Un terziglio coi tarocchini del 1554
Due preziosi documenti cinquecenteschi ci informano sul gioco dei tarocchi dell’epoca a Ferrara. Sono due composizioni poetiche di due amici, Flavio Alberto Lollio e Vincenzo Imperiali, che trattano della stessa mano di carte. Le due opere si trovano nello stesso manoscritto (ms. 257, cc. 30) giacente alla Biblioteca Ariostea di Ferrara. La prima è L’invettiva contra il giuoco del tarocco del Lollio, la seconda è la Risposta all’invettiva di Imperiali. Nella prima, il letterato Lollio descrive in tono scherzoso una mano sfortunata di gioco di tarocchi a tre giocatori, nella quale ha perso molti scudi. Maledice quindi il gioco, con toni accesi e con sfoggio d’erudizione. Nella seconda composizione, l’amico Imperiali reinterpreta quella mano sfortunata per magnificare il gioco dei tarocchi ed accusare Lollio di avarizia. L’Invettiva di Lollio è stata pubblicata due volte nel 1550 nelle Rime piacevoli, una raccolta di composizioni poetiche di vari autori, in seguito rieditata più volte. Vi sono alcune piccole e trascurabili differenze tra le varie versioni, pubblicate e non, della composizione di Lollio. Il sito www.tarock.info ha messo a disposizione on line una trascrizione di tutta l’Invettiva. La Risposta di Imperiali non è invece mai stata pubblicata e ne resta la sola versione manoscritta.
Come ed a cosa giocavano allora?
Giocarono a tarocchi con l'apposito mazzo di cinque semi, i quattro ordinari latini ed il quinto di briscola detto dei trionfi. I tarocchi sono un gioco di presa, con obbligo di risposta al seme e vittoria della maggiore. La gerarchia dei semi è Re, Donna, Cavallo, Fante, 10, 9, 8, eccetera, fino all'Asso. In caso di mancanza di carta del seme giocato, si deve calare briscola, cioè un trionfo. La scala dei trionfi era mandata a memoria, in quanto le carte non erano numerate. In caso di mancanza anche di briscole, si poteva scartare qualsiasi altra carta. Di valore rilevante sono le figure dei semi ordinari.

- Donna di bastoni
Vennero distribuite cinque carte alla volta, come nella tradizione bolognese documentata successivamente (vedi:
Bagatella). Il dato traspare con evidenza da tutta la descrizione della distribuzione e delle scommesse iniziali fatte durante la distribuzione, dette inviti. Imperiali ne è esplicito, quando descrive la quarta mano di cinque cartaccie cui dar di morso.
Imperiali ci informa che giocarono in tre, Lollio, il podestà e Giulio cardinale. Lollio lo conferma con la frase: Servir convienti a gli altri due compagni... nelle parole di Imperiali che alli due servir siete costretto. Lollio dice che son venti le carte che raccolse e rassettò in mano. A riprova, Imperiali ci aiuta a contare quattro distribuzioni di cinque carte: la prima man... la seconda mano.. la terza man, la quarta man di carte. Imperiali ci informa anche che qualcuno scartò due carte (scarta due carte/per fare questa danza). Se i giocatori fossero stati quattro, avrebbero giocato con un mazzo sconosciuto di (20x4+2) ottantadue carte, se fossero stati due, di (20x2+2) quarantadue carte.
Erano certamente in tre, con un mazzo di (20x3+2) sessantadue carte, come nel terziglio del tarocchino bolognese. Erano state forse tolte, dal mazzo completo di settantasei carte, le cartine dal Due al Cinque d'ogni seme ordinario. Il mazzo dei tarocchi ridotto in tarocchino era dunque saldamente in uso già nel 1550. Imperiali definisce il tarocco... un giuoco antico, facendo sospettare che anche il mazzo ridotto fosse ben precedente, risalente forse al Quattrocento. Altre numerose similarità col gioco bolognese documentato qualche decennio dopo dalla
Trascrizione Pedini assicurano della stretta relazione tra i due.
A sinistra, la Donna di bastoni del mazzo cosiddetto Rotschild, Ferrara, 1480 circa.
L'invito
Iniziamo con la descrizione della prima fase di gioco dataci da Imperiali:
Lo invito a dar le Carte fà il prim'atto;
C'ha maggior Ronfa, co' i Trionfi insieme,
Riman vincente dell'invito fatto.
Chi perde il primo, nel secondo ha speme,
D'haver suoi danni alquanto ristorati,
Ma spesso avien che questo anchor lo preme,
Et questi sono gli honori accoppiati,
A' quai si rende una certa honoranza,
Secondo i patti da prima fermati.
Il terzo segue, secondo l'usanza
Il valor de' Tarocchi, et le figure
Chi riman con più punti, tutto avanza.

