dichiarazione di quanto posseduto. Erano ammessi i rilanci. All termine di questa fase, venivamno mostrate le carte e il punto migliore vinceva il piatto.
Non vada non esisteva: Berni ci informa a pagina 28 che è una sua licenza poetica per non dire gittar le carte, uscire dalla mano.
Stare a flusso, a primiera, allude alle strategie di gioco. Bisognava decidere se cercare di fare una combinazione di carte di seme diverso o di carte dello stesso seme.
Non venir al primo a mezza spada (verso 24), è spiegato dal Comento a pag. 29: a mezzaspada, dove ordinariamente si sta tanto lontano che a pena si può toccarsi con le punte, si viene a mezza spada, cioè alle strette. Berni raccomanda di andare piano, soprattutto al primo, alla primo giocatore che ha la parola, di non sparare subito il resto.
Si disegna un gioco incentrato sul possesso di tre carte e l'attesa di ricevere o guardare la quarta.
Dal “Vada” in poi, le dichiarazioni "chi non l'ha" e "carte e 'nviti" tendevano al ritorno continuo alle tre carte con la quarta coperta davanti. Le tre carte e la quarta attesa erano l'adrenalina del gioco. In Lombardia c'era una fase finale con un punto minore che attendeva la quarta carta per cercare di battere il maggiore.
Le dichiarazioni

- Papa Leone X
Dal "vada" in poi si accusava il punto posseduto, si guardava la quarta carta, si invitava, si decideva, si lasciava. Erano la lunghezza e le sottigliezze della fase preparatoria che piacevano al Berni, era questo il travaglio da lui amato. Sottigliezze che purtroppo non ci sono spiegate.
Berni accenna a dichiarazioni di gioco, senza però spiegarcele. A pagina 25 del Comento si racconta di chi, abbagliato da tre Sette o tre Sei, "sta a primiera", con poche speranze però di farla e larghe probabilità di venire battuto da un qualsiasi punto. "Stare a flusso" e "stare a primiera" significava quindi avere tre carte su quattro di flusso o di primiera. Essere "sopra a flusso" o "sopra a primiera", con ogni probabilità significavano avere flusso o primiera.
Molti indizi mi fanno credere che dal "Vada" in poi si dovesse dichiarare la propria situazione, dicendo "sto a flusso", "sto a primiera", "sono sopra flusso", sono "sopra primiera". I vaghi accenni berniani sembrano confermati dalla contemporanea primiera milanese di Cardano, dove chi puntava doveva dichiarare la mano. Non escludo che anche a Roma si dovesse dichiarare nel dettaglio anche l'eventuale punto posseduto : un 38, un 45, eccetera.
La dichiarazione costringeva a certi comportamenti: come dir che nè sopra flusso nè sopra primiera si possa invitare; nè passare con l'uno o con l'altra... (pag.12). Anche nella primiera cardanica non si poteva passare con flusso o primiera, ma si poteva puntare il 'vada' e rilanciare puntate altrui. L'unica certezza che dà Berni è che chi aveva flusso o primiera non poteva passare, quindi presumibilmente doveva puntare come a Milano, ma non rilanciare.
A pagina 12, Berni dice che a Roma le primiere di quattro cose, le quaterne, potevano essere accusate sia come primiere che come flussi. A Milano invece potevano essere dichiarate come primiere e flussi solo quando altri avesse dichiarato quel punto. Tornando a Roma, le primiere di quattro cose permettevano di invitare, di passare, di lasciar passare.
Cacciare, fare a salvare, senza mal gioco, il resto.

- Cinque di spade

- Asso di coppe
Puoi far con un compagno anche a salvare, 37
Se tu avessi paura del resto,
E a tua osta fuggire e cacciare.
Cacciare era l'intimidazione di una puntata molto alta volta a fare uscire dal gioco, nelle parole del Comento fuggire e gittar le carte. Sembra implicita la possibilità di millantare un punto, cioè di bluffare.