- Cavallo di bastoni

- Fante di bastoni
Imperiali descrive tre diverse puntate. Non è specificato se le puntate fossero prefissate ed automatiche ad ogni invito o fosse lasciato alla discrezionalità dei giocatori.
Il mazziere, prima di dare le carte, metteva in piatto un invito (lo invito a dar le carte fà il prim'atto). Questo rito è documentato anche nella primiera del 1527 di
Francesco Berni. A sinistra il Cavallo e il Fante di bastoni del mazzo ferrarese detto Rotschild, fine sec. XVI. Riman vincente dell'invito fatto, che sembra incassato all'istante, chi ha maggior Ronfa, coi Trionfi insieme nelle prime cinque carte.
Lollio ci dirà più sotto d'avere ricevuto una prima man, che gli fece una bella vista/ Tal che tu tieni l'invito e lo rifai. Berni ci informa che, nella primiera del 1527, tenere l'invito significava pagarlo ed accettare di giocare la mano. Parimente, rifar l'invito significava rilanciare, aggiungere un'altra puntata forse uguale all'importo dell'invito stesso. Lollio ha quindi accettato l’invito e lo ha rilanciato. La dizione Chi perde il primo, nel secondo ha speme non è chiaro.
Le carte da Ronfa sono menzionate come carte diverse dai trionfi. Più sotto vedremo che Lollio scrive: Quindi s'hai quattro,/ O cinque Carte di Ronfa, tu temi / che non ti muoia il Re, con le figure. Ne consegue che fossero carte destinate ad essere computate in una combinazione, detta appunto Ronfa. La Ronfa era un gioco, citato spesso come popolare in Italia fin dal Quattrocento, nel quale vinceva il piatto chi collezionava una serie di carte di uno stesso seme. Vedi la
Notazione di Depaulis. L'accenno al pericolo, che troppe carte da ronfa esponessero i propri Re e le figure alla cattura da parte degli avversari, indicare che le troppe carte fossero quelle dei semi ordinari.
Imperiali ci dice che chi aveva maggior ronfa, riman vincente dell'invito fatto. Non è chiaro se le carte in mano venissero computate secondo i valori del gioco della Ronfa. Sembrerebbe quindi che vi fosse un vincitore dell' invito originario del mazziere. Però non nè lui nè Lollio confermano successivamente l'avvenuto incasso di questo primo invito, anzi, riportano una copertura dello stesso da parte di Lollio ed un rilancio. La mia impressione è che vincere l'invito non significasse guadagnare i soldi puntati dal mazziere, ma qualcosa d'altro. Forse significava che il possesso di certe carte permetteva di tenere viva la mano e di condurre il gioco. Forse la conduzione del gioco consisteva nel giocare da solo contro gli altri due.
Sopra a sinistra il Cavallo ed il Fante di Bastoni del mazzo cosidetto Rotschild, Ferrara, fine del XV secolo.
La seconda distribuzione di cinque carte è ricordata solo come possibile ristoratrice della pochezza della prima. Imperiali scrive di honori accoppiati, che sembrano essere la sola possibile accusa di questa fase. Nella vicina Bologna, gli onori erano combinazioni particolari di carte, tre o quattro Re o tre o quattro Tarocchi (Angelo Mondo Matto e Begattino), il cui possesso era premiato direttamente in importi di denaro prestabiliti, modalità che pare confermata dalla frase di Imperiali: secondo i patti da prima fermati. Forse anche a Ferrara nel 1550 vi erano combinazioni premiate direttamente in denaro. Non è chiaro se queste vincite venissero incassate all'istante o venissero messe, come a Bologna, in piatto dai perdenti. L'aggettivo accoppiati suggerisce che fosse sufficiente avere due pezzi, forse due Re o due Tarocchi, nelle prime dieci carte, per accedere al premio in danaro.