Resto era la puntata massima, che costituiva tutti i danari innanzi (pag.13), tutto quello che si aveva davanti, l' all-in del poker. Il resto era definitivo, o si accettava o si usciva, e portava allo scoprimento delle carte ed all'aggiudicazione del piatto a chi aveva il punto migliore. Era ammesso dalla terza carta in poi. Berni ci ha già informato che nella dura primiera fiorentina fassi del resto alla seconda carta. A pagina 23 del Comento troviamo un gustoso accenno a coloro che, s'egli avviene che vinchino, cappono della somma continuamente e imborsano le migliori monete, la qual cosa la nostra corte con peculiar vocabulo chiama imbrachettare. Berni si dilunga molto e con sprezzo contro questa abitudine, che evidentemente non è innocente come può sembrare, ma dettata da pusillanimità e avarizia : il resto era il danaro innanzi, il danaro imbrachettato usciva dal gioco, secondo il principio, tutt'ora in uso nel poker col resto, che si può giocare fino ad un massimo corrispondente al denaro mostrato.
Per limitare la prepotenza dei giocatori più ricchi, che disprezzavano il piccol numero degli altrui denari, a pagina 12 e 13 del Comento Berni ricorda l'istituto del fare a salvare, che consisteva nel patteggiare con l'avversario che il vincitore avrebbe restituito all'altro il denaro delle sue puntate. Perchè a qualcuno non venisse voglia di uscir dal manico e fare del resto, o vero pazzescamente o pur con fondamento. A pagina 31 Berni ritorna sull'argomento, portando ad esempio una fase di gioco. Siamo alla quarta carta coperta davanti, un giocatore dichiara di stare a primiera, cioè che gli manca una carta per chiudere il punto. Un altro ha un punto molto alto, e teme che l'eventuale chiusura della primieraccia altrui possa vanificarlo.
Un altro calmiere era la dichiarazione del senza mal gioco, che permetteva ad un giocatore di restare in partita senza puntare altro. Dichiarazione non sempre accettata e dalle modalità discusse. A pagina 13 Berni dice che il senza mal gioco era per general legge accettato da tutti almeno in un caso, quando uno... fa del suo resto. Insomma, quando uno metteva in patto tutto quello che aveva. Aggiunge : conciosia che i dottori voglino, ogni volta che il resto d'uno della compagnia è ito, non potersi da alcun altro farsi nulla di nuovo, perchè ivi è finita quella partita. E' chiarissimo che con l'apposizione di un qualsiasi resto la mano terminava. Non è detto se un resto maggiore poteva essere sfidato da un resto minore, con in palio l'importo del più basso, ma tutto lo fa pensare. L'imbrachettatore era dunque una
minaccia alla correttezza del gioco.
Viene ricordato da Berni che altrove l'apposizione di un resto piccolo non impediva la prosecuzione del gioco. Anche Cardano ci informa che a Milano il caso di un resto basso non impediva a terzi di continuare a scommettere e di giocare una partita nella partita. Se avesse vinto il giocatore povero, questi avrebbe incassato solo la parte relativa alla sua puntata, mentre il secondo vincitore avrebbe incassato il sovrappiù. Queste considerazioni e il senso delle parole "senza mal gioco" ci fanno pensare che la chiusura della mano su un rsto piccolo fosse un patto particolare del circolo berniano.
Puossi far a primiera in quinto e in sesto: 40
Che non avvien così negli altri giochi,
che son tutte novelle a petto a questo;
Anzi son proprio cose da dappochi,
Uomini da niente, uomini sciocchi,
Come dir messi e birri e osti e cuochi. 45
S’io perdessi a primiera il sangue e gli occhi,
Non me ne curo; dove a sbaraglino
Rinnego Dio se perdo tre baiocchi.
Fare primiera in quinto e'n sesto. Il Comento ci informa (pag. 32): cioè può giocare a primiera chi vuole : che tante fussero le carte da dare quante possono essere i luoghi de' giocatori.... E' adunque dire in quinto e in sesto quanto in infinito, se così potesse essere, cioè se le carte fussero infinite. Anzi, è tanto più bello e vario questo gioco quanti più giocatori ci sono. Interpreto: si può giocare a primiera anche a cinque o a sei giocatori, come se il mazzo fosse infinito.
Nei versi 41-48, Berni dichiara il suo amore per la primiera e definisce gli altri giochi novelle adatte per gli sciocchi. Denigra lo sbaraglino (verso 47), gioco di dadi e tavoliere del tipo del backgammon odierno. A destra, uno gioco da tavola del Duecento. Lo sbaraglino è ricordato anche dall'anonimo predicatore del Sermo de ludo e poco più tardi anche da Girolamo Cardano.
La primiera di Francesco Berni.
Riassumo le modalità del gioco della primiera bernesca riportate dall'autore. Si giocava per lo più in quattro o in cinque, ma anche in sei, con un mazzo di cinquantadue carte.
Il punto più alto era la primiera di quattro carte uguali. Seguivano il flusso, consistente in quattro carte dello stesso seme, la primiera, consistente in quattro carte di seme diverso, ed il punto, che era la somma del valore delle carte possedute dello stesso seme. Tra due o più flussi, o primiere, o punti, vinceva quello con maggior somma del valore delle quattro carte che lo componevano. I Sette valevano 21, i Sei 18, gli Assi 16, i Cinque 15, i Quattro 14, i Tre 13, i Due 12, le figure e i Dieci 10, gli Otto 8 e i Nove 9.
Il gioco si sviluppava in quattro fasi : cambi e scarti, il vada, con tre carte in mano e una coperta davanti, con quattro carte in mano.
Cambi e scarti.
Il mazziere metteva due poste d'invito. Veniva data a tutti la prima carta. Se tutti andavano a monte si ricominciava. Bastava che un giocatore tenesse l'invito per fare dare la seconda carta a tutti. Chi teneva l'invito metteva due poste nel piatto ed impediva l'annullamento della mano. L'invito poteva essere rilanciato, probabilmente del doppio, con altre due poste. In assenza di tenuta dell'invito, il mazziere, che aveva già messo le due poste, poteva proseguire il gioco senza metterne un altro e distribuire la seconda carta a tutti. I giocatori successivi potevano mettere i due gettoni o no. Erano possibili i rilanci di una o due poste.
Con la seconda carta in mano forse si ripeteva uguale il rito di inviti e reinviti facoltativi, che potevano essere coperti dagli altri o no. L'eventuale passo di tutti i giocatori non mandava a monte la mano, ma la faceva proseguire con la distribuzione di un'altra carta. Si poteva scartare o non scartare una o tutte e due le carte. In ogni caso, si passava alla terza carta, che veniva distribuita a tutti, anche a chi non avesse pagato le puntate altrui.

- Tre di spade
Con la terza carta, forse venivano ripetuti inviti e reinviti facoltativi. Se tutti passavano, si scartavano e cambiavano una o più carte. Sembra naturale che il cambio veniva dato a chi tenesse in mano un massimo di tre carte. Il rito di passare, invitare e scartare poteva ripetersi a oltranza, finchè qualcuno non dichiarava "vada".
Il vada.
Il vada era la puntata di due poste che costringeva gli altri a decidere se giocare o uscire dalla mano. Sembra naturale che, come nella contemporanea Lombardia di Girolamo Cardano, il vada fosse accompagnato dalla dichiarazione del punto posseduto. Chi restava, doveva mettere in piatto il vada e tutte le puntate precedentemente effettuate. Dal vada in poi, tutte le puntate dovevano essere coperte, a pena di uscire dalla mano.
La dichiarazione del punto posseduto è oscura. Non viene detto se fosse obbligatoria e in quali circostanze, nè se dovesse essere veritiera. Non sappiamo se dovesse essere fatta anche nella fase degli scarti. Tanto meno se si dovesse avvertire il tavolo di avere tre carte su quattro per chiudere un punto maggiore (stare a flusso, a primiera). Non si parla della possibilità di millantare combinazioni, cioè di bluffare, ma solo di puntate intimidatorie volte ad indurre un avversario pericoloso ad uscire dal gioco, dette "fare a cacciare".