Con dieci carte in mano vi fu la terza puntata, in cui Il valor de' Tarocchi, et le figure avevano ovviamente una grande importanza. Alla fine degli inviti Vengon dapoi quell'altre/Due man di carte, hor liete, hor triste. Furono quindi distribuite, sempre cinque alla volta, le ultime dieci carte a testa e, chi riman con più punti, tutto avanza: le puntate fatte e presenti in piatto vennero vinte da chi fece più punti. Non è esplicito se la vittoria di punti andò a chi ne ebbe di più dalla distribuzione od a chi, più sensatamente, incassò più punti a fine gioco. Mi oriento verso la seconda ipotesi, che disegna una prima fase durante la quale viene costruito un piatto-montepremi, ed una seconda di gioco della carta che assegna il piatto. La vittoria su computo delle carte ricevute dalla distribuzione avrebbe portato all'esibizione di quasi tutte le carte prima del gioco, vanificandolo. Nella primiera descritta dal Berni, la fase degli inviti era destinata alla formazione del piatto, che veniva incassato a fine smazzata dal vincitore. Non mi pare vi siano dubbi che tutta la fase dei tre inviti, onori compresi, costruiva il premio di gioco della smazzata.
Dopo la fase dell'invito, si passò al gioco.
La distribuzione
Leggiamo ora la parte centrale dell’Invettiva, incentrata sulla partita. La riportiamo integralmente in grassetto, interrompendola con congrui brani della Risposta in corsivo e con nostri occasionali commenti volti alla comprensione del gioco.
.............
Ecco che s’incomincia a dar le carte:
La prima man ti fa una bella vista,
Tal, che tu tien l’invito, & lo rifai:
Quelle, che vengon dietro, altra faccenda
Mostrano haver: ne più de’ casi tuoi
Tengon memoria alcuna: onde tu stai
Sospeso alquanto: & di vada: quell’altro
Il qual par che il favor lor si prometta,
Ingrosserà la posta: allhor trafitto
Da vergogna, dolor, d’invidia, e d’ire,
Ten vai a monte, co’l viso abbassato.
Non a si gran cordoglio un Capitano,
Quando si crede haver la pugna vinta,
E mentre ei grida vittoria, vittoria;
Da nuovo assalto sopragiunto vede
Andar la gente sua rotta, e dispersa,
Quanto hà costui.
A destra, la Luna, il Sole, la Stella e la Temperanza del mazzo Rotschild. Ma diamo un'occhiata alle descrizione che ci dà Imperiali sulla stessa fase iniziale descritta da Lollio:
Et cominciate il giuoco à dar, con bello
Ordine, tal, che nella prima vista
Fate l'invito in atti e in gesti snello.
Le seconde non seguono la pista
Della Primiera: onde assai più modesto,
Dite Vada con voce bassa e trista.
Tosto il compagno s'avede di questo,
Che v'han piantato: et con altera fronte
Ben ch'abbia il peggio, pur lo fa del resto.
Però che spera di cacciarmi a monte,
Ma Voi, che siete già si innanti entrato,
Spingete avanti de' dinari il monte.
Havendo speme, che vi sia prestato
Dalle due man siguenti tal favore,
Che l'abbiate ogni modo guadagnato.