Non è chiaro se il vada dovesse essere di due poste e non di più. Dal vada in poi erano tuttavia ammessi rilanci liberi, fino al "resto". Il resto, l 'all-in del poker, era tutto il denaro che il giocatore aveva davanti a sè. Come vedremo, il resto superato in valore da rilanci altrui permetteva al giocatore povero di restare nella mano fino alla fine.

- Sette di Coppe
Tre carte in mano.
Terminata la fase del vada e relativi rilanci, i giocatori superstiti scartavano una o più carte, per restare con tre carte in mano. Il mazziere dava a ciascun superstite le carte cambiate, avendo cura di mettere la quarta carta coperta davanti a lui.
Tutti potevano al loro turno passare, puntare, rilanciare e dichiarare "chi non l'ha". Chi non copriva le puntate altrui usciva dalla mano. Il "passo" generale portava alla fase successiva.
La dichiarazione "Chi non l'ha" doveva essere accettata da tutti. Bastava un no per respingerla. Il "Chi non l'ha" accettato permetteva a tutti i giocatori superstiti di guardare la quarta carta e procedere ad un nuovo eventuale scarto di una o più carte, per tornare alla situazione di tre carte in mano e la quarta coperta davanti e ricominciare. Era ammesso scartare e cambiare anche tutte e quattro le carte. Se la quarta carta coperta avesse fatto chiudere primiera o flusso, il fortunato possessore non era tenuto a scartare e cambiare.
Si poteva controbattere la dichiarazione "Chi non l'ha" con la dichiarazione "Chi l'ha". Sembra che anche il "Chi l'ha" dovesse essere accettato da tutti. Il "Chi l'ha" comportava lo scarto obbligatorio per tutti, anche per chi avesse eventualmente chiuso flusso o primiera. Dopo lo scarto di una o più carte, si sarebbe ritornati alla situazione delle tre carte in mano e la quarta coperta davanti.
Non è esplicito quando si poteva puntare, se prima o dopo il "chi l'ha" e il "chi non l'ha" o se in tutte e due le circostanze.
Le dichiarazioni dilatorie "Chi l'ha" e "Chi non l'ha" potevano ripetersi a oltranza. In loro assenza o nel caso di loro negazione, si passava alla fase successiva.

- Cinque di denari
Quattro carte in mano.
Raccolta la quarta carta, si procedeva a puntare e rilanciare, probabilmente dichiarando il punto posseduto e forse anche il tentativo di punto, come "Sto Primiera". Le dichiarazioni ammesse erano "Carte'n viti", "Senza mal gioco" "Faccio a salvare".
La dichiarazione "Carte e 'nviti" doveva essere accettata da tutti e portava i superstiti a scartare tornando alla fase precedente delle tre carte con la quarta coperta davanti.
"Senza mal gioco" era la dichiarazione di chi avesse puntato o stesse puntando tutto il denaro posseduto, insomma il suo "resto". E' possibile che questa dichiarazione potesse essere fatta in qualsiasi momento della mano. Gli altri potevano puntare somme maggiori, ma se il giocatore povero avesse vinto, avrebbe incassato quanto pertinente alla somma puntata. Cardano spiega che in caso di vittoria del giocatore povero, anche in Lombardia il secondo miglior punto avrebbe incassato l'esubero del piatto.
"Fare salvare" era la richiesta all'avversario di stringere un patto di non aggressione reciproca. Chi dei due avesse vinto, avrebbe restituito all'altro il valore delle sue puntate.
In mancanza di regime di "Carte e 'nviti", la mano si sarebbe chiusa con la vittoria del giocatore la cui puntata non venisse accettata dagli altri, o con la vittoria di chi a parità di puntate mostrasse il punto migliore. Come detto, non viene accennato alla possibilità di millantare punti non posseduti.
Schema della partita.
Prima fase.
Il mazziere mette un invito di due poste e distribuisce una carta a testa.
1a Tutti dicono a monte e si ridanno le carte. Torna alla prima fase.
1b. Qualcuno tiene l'invito di due poste e lo paga. Vai alla seconda fase.
1c. Il mazziere può tenere la mano e proseguire senza pagare una seconda volta l'invito. Vai alla seconda fase.
Seconda fase.
Il mazziere distribuisce a tutti, anche se non hanno tenuto l'invito e relativi rilanci, la seconda carta.
2a. Tutti passano. Vai alla terza fase.
2b. Qualcuno rifà l'invito. Possibilità di rilanci. Vai alla terza fase.
Terza fase.
Chi vuole scarta una o tutte e due le carte. Il mazziere distribuisce a tutti, anche se non hanno tenuto l'invito e relativi rilanci, la terza carta.
3a. Tutti dicono "A voi". Torna alla terza fase.
3b. Qualcuno mette il vada. Possibili rilanci fino al resto. Chi non ci sta esce, i superstiti vanno alla quarta fase.
Quarta fase.
Il mazziere distribuisce a tutti la quarta carta coperta.
4a. "Chi non l'ha"proposto da un superstite.
"Chi non l'ha" è accettato dai superstiti. Tutti guardano la quarta carta, scartano se vogliono e tornano alla quarta fase.
"Chi non l'ha" è respinto da un "Chi l'ha".- I superstiti concordano sul "chi l'ha". Quindi guardano la quarta carta, scartano una carta e vanno alla terza fase.
- Chi ha detto "Chi non l'ha" supera il "Chi l'ha" con una puntata, obbligando chi vuole restare in gioco a pagare la puntata. I superstiti raccolgono la quarta carta. Vai alla quarta fase.
4b. Una puntata fino al resto. I superstiti raccolgono la quarta carta e vanno alla quinta fase.
Quinta fase.
I superstiti hanno quattro carte in mano.
1a, Qualcuno dichiara "Carte e'nviti" che è accettato. Chi vuole scarta una carta e si torna alla quarta fase.
1b. La dichiarazione "Carte e'nviti" è superata da una puntata fino al resto. Possibili rilanci fino al resto. Se tutti passano, vince l'ultimo dichiarante, altrimenti si scoprono le carte e vince chi ha miglior punto.
1c. Puntate fino al resto, i superstiti si mostrano le carte e vince il miglior punto, oppure tutti passano dopo una puntata o un rilancio lasciando il piatto al vincitore.
Una mano a Roma nel 1526
Con le informazioni che ci dà Berni, proviamo a immaginare una mano a cinque giocatori.
Il Mazziere mette due gettoni in piatto e dà una carta a testa.
Tutti dicono a monte. Segue la seconda carta, tutti dicono passo, qualcuno ne cambia una, qualcuno tutte e due, tutti passano. Vengono date a tutti carte in sostituzione. Tutti si trovano con tre carte.
Tutti passano, tutti cambiano una o più carte.
Guardando le sue tre carte, Primo dice "Lo tengo" e mette due gettoni in piatto, tutti passano. Si procede ad un nuovo cambio di carte, per farne riavere tre a tutti. Tutti dicono passo, ma l’ultimo, Mazziere, dice "Vada, 39" e mette due gettoni in piatto. Primus dice "Vada. Sto a primiera" e mette due gettoni in piatto. Secundus butta le carte. Tertius dice "Vada, sto a primiera" e mette quattro gettoni in piatto. Quartus dice "Vada, 32, sto a flusso" e mette quattro gettoni in piatto.
Dunque la situazione è : Mazziere ha un 39, un buon punto, forse fatto da Sette e Sei, forse da tre carte, come Asso, Tre e figura, dello stesso seme. Primus e Quartus hanno tre carte su quattro di primiera, aspettano la quarta per battere il punto di Mazziere. Tertius ha un punto basso, fatto di tre carte, facilmente due figure e un Due. Per battere Mazziere, Tertius deve fare flusso, cioè ricevere la quarta carta dello seme delle altre tre. Le probabilità danno Mazziere in vantaggio sugli altri tre sopravvissuti, e Tertius nella posizione più debole.