- Cavallo di spade
Lollio sembra essere stato il mazziere (cominciate il giuoco a dar) che distribuì le carte cinque a cinque, fermandosi due volte per procedere a puntare. Le prime cinque furono buone, tal che tu tien l'invito e lo rifai, cosicchè Lollio vinse e ribadì baldanzosamente la puntata con un secondo invito. Ci racconta che si procedette a distribuirne altre cinque, che però non gli furono favorevoli. L’autore prudentemente disse vada. Nella ricordata primiera del 1527, il vada era una puntata standard fissa., che costringeva chi voleva restare in gioco a mettere in piatto quanto precedentemente puntato dagli altri. Qui sembra piuttosto una dichiarazione tipo 'check' del poker, in italiano 'cip': proseguire la mano col minimo impegno. Un avversario però lo fece del resto. Il resto era un importo a me ancora oscuro, ma che era alto e definitivo: poteva corrispondere a tutto il denaro che si aveva davanti, od a tutto l'importo massimo di puntata prevista. Lollio andò a monte, col viso abbassato. Imperiali la racconta diversamente. Dice che l’avversario bluffava e spera di cacciarmi a monte, /Ma Voi, che siete già si innanti entrato/Spingete avanti de' dinari il monte. Nel Seicento a Bologna la fase licitativa dell’andata a monte si sviluppava in modo affatto diverso.
Lollio dunque disse vada, cui seguì un rilancio del resto, che il Nostro seguì e la mano venne giocata. Il piatto era composto del primo invito tenuto e rifatto con le prime cinque carte in mano, poi dal resto puntato con dieci carte in mano. A sinistra il Cavallo di spade del mazzo Rotschild.

- L' Angelo

- La Donna di spade
Riprendiamo Lollio dove lo avevamo lasciato:
Vengon dapoi quell'altre
Due man di carte, hor liete, hor triste: et quando
L'ultime aspetti, che ti dian soccorso,
Havendogli invitata già del resto,
Tu ti vedi arrivare (oh dolor grande)
Carte galioffe da farti morire,
Totalmente contrarie al tuo bisogno.
La stessa fase secondo Imperiali:
Ecco la terza man, che n'esce fuore,
Et porta ira e dolor: però che poco
V'arreca, che allegrar vi faccia il core.
Qui si comincia accendere un gran fuoco,
Quivi le carte à volo se ne vanno;
Qui si bestemmia, et maledice il Giuoco.
La quarta man vi da l'ultimo affanno,
Che date à cinque Cartaccie di morso,
Che d'un sol punto aiuto non vi danno.
Così privo di speme, et di soccorso,
Vi lasciate i denar, ch'erano in mostra,
Nè vi vale alla furia andar di corso.