Mazziere dà a tutti e quattro una carta coperta. Tutti dicono "A voi". Mazziere ultimo di mano dichiara "Chi non l'ha", tutti accettano e guardano la quarta carta. Primus, Tertius e Quartus dicono “A voi”. Mazziere dice “Ho 49” dichiarando di avere ricevuto una figura del seme del suo punto, e mette quattro poste. Tutti mettono le quattro poste. Tutti e quattro i sopravvissuti scartano una carta. Mazziere le cambia, lasciandone una coperta davanti a ciascuno. Tutti dicono "A voi". Mazziere dice “Quattro poste per proseguire”, Primus e Tertius accettano, Quartus lascia.
“Chi non l’ha” dichiara Primus. Tertius accetta, ma Mazziere dice “Chi l’ha”.
Situazione : Mazziere ha un punto alto, battibile da una primiera, gli altri due sopravvissuti stanno a primiera, col venti per cento circa di probabilità di chiuderla. Dicendo “Chi l’ha”. Mazziere costringe tutti a scartare l’eventuale primiera fatta per provare con un altro cambio. Come dire : volete fare un altro giro di scarti ? benissimo, ma questo giro lo perdete. Primus e Tertius si guardano. Arriverà la primiera ? se sì, quando? Con questa carta coperta davanti a me o con la prossima ? Primus accetta, ma Tertius dice “Meglio chiudere subito questa storia, respingo chi l’ha.”
I tre guardano la quarta carta. Primus e Tertius dicono “A voi”. Mazziere dice “49, quattro poste”. Primus e Tertius accettano le quattro poste. Primus dice “Carte e’nviti”, chiedendo un altro scarto. Tertius dice “Carte e’inviti”. Mazziere dice “Basta così, ragazzi, otto poste per vedere il mio 49”. Primus impreca e passa. Tertius dice “Resto, per vedere la mia primiera.” Mazziere sorride, scopre le sue carte, un Sette, un sei e un Cavallo di bastoni. “Di quant’è, il tuo resto ?”
“Quarantadue poste”.
“Ne dovrei mettere altre trentaquattro ?”
Chissà se Tertius ha veramente fatto primiera, chissà se Mazziere metterà il resto…
Elogio della primiera
Riportiamo qui sotto anche la parte finale del capitolo, che riporta altre simpatiche coloriture ambientali d’epoca.
Non è uom sì fallito e sì meschino,
Ch’egli se a voglia di fare a primiera,
non trovi d’accattar sempre un fiorino.
Ha la primiera sì allegra cera,
Che la si fa per forza ben volere
Per la sua grazia e la sua maniera.
E io per me non trovo altro piacere,
Che, quando non ho il modo di giocare,
Star dietro ad un altro per vedere.
E stare’vi tre dì senza mangiare;
Dico ben a disaggio, ritto ritto,
Come s’io non avessi altro che fare.
E per suo amore andrei fin in Egitto,
E anche credo ch’io combatterei,
difendendola a torto e a diritto.
Ma s’io facessi e dicessi per lei
Tutto quello ch’io potessi fare e dire,
Non arei fatto quel ch’io doverei.
Però s’a questo non si può venire,
Io per me non vo’ innanzi per sì poco
Durar fatica per impoverire:
Basta che la primiera è un bel gioco.
A sinistra, autoritratto di Raffaello con un amico (1512), Louvre.
XVI century Roman Primero. Abstracts.

- Francesco Berni
Introduction.
I follow two texts. The Capitolo in lode del gioco della primiera (Chapter in praise of the game of Primero), a poem datable around 1521, published around 1526. The Comento al capitolo in lode del gioco della primiera, (Comment about the Chapter in praise of the game of primero), datable 1526. The second text is a long prose dissertation upon the poem. Both texts do not give an organic description of the game. The author of them, Francesco Berni (1497-1535), gives us many hints about the Roman way to play the game.
The Roman Primero developed through four moments: the card change, the opening vie, the three-card and the four-card phases. As in today’s poker, bets were placed all over the game to progressively select the players, until one player’s last bid was not met by the others or two players showed down the cards to determine the winner.
Players were up to five, seldom six players. A full 52-card deck was employed. Suits were Italian: Batons, Coins, Cups, Swords. Distribution and game was anti-clockwise. Game was on four cards. Sevens were valued 21 each, Sixes 18, Aces 16, Fives 15, Fours 14, Threes 13, Deuces 12, Figures and Tens 10, Nines 9, Eights 8. Points or combinations were, in descending order, four-of-a-kind, flush, primero and point. Flush consisted of four cards of the same suit, primero of four cards of different suits. Point was the value of two or three cards of the same suits. Between two or more equal combinations, it won the one with the highest sum of the value of its cards. It is not said what happened when two equal combinations with the same value confronted, for instance whe four Kings confronted four Jacks. In contemporary Lombardy won the player closest to the right of the dealer.

- Asso di Bastoni
Card changes
Dealer forwarded a two-counter ante, called ‘invito’. Everybody received one card. If everybody passed, the hand was re-done. If somebody ‘kept’ the invitation, he paid the two-counter to keep the hand alive. Invitations did not force the other players to pay it to stay in the game. If everybody passed, the dealer could keep the hand alive without putting an invitation, on the principle that he had already paid it. It was admitted to raise the invitation of one or two counters at a time.
From the second card on, if everybody passed the hand continued with discards and a new card change was supplied to everybody. After any distribution, invitations and raises were admitted, but again they were not compulsory : players had not to pay them to stay in the game. It is stated that one or more cards could be discarded, implicating that everybody received in change from the dealer the same amount of new cards. The new card(s) was distributed to everyone, irrespectively whether they had paid previous invitations and raises or not. To receive a card change, they had to discard enough cards to hold no more than three of them. It is not stated if discards laid face down on the table. Contemporary Lombardian Primero wanted them face up.

- Cinque di spade
The vie.
Non compulsory invitations and card changes could go on indefinitely, until somebody declared “Vada”, vie. The vie was the compulsory two-counter opening bid. It forced everybody to stay or fold. To stay, all the previous unpaid invitations and raises had to be met as well. It is not stated if the vie had to be bet with the declaration of a point, as it was the case in contemporary Lombardy. I think so.
It is not said what happened when a four-card combination, for instance a primero, was luckily made during the discard phase. Cardano states that common pact in North-Italian game was that a primero won directly the pot. It is possible that in Roman Primero the vie was frequently bet by a three card point. We will see that in in this game there was the “Who hasn’t it” option that might have allowed an opening vie with a four-card-point. There is no mention to bluffs.
Raises to the vie were admitted. The highest bet was the ‘resto’, all-in, all the money one had visible on the table. As in today’s poker, the all-in could be challenged by an equal amount of money or another lesser all-in. If it was met, the showing-down of the cards occurred and the amount of the lesser all-in was the stake.

- Sette di bastoni
Fourth card face down.
After a regular three-card vie and possible raises, a new card was distributed face down to every survivor. The new card remained unseen face down on the table in front of each player. At their turn, they could pass, declare “chi non l'ha”, who hasn’t it, or “chi l’ha” who has it, or bid.
“Who hasn’t it” was a dilatory declaration. It had to be accepted by everybody – a single “no” rebuffed it. Under “who hasn’t’ it” rule, players who expected one card to close a four-card combination were given another chance over the fourth card face down in front of them. After seeing the fourth card, card change was not compulsory. If somebody closed a four-card combination, say a Primero, he could possibly bid, but he could not prevent the others to receive the last change guaranteed by “Who hasn’t it”. Biddings and raises were allowed. The “who hasn’t it” declaration took back the table to a new session with the fourth card face down.
“Who has it” could be declared only against a “Who hasn’t it”. The accepted “who has it” forced everyone to discard and receive a new card face down and re-start the fourth card face down session. It had to be accepted by all. Biddings and raises were allowed. Under this agreement, the players who after seeing the fourth card closed a four-card point, for instance a primero, had to discard one card to receive a new one face down.