- La Giustizia
Chi riman con più punti, tutto avanza, sembra indicare che il denaro presente in piatto venne incassato da chi totalizzò più punti. Non viene accennato se le somme impegnate furono aggiudicate alla fine della distribuzione o alla fine del gioco. Sembra naturale pensare che la fase delle scommesse durante la distribuzione delle prime dieci carte formasse il monte puntato, che veniva vinto da chi incassava più punti a fine mano. Difatti il conteggio dei punti in mano comportava l'esibizione di tutte le proprie carte importanti agli avversari, quindi di giocare la seconda fase, quella del gioco vero e proprio di presa, a carte scoperte o quasi e senza denaro in palio.
Tantomeno viene specificato se i punti computati erano solo quelli ‘di mazzo’, cioè la somma del valore di ogni carta, o comprendevano anche quelli d’accusa e di incasso di combinazioni premiate, come la Ronfa. Posso solo presumere che il valore facciale delle carte fosse quello solito del gioco dei tarocchi: 4 punti ai Re, 3 alle Donne, eccetera. A destra, Angelo, Donna di Spade e Giustizia del mazzo Dick di iconografia ferrarese.
Il gioco di presa
Finì la fase vivace ed articolata dell'invito e della distribuzione, per far posto al gioco vero e proprio dei tarocchi. Lollio furioso vi si preparò :
Onde di stizza avampi: e tutto pieno
Di mal talento, rimbrottando pigli
Lo avanzo de le Carte, che son venti.
Queste t' empion le mani, & buona pezza
Ti dan travaglio e briga, in rassettare.
Dinar: Coppe: Baston, Spade: e Trionfi.
Però che ti convien ad una, ad una,
Metterle in ordinanza: & far di loro,
Come farebbe il buon pastor, che havesse
Di molti armenti; apparocchiando mandre
Diverse per ciascun.
Commenta stupito Imperiali:
Che bisogno ha di mandare tale armento,
Se la sinistra è sol capace stanza,
per venti, e trenta, et la metà di cento?
Prosegue Lollio:
Quindi s'hai quattro,
O cinque Carte di Ronfa, tu temi
che non ti muoia il Re, con le figure:
Onde si strugge il cuor, spasma, la mente,
Stando in bilancia fra speme, e timore.
Quello è lo isfinimento e'l creppa cuore,
che sei sforzato a tener per tuo specchio,
Certe cartaccie che ti fan languire:
Et, come se tu fussi un' Orinale,
Servir convienti a gli altri due compagni
Rispondendo a ciascun giuoco, per giuoco:
Et se per ignoranza, ò per errore,
Dai una Carta, che non vada a verso,
Tu senti andar le voci insino al cielo.
Bisognava rispondere al seme, sennò gli avversari gridavano. In quella mano sfortunata, rispondere al seme significava per Lollio cedere carte di valore. Sopra a sinistra, il Giudizio, l'Amore, la Morte del mazzo detto di Carlo VI, Ferrara XIV secolo.

- Il Matto

- La Fortezza
Le similitudini dell’orinale e della cornacchia sono ricordate da un divertito Imperiali:
Ma voi dite ch'è pur troppo disfatto,
Quando un bel giuoco vi va in tutto male
Et ch'alli due servir siete costretto
Come se foste proprio un'orinale,
Dando una carta a questo, un'altra a quello,
et solo a Voi restar spennate l'ale...
Lollio seguita:
Ne ti pensar che quivi sian finite
Le pene tue: bisogna tener conto
D'ogni minima Carta, che si giuochi,
Altramente ogni cosa va in ruina.
Però tu brami spesso la memoria
Di Mitridate, di Cesare, ò di Ciro.
Et s'egli avien tal hor c'habbi un bel giuoco,
T'andrà si mal giocato, che ne perdi
Una dozzina ò due: tal hora tutti.
La brillante complessità del gioco dei tarocchi richiede menti sveglie e memoria di ferro. Resta oscuro cosa fosse una dozzina ò due. Forse si riferisce a dozzine di punti. Sopra a destra, il Matto e la Fortezza del mazzo di Carlo VI.

- Il Mondo

- La Saetta
Prosegue uno sconsolato Lollio:
Quante volte non puoi coprire il Matto?
La peculiarità della carta del Matto è proprio quella di potere essere coperta, cioè mostrata in qualsiasi momento ed incassata dal possessore indipendentemente dall’esito della presa. Serve a difendere una carta di valore dalla cattura di una superiore. Naturalmente lo si può fare una volta sola.
Onde mal grado tuo, spogliar ti senti
Del buon c'havevi: et sembri la cornacchia,
che restò spennacchiata infra gli uccelli.
Alhora se tu fossi uno Aristide,
un Socrate, un Zenone, un Giobbe un sasso,
Tu sprezzaresti il fren della patienza,
Stracciaresti i Tarocchi in mille pezzi,
Maladicendo il primo che ti pose
Mai carte in mano, e t'insegnò a giocare.
Dove lasso quel numerar noioso
D'ogni Trionfo, ch'esca fuori? o quanto
Fastidio hai tu di questo, che non puoi
Pur ragionar pur dire una parola:
Anzi servar convien maggior silentio
Che non si fà alla Predica, o la Messa.
I trionfi non erano numerati e la loro memorizzazione doveva essere molto più faticosa di oggi. La mancata numerazione dei trionfi è responsabile della diversa collocazione gerarchica a seconda della località. Sopra a sinistra, il Mondo e la Sagitta del mazzo di Carlo VI.
I tagli incrociati.