It seems that the “Who hasn’t it” and “Who has it” declaration could be repeated indefinitely. A “no” would have superseded both dilatory declarations and forced the hand to the next step.

- Asso di spade
Four cards.
The fourth card was picked up when no “Who hasn’t’it” or “Who has it” declarations were not spoken or were refused.
Players could pass, or declare “Carte e ‘nviti “ cards and bids, or bid and raise. “Cards and bids”, if not superseded by a bid, gave the opportunity of a new discard. It is stated that the table returned to the three-card session. A new “who hasn’t it” phase could then be opened. “Cards and bids” was a dilatory declaration that could be repeated indefinitely until superseded by a bet.
A bet would have opened the final confrontation for the pot.
XVI century Roman Primero structure.
Step 1. : “Vie” with declaration of a point. Biddings, card change with a fourth card face down distributed to every survivor. Go to step 2.
Step 2. : Three cards in hand and the fourth card face down on the table.
Step 2.a Accepted “Who hasn’t it”. Biddings, fourth card seen and optional card changes. A fourth card face down was given again to everybody who discarded. Back to step 2.
Step 2.b Accepted “Who has it”. Biddings, fourth card seen and compulsory discards. A fourth card face down was given to everybody. Back to step 2.
Step 2.c Unmentioned or rejected “Who hasn’it” and “Who has it”. Biddings and fourth card seen. Go to step 3.
Step 3. Four cards open in hand.
Step 3.1 Accepted “Cards and bids”. Biddings and optional discards. Back to step 2.
Step 3.2 Unmentioned or rejected “Cards and bids”. Final bids and show down.
Primiera e politica internazionale
Il capitolo bernesco divenne genere letterario. Giulio Mantoano ce ne dà un esempio, raccontandoci burlescamente un intrico internazionale attorno ad un tavolo di primiera.
Essendo un giorno insieme dopo cena
Cesar, san Marco, Papa, el Re Francese
Un Fiorentin mercante, & un da Siena,
Il Duca di Ferrara, e Genovese,
Il Duca di Mantoa, & quel d'Urbino, 5
Un Baglione, un Orsin, un Colonese,
Venga le charte, disse Il Fiorentino
Chi vuol giocar il banco alla primiera
E fece comunella con l'Orsino,
Tutte le charte alzorno, & alcun v'era 10
Che alzar non volse, che si vide in fatto
Haver il meglio il Papa in quella sera
Ci sono tutti, o quasi tutti, quelli che contavano: L'imperatore, i veneziani, il papa, il re di Francia, il banchiere fiorentino, quello senese, Ferrara, Genova, Mantova ed Urbino, i Baglioni, gli Orsini, i Colonna. Mantoano prosegue con allusioni satiriche a tutti questi signori impegnati a sopraffarsi l'un l'altro barando e facendo e disfacendo bluff, alleanze e tradimenti.
Thierry Depaulis sospetta che questa composizione in versi si riferisca ad avvenimenti reali. Forse Cesare non è l'imperatore, ma Cesare Borgia. L'intrico bellico e diplomatico merita uno studio a parte. Ad una mia prima scorsa, mi sembra che il periodo di riferimento sia quello delle decennali Guerre Italiane, più precisamente il periodo tra il 1521 ed il 1538, con protagonisti l'imperatore spagnolo Carlo V d'Asburgo e la Francia di Francesco I di Valois. I principali comprimari italiani furono il papa e Venezia. Si allude anche a potenti condottieri delle famiglie guerriere di allora, i Colonna, gli Orsini, i Baglioni, Giovanni de' Medici dalle Bande Nere, eccetera. Si fa un accenno alla neghittosità di Venezia ad impegnarsi, fatto che avvenne con la guerra italiana originata dalla Lega di Cognac del 1526, che portò al disastro del sacco di Roma. Depaulis nota che il Gonzaga è citato come duca di Mantova, titolo che gli pervenne nel 1530. Il 1530 è dunque la data a quo di questa composizione in versi, che molti datano intorno al 1560, ma che forse è del 1540.