- IlBagatto

- Il Matto
Vennero distribuite complessivamente venti carte a testa, più due per il mazziere che ne scartò altrettante prima dell'inizio del gioco. Sembra che ognuno giocasse per sé, anche se non si può escludere che l’invito designasse chi voleva giocare contro gli altri due. Le puntate, chiamate inviti, vennero effettuate in tre momenti, con risultati esiziali per Lollio, che fu costretto a spinger innanzi de’ denari il monte. Le puntate vennero vinte da chi 'rimase' con più punti. Non è chiaro se i punti vennero calcolati alla fine della distribuzione o alla fine della smazzata.
La specificità del gioco dei tarocchi è il taglio. La mia impressione è che Lollio si sia trovato in mano molte carte da ronfa, cioè molte figure, molte scartine e quindi poche briscole. L'impressione si basa su molteplici indizi : Quindi s'hai quattro,/O cinque Carte di Ronfa, tu temi/che non ti muoia il Re, con le figure è il primo. Imperiali sembra alludere alla stessa cosa, quando dice: quando un bel gioco/vi va in tutto male/Et ch'alli due servir siete costretto... il bel gioco era il possesso di figure alte, soprattutto di Re.
Le carte ricevute da Lollio vanno in questo senso. La prima man favorevole poteva contenere tre figure alte e due trionfi. Il secondo giro fu sfavorevole, con due o tre scartine. La terza distribuzione fu di carte hor liete hor triste, forse due briscole, una o due figure ed uno scartino. La quarta mano fu di cinque scartine cui dar di morso. Il calcolo è presto fatto: su venti carte, Lollio ricevette almeno otto scartine, sei o più figure e quattro o cinque briscole.
Ancora oggi, chi ha molte figure d'un seme, teme che gliele sottraggano col taglio. Gli avversari incastrarono il povero Lollio in un fuoco infernale di tagli incrociati, che lo costrinse a Servir… a gli altri due compagni/Rispondendo a ciascun giuoco, per giuoco, dando, secondo Imperiali, una carta a questo, un'altra a quello, si fece spogliar…/Del buon c'havevi, e si trovò spennato come una cornacchia. Non a caso Lollio chiamò i trionfi, cioè le briscole, ladri e ribaldi, perchè gli rubarono i suoi Re, le sue Donne, i suoi Cavalli.
La frustrazione di Lollio per l'umiliante sviluppo del gioco di taglio è piacevolmente descritta. Per difendere i suoi Re dalla cattura altrui, tentò di 'rifiutare', di non rispondere al seme sottoposto al taglio degli avversari, per riceverne vivaci rimostranze: Et se per ignoranza, ò per errore,/Dai una Carta, che non vada a verso,/Tu senti andar le voci insino al cielo. Si augurò persino di potere coprirsi più volte il Matto per difendersi.
Tutto questo divertente baccano mi fa credere che il gioco della mano decidesse l'assegnazione delle poste, costituite dagli inviti. Non ho prove, ma neanche dubbi, che chi faceva più punti alla fine del gioco intascava tutto il piatto. Sospetto che nel punteggio finale venissero computati anche i punteggi di combinazioni come la ronfa. Scommetterei un caffè che la ronfa di Ferrara era quella che i bolognesi chiamano sequenza, una scala di figure di seme ordinario, capeggiata dal Re.
Non viene menzionato se il punteggio finale del gioco fosse solo quello di mazzo, computato sul valore di ogni singola carta, e/o anche sul valore delle combinazioni incassate, quali Ronfe, Honori, cricche, eccetera. A destra, il Begattino ed il Matto del mazzo ferrarese cosiddetto Rotschild.
I tarocchi ingiuriati
Un Lollio furente maledice il gioco, il suo inventore e le sue carte.
Ei mostrò ben d'haver poca facenda,
Et esser certo un bel cacapensieri
Colui, che fu inventor di simil baia:
Creder si dè, ch'ei fosse dipintore
Ignobil, scioperate, e senza soldi,
Che per buscarsi il pan, si mise a fare
Cotali filastroccole da putti.
Che vuol dir altro il Bagatella, e'l Matto,
Se non ch'ei fusse un ciurmatore, e un barro?
Che significa altro la Papessa,
Il Carro, il Traditor, la Ruota, il Gobbo:
La Fortezza, la Stella, il Sol, la Luna,
E la Morte, e l'Inferno: e tutto il resto
Di questa bizaria girando l'esca,
Se non che questi havea il capo sventato,
Pien di fumo, Pancucchi, e Fanfalucche?
Et che sia ver, colei che versa i fiaschi,
Ci mostra chiar ch'ei fusse un ebbriaco:
E quel nome fantastico, e bizarro
Di Tarocco, senz'ethimologia
Fa palese à ciascun, che i ghiribizzi
Gli havesser guasto, e storppiato il cervello.
Questa squadra di ladri, et di ribaldi,
Questi, che il volgo suol chiamar Trionfi,
M'han fatto tante volte si gran torti,
Si manifeste ingiurie, ch'io non posso
Se non mai sempre di lor lamentarmi:
........................ onde ho perduto.
per colpa lor, di molti, et molti scudi...
Qui termina la parte dell'Invettiva che riguarda il gioco. Lasciamo Lollio in preda ai suoi fumi per evidenziare i famosi due versi che ci dicono che l’origine del nome ‘tarocchi’ era già oscura nel 1550, pochi decenni dopo la sua comparsa. La parte finale, come quella iniziale, dell'Invettiva non raccontano la partita, ma sono uno sfoggio di penna e di erudizione classica, che a noi giocatori interessa meno. Sopra a destra, il Fante di spade, l'Imperatore ed il Papa del mazzo di Carlo VI.
Elogio dei tarocchi.

- Il Sole

- Il vecchio
Torniamo a Vincenzo Imperiali ed alla sua lunga e meno erudita, ma più concreta, Risposta. Riportiamo qui sotto altri brani. Vi si elogiano i tarocchi ed il loro gioco. Vengono identificati i tre giocatori: Lollio, il podestà ed un cardinale di nome Giulio. Vi è menzionata anche la scartata di due carte, che veniva effettuata dal mazziere prima del gioco. Infine, rileviamo un intrigante accenno all'antichità del gioco. Un gioco 'antico' di quanto è precedente? cent'anni ? o più ?
Lollio, ho veduto ciò che scritto havete,
Nella collera immerso, contra il Giuoco;
Et quanto del Tarocco vi dolete...
Spesso v'odo cantar gli altri trofei
Del giuoco alla Thoscana, e alla Villotta,
Come gran beneficio degli Dei...
Se quel ch'ammazza un Re, più punti avanza,
E' ben dritto; perciocchè a tale effetto
scarta due carte, per fare questa danza.
Ditemi un poco, il di, che per rivale
Pigliaste questo giuoco, non giocaste
Col Podestà, e con Giulio Cardinale?...
Ma il Tarocco, se ben è un giuoco antico,
Non è per invecchiar, cotanto è bello,
Giuoco da far, et non disfar l'amico...
Ma il giuoco del Tarocco è da Signori,
Principi, Re, Baroni, et Cavalieri,
per questo è detto il giuoco degli honori.
Non si è trovato alcun, che si disperi
Per la perdita, nè pe'l guadagno ancora
Altri si trovano, che vadano altieri,
Anzi in tal giuoco l'un l'altro honora,
Procura del pregio aver si suole,
Se non è alcuni, che l'avaritia accora...
Di fianco a sinistra, Il Sole e il Vecchio del mazzo di Carlo VI.
















